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Lettere
Diritto e Tecnologia PDF Stampa E-mail
Scritto da Annarita Gili   
Venerdì 25 Giugno 2004 01:00

Chi mette all'asta su Internet un libro deve rispettare il prezzo applicato dalle librerie

Le offerte su Internet devono rispettare il prezzo del libro in libreria, questo quanto affermato dal tribunale di Fracoforte, che ha confermato la sentenza emessa contro un giornalista berlinese



Un privato che mette regolarmente in vendita libri nuovi sui siti di aste online deve attenersi ai prezzi in vigore in libreria? L'obbligo di attenersi al prezzo fissato dall'editore non riguarda soltanto i librai, ma anche i privati cittadini: questo quanto deciso dal tribunale di Francoforte. Tale obbligo, però, non è applicabile a chi rivende occasionalmente un libro che ha comperato o che ha ricevuto in regalo. Anche i libri usati non sono interessati dalla legge.

Nel caso specifico, invece, il giornalista berlinese ha messo all'asta su eBay, a prezzi evidentemente troppo concorrenziali, alcuni libri che aveva ricevuto in omaggio dagli uffici stampa delle case editrici. In sei settimane ne ha venduti ben 48, con una base d'asta di un euro. Questo ha indotto un libraio di Darmstadt a citarlo in giudizio per concorrenza sleale.

Il giornalista è stato condannato, a causa dell'elevato numero di volumi messi all'asta, segno che non si è trattato di un'azione isolata e occasionale.

L'Associazione dei librai tedeschi ha salutato con entusiasmo la decisione; hanno infatti ritenuto che metterà finalmente in chiaro un dato fondamentale: Internet non è un luogo al di fuori della legge.

 
Il Canto del Beato PDF Stampa E-mail
Scritto da Reazionario.org   
Venerdì 25 Giugno 2004 01:00

Intorno all'anno 329 Alessandro il Macedone penetrava nell'India, trovandovi, a quanto si riporta, una grande quantità di piccoli stati indipendenti e in continua lotta fra loro.

Qualche decennio dopo, forse ispirato proprio dall'esempio di Alessandro, Candragupta, in seguito ad una rivoluzione, saliva al trono di un novello Impero che sorgeva nell'India del Nord e all'interno del quale si professava religione Buddistica (319); quest'ultimo si era messo alla testa di un movimento nazionale con spiccate caratteristiche xenofobe e aveva scacciato con mano ferma le rappresentanze di etnie straniere da tutto il territorio indiano. Si avviava così un periodo di grande prosperità sia economica che culturale, durante il quale la dinastia dei Gupta si propose quale interprete e fautore del rinnovamento. Il periodo di risorgimento nazionale ebbe tratti profondamente caratteristici, il primo dei quali fu indubbiamente la posizione che ebbero ad assumere il Buddismo e il Bramanesimo: mentre la prima si andava a proporre sempre più come religione sopranazionale e in certo carattere universale, cercando adepti fuori dall'India e colonizzando larghe frange sociali in Egitto e perfino in Grecia e a Roma, il secondo rimaneva rigorosamente limitato al territorio Indiano e per tale ragione, andava incarnando l'impeto e l'identità della riscossa nazionale. Strumento di tale riscossa indubbiamente dovette essere la lingua che i bramani scelsero: in luogo delle lingue volgari pracrite, regionalmente diverse, misero a disposizione della letteratura il Sanscrito da loro adoperato già da secoli per le composizioni di indole sacra. In breve il Sanscrito diventerà infatti una lingua nazionale unica e principale supporto per quella religiosità che da bramanesimo andava trasformandosi in Induismo, assumendo e abbracciando culti popolari di tutta la Penisola. Altro carattere di primaria importanza ai fini dell'imponente sviluppo cui si assiste in questo periodo fu il contatto con grandi civiltà esterne ed in particolare quelle europee ed ellenistico-romane. Dapprima gli scambi commerciali, poi il frazionamento degli stati post-alessandrini hanno certo recato ogni sorta di influssi nella vita materiale, nelle arti, nelle lettere e anche, probabilmente, nella sfera religiosa: non che lo spirito indiano abbia servilmente accettato ciò che proveniva dall'esterno, ma tale spinta debitamente assorbita, rimodellata, venne assimilata a moduli preesistenti creando un formidabile fermento creativo. Durante tale periodo l'India ebbe ad assistere alla redazione di alcune fra le più possenti opere della sua Letteratura: fra queste spiccano il Ramayana e il Mahabharata.
Di questo secondo può ben dirsi che sia il prodotto più importante del periodo: rappresenterà, infatti, la base concettuale di tutta la cultura induistica per vari secoli avvenire. In una delle centomila Çloka (Strofe) addirittura si giunge ad asserire che “il brahmano il quale conosca i quattro Veda con le scienze ausiliarie e le Upanishad, ma non conosca il Mahabharata, non può essere considerato sapiente”. Ed in effetti questo immenso romanzo, la cui lunghezza può essere paragonata a circa otto volte quella dell'Iliade e dell'Odissea messe insieme, appare come la rappresentazione tangibile di un passaggio, di un cambiamento epocale in atto, in cui l'antica sapienza di stampo sacerdotale espressa nei Veda è sul punto di essere soppiantata da “qualcosa” di più attinente alla Nuova Età il cui messaggio integrale è contenuto proprio nel Mahabharata. Il centro del romanzo è rappresentato dalle discordie che sorsero fra le due dinastie dei Kuruidi e dei Panduidi, dinastie legate da forti vincoli di parentela, che sfoceranno in una sanguinosa battaglia fratricida. Le due dinastie, la prima delle quali alla fine prevarrà, appaiono supportate, in verità fra alterne vicende, dagli influssi divini di Krsna (Çiva) e Indra (Visnu), arrivano a contendersi nella battaglia del Sacro Campo del Kurukshetra, il dominio sul Regno. Al principio della battaglia vera e propria si colloca la Bhagavadgita (Il Canto del Beato), in cui Krsna si manifesta Dio Supremo e rivela ad Arjuna, guerriero Ku
 
Quando la finanza è cardinale PDF Stampa E-mail
Scritto da Dagospia   
Lunedì 21 Giugno 2004 01:00

Un libro di Giancarlo Galli tratta della « finanza bianca » e svela i segreti di Angelo Caloia, banchiere del papa

Anche nelle date i due hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello Ior e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi.


Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto. La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.
L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori a ruota del bestseller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi della finanza laica caduti nelle loro mani o assediati.


Caloia è parte di questa finanza bianca, è da li che è v
 
ATTACCHI MEDIATICI PDF Stampa E-mail
Scritto da Nuovi Mondi Media   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

Da qualche tempo ormai soffro di quelli che io chiamo "attacchi mediatici". Tutti noi abbiamo sentito parlare degli "attacchi di vecchiaia", un'espressione usata per lo piu' dagli anziani quando improvvisamente hanno un vuoto di memoria. Non ci si ricorda piu' niente e l'anziano protesta: "E' un attacco di vecchiaia". Un attacco mediatico e' un po' diverso. Si verifica mentre leggi o ascolti le notizie. Sei inorridito e frustrato per i pregiudizi conservatori, l'evasivita', l'illogicita' e la vera e propria disinformazione. Non hai un vuoto mentale, semplicemente vorresti averlo.

di Michael Parenti

Da qualche tempo ormai soffro di quelli che io chiamo "attacchi mediatici". Tutti noi abbiamo sentito parlare degli "attacchi di vecchiaia", un'espressione usata per lo piu' dagli anziani quando improvvisamente hanno un vuoto di memoria. Non ci si ricorda piu' niente e l'anziano protesta: "E' un attacco di vecchiaia". Un attacco mediatico e' un po' diverso. Si verifica mentre leggi o ascolti le notizie. Sei inorridito e frustrato per i pregiudizi conservatori, l'evasivita', l'illogicita' e la vera e propria disinformazione. Non hai un vuoto mentale, semplicemente vorresti averlo.

Ricordo un attacco mediatico che mi ha colpito mentre ascoltavo un notiziario della BBC. Si presume che la BBC fornisca una trattazione delle notizie migliore di quella dei principali mezzi d'informazione statunitense. Di tanto in tanto trasmette servizi sull'Europa e il Terzo Mondo che difficilmente sarebbero ripresi dai conduttori di telegiornali negli Usa. E poi i giornalisti della BBC rivolgono domande scomode ai personaggi che intervistano, con un piglio critico raramente riscontrato nei giornalisti Usa. La verita' pero' e' che, quando si tratta di affrontare le questioni fondamentali del potere economico, del predominio delle multinazionali e della globalizzazione occidentale, i giornalisti e commentatori della BBC stanno attenti quanto i loro colleghi americani a non avventurarsi oltre certi parametri ortodossi.

Il recente pezzo della BBC che ha prodotto in me uno di questi attacchi mediatici era un servizio speciale sull'asma, che iniziava osservando che il numero delle persone che soffrono di quel disturbo sta aumentando al tasso allarmante del 50% ogni dieci anni. "Gli scienziati sono sconcertati", perche' "non ci sono spiegazioni facili", dice il commentatore. Un fattore e' la "predisposizione genetica". Si sente uno scienziato britannico affermare che, si', dietro l'asma c'e' sicuramente un fattore ereditario; tende a ricorrere nelle famiglie. Ma certo, mi dico, l'asma aumenta del 50% ogni dieci anni perche' la gente con una predisposizione genetica verso quell'affezione fa piu' sesso e ha piu' figli di tutti gli altri. Sento avvicinarsi un attacco mediatico.

Ci sono altri fattori che contribuiscono alla diffusione dell'asma, prosegue il commentatore, per esempio lo "stile di vita". E intervista un altro scienziato che conferma questa "scoperta scientifica". La gente mantiene piu' pulita la propria abitazione, usa l'aria condizionata e, in genere, si crea un ambiente di vita piu' asettico, spiega lo scienziato. Cio' significa che manca l'esposizione ai pollini, alla polvere e allo sporco dei bei tempi andati. Quindi, non ci si costruiscono le difese contro tali sostanze irritanti. Questi commenti mi fanno ripensare alla mia infanzia, quando vivevo vicino a un cantiere edile che per un'infinita' di mesi ha depositato ogni giorno nuvole di polvere sulla mia casetta. Anziche' diventare piu' resistente, ho sviluppato un'ipersensibilita' alla polvere e alla terra che non mi ha piu' abbandonato. e' proprio vero che l'esposizione a un ambiente tossico ci rende piu' forti? Co

 
La generazione che non si arrese PDF Stampa E-mail
Scritto da terradegliavi.org   
Mercoledì 16 Giugno 2004 01:00

Adriano Romualdi a trent'anni dalla scomparsa. La via rivoluzionaria alla Tradizione.

Invictis Victi Victuri

Gli Dei amano chi muore giovane, diceva l’antica saggezza.

Gli Dei amarono Adriano Romualdi, recidendone il filo rosso della vita terrena nel fiore degli anni, della virilità, dell’impegno intellettuale e politico.

Così agendo lo consegnarono alla Storia e alla memoria di noi posteri, condannati a vivere o, forse, sopravvivere fino a questa livida alba di sangue del Terzo Millennio cristiano.

Sono passati già più di trenta anni da quel giorno e siamo usciti dal clima delle pur doverose commemorazioni; che del resto si sono ridotte a qualche articolo ed a un paio di conferenze fatte da chi ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente e da chi, come il sottoscritto, conobbe il figlio di Pino Romualdi soltanto dai suoi scritti. Articoli e libri però che, come quelli di Evola e pochi altri, sepperoaprire alle menti e ai cuori di noi allor giovani lettori scenari inediti e visioni evocatorie.

Ci colpiva certo la sua cultura enciclopedica che spaziava dalla Storia al Mito, dagli studi sul retaggio indoeuropeo alle fredde, lucide eppur partecipi analisi dei grandi pensatori del passato e nostri contemporanei: Nietzsche, Evola, Günther.Una cultura che comunque nulla aveva a che spartire con quella “intellettualistica” di evolomani o nietzchiani che hanno continuato a pontificare ex cathedra, senza mai tradurre lo spessore culturale in prassi politica e/o esistenziale.Semplici chiosatori di opere di cui comprendevano tutto escluso lo Spirito che le animava.

Ci colpivano e un poco ci infastidivano le lunghe citazioni in tedesco non tradotte, perché allora non capivamo l’importanza di darsi una rinnovata forma mentis, anche attraverso la lingua, che contrastasse la pseudo-cultura impostaci dagli occupanti; prima di tutto proprio con l’inglese americanizzato e che oggi è materia obbli

 
Paneuropa. Geografia e storia di un’idea PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Mercoledì 16 Giugno 2004 01:00

Presentata nell’aula B della Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, a Roma, un’opera a più mani che indaga sullo stato e sull’avvenire dell’Europa. Europa che significa ? S’interroga uno degli autori.

Partiamo da un dato certo e parzialmente confortante: l’intellighentia s’interroga sul divenire europeo, ci crede, o prova a crederci e si dimostra trasversale al di là degli schieramenti preconcetti.

È quanto è emerso nel dibattito di mercoledì mattina nell’aula B della facoltà di Scienze Politiche in cui è stata presentata l’opera e, con essa, il suo coordinatore, Gianfranco Lizza, professore di Geografia politica ed economica presso la facoltà. Coautori: Sergio Balanino, Edoardo Boria, Giancarlo Giorgi, Emanuele Saltalamacchia, Paolo Sellari e Giuseppe Spezzaferro. Paneuropa è edito dalla Utet.

Il professor Lizza – che ha propagandato la rivista FP di derivazione del Cfr – ha presentato un’ipotesi di duopolio euro/americano sostenendo che una maggior forza al nostro continente darebbe più forza anche agli Usa.

Scettici in proposito i relatori, prof. Silvestri e prof. Spinelli che hanno fatto notare quanto gli americani ci mettano i bastoni tra le ruote, ci osservino in modo maniacale e, attualmente, ostacolino ogni cammino.

Le diverse scuole di pensiero dei due relatori non hanno impedito loro – e questo è il dato positivo – di concordare sui timori e sulle speranze e, soprattutto, di mostrare la convinzione della necessità di alimentare la vocazione all’Europa, una realtà in continuo divenire, per dirla alla Spezzaferro.

Il Viceministro agli esteri, Mancini, ha forse fatto il discorso più interessante. Con toni pacati ma fermi e tutt’altro che vaghi, Mancini ha sollevato la problematica americana ed ha caldeggiato un’emancipazione europea scartando di fatto la positività di un prolungato vassallaggio.

Quest’ultimo intervento, unitamente a quelli degli altri relatori, lascia intravedere la possibilità di una convergenza oggettiva, al di là dagli schieramenti elettorali, in una politica estera comune e coerente, così come accade in gran Bretagna ed in Francia da tempo immemorabile.

Che una politica estera italiana non possa prescindere da una compattezza europea e, soprattutto, da una visuale mediterranea, è evidente. Che non possa resuscitare se non viene ridotta l’ingerenza americana e quella del grande alleato mediterraneo del Pentagono è altrettanto chiaro.<

 
Nietzsche e l'evoluzionismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Lector   
Martedì 15 Giugno 2004 01:00

Enrico Goni, Nietzsche e l'evoluzionismo, Edizioni all'insegna del Veltro

E' significativo che questa ricerca di Enrico Goni sia preceduta dagli interventi di due scienziati (il genetista Giuseppe Sermonti e il paleontologo Roberto Fondi) che hanno messo autorevolmente in discussione, nelle sedi scientifiche, il dogma dell'evoluzione biologica delle specie. Mentre Sermonti indica in Nietzsche e Darwin "due volti della cristianità", in quanto "nel pensatore tedesco emerge il Cristo della passione" e "nello scienziato inglese si realizza il cristianesimo puritano, pietista e protestante "che verifica nel successo il favore di Dio", Fondi accentua ulteriormente la contrapposizione del tedesco e dell'inglese, in quanto l'evoluzionismo appare come una variante di quel mito del progresso obbligatorio e a senso unico che Nietzsche ha distrutto in maniera impietosa. Secondo Fondi, dunque, questo Nietzsche contra Darwin di Enrico Goni è "dignitoso, gradevole e particolarmente utile". Dignitoso, "in quanto le citazioni del filosofo sono scelte con cura e risultano più che sufficienti ad evidenziare il suo deciso distacco da un pensiero le cui radici andavano tenacemente abbarbicandosi nel terreno culturale europeo" Gradevole, "in quanto si presenta di lettura scorrevole e priva di intoppi". Utile, perché "contribuisce a mettere con le spalle al muro" quanti, pur senza aderire in toto a orientamenti di tipo progressista, tuttavia non riescono a sottrarsi al "fascino della mitologia darwiniana".

Ma Enrico Goni non si è limitato a studiare la posizione nietzschiana nei confronti Darwin; egli indaga anche il rapporto di Nietzsche con Spencer, sicché alla fine abbiamo un quadro completo del giudizio di Nietzsche in ordine all'evoluzionismo. Quest'ultimo viene visto dal filosofo come una applicazione, sul piano profano, di quella concezione lineare della storia che caratterizza il pensiero giudaico-cristiano. Ora, colui che ebbe la rivelazione dell'Eterno Ritorno poteva soltanto porsi in termini antagonisti nei confronti delle vedute di Darwin e di Nietzsche.

In tempi di commemorazioni più o meno ufficiali e, in particolare, di interessate ed equivoche "riletture" dell'opera nietzschiana, questo saggio si propone dunque come una rivendicazione dell'anima più autentica di tale opera. Va detto infine che, dato l'odierno clima intellettuale, ogni approfondimento dell'opera nietzschiana comporta una buona dose di coraggio, oltre che di intelligenza. Approfondire Nietzsche, infatti, significa sviluppare quei motivi del suo pensiero che sono così riassumibili: rifiuto della concezione lineare della storia e

 
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Scritto da Noeporter   
Venerdì 11 Giugno 2004 01:00

Sull'articolo/recensione "Il Principe Post-moderno"

La redazione di Noreporter ha ricevuto numerose segnalazioni circa la difficoltà a reperire informazioni sul libro "Il principe post-moderno" Ed. Il Mulino, metendone in dubbio l'atendibilità e la veridicità. La redazione, contattata la casa editrice e verificata l'inattendibilità della fonte ha prontamente rimosso la notizia pubblicata nella giornata di ieri. Noreporter.org, confermando il massimo impegno nella diffusione di un'informazione libera e trasparente,si scusa sentitamentecon l'utenza del sito e ringrazia quanti hanno collaborato con la redazione segnalandol'inattendibilità della notizia.
 
Julius Evola 1934-1951 PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Lombardo   
Mercoledì 09 Giugno 2004 01:00

Vita ed opera del filosofo tradizionalista nel periodo che va dalla stesura di “Rivolta contro il mondo moderno” a quella di “Gli uomini e le rovine”

1. La pubblicistica degli Anni '30 e la Rivolta contro il mondo moderno.

Le esperienze pubblicistiche degli Anni '20 e della prima metà dei '30 fecero notare Evola da più parti. Iniziò così la sua collaborazione a numerose testate dell'epoca, prime fra tutte "La vita italiana"1 di Giovanni Preziosi e "Il regime fascista" di Roberto Farinacci. Sul quotidiano del ras di Cremona, esponente del fascismo intransigente e squadristico, Evola dispose dal 1934 di una speciale pagina culturale quindicinale, che prese il nome di "Diorama filosofico"2. Su quelle pagine, per dieci anni, si alternarono alcune delle firme più prestigiose del conservatorismo aristocratico europeo dell'epoca (sir Ch. Petrie, il principe Rohan, O. Spann, E. Dodsworth, F. Everling, W. Stapel, W. Heinrich); inoltre contribuirono esponenti di spicco del pensiero tradizionalista (R. Guénon, G. De Giorgio), studiosi dell'antichità (tra cui lo storico della romanità Fr. Altheim), scrittori di grande fama (G. Benn, P. Valéry) e buona parte degli ex-collaboratori de "La Torre"3. Evola ricorda l'esperienza del "Diorama filosofico" in questi termini: "Fu, questo, un tentativo unico nel suo genere nell'ambiente del tempo. Fu anche un appello la cui risposta, nell'insieme, doveva però essere negativa"4. La causa di ciò, sempre secondo Evola, fu che "nel campo della cultura in senso proprio la "rivoluzione" fu uno scherzo. Per poter rappresentare la "cultura fascista" l'essenziale era essere iscritti al partito e tributare un omaggio formale e conformistico al Duce. Il resto, era più o meno indifferente"5. In un simile squallido panorama le pretese aristocratiche e tradizionali di Evola e del suo gruppo di collaboratori dovevano andare per necessità frustrate.

Dopo aver collaborato all'Enciclopedia Italiana sul finire degli Anni '206, nei tredici anni successivi l'attività pubblicistica di Evola si fece ancora più intensa. Vanno ricordati anche, tra gli altri, i numerosi scritti per "Il corriere padano" (quotidiano di Ferrara), "Bibliografia fascista"7, "Augustea", "Lo Stato"8, "La rivista del C.A.I."9 e, dal 1939, "La difesa della razza". Il suo pensiero andava in quegli anni facendosi sempre più radicalmente tradizionalista. Nel 1934 usciva quello che da molti è considerato il suo libro più importante e significativo, Rivolta contro il mondo moderno10, in cui esponeva una vera e propria visione metafisica della storia e della civiltà; si interessava inoltre di varî altri temi, come in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, del 1932, ne Il mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell'impero11, del 1937, e ne Il mito del sangue12, dello stesso anno.

Prima che l'argomento iniziasse a divenire una moda culturale a seguito dell'emanazione delle famose "leggi razziali" del 1938 (tema in quegli anni spesso affrontato senza la debita preparazione), Evola si occupò dello studio delle razze umane, formulando una singolare dottrina razziale incentrata sull'elemento spirituale. Partendo dalla tripartizione tradizionale dell'uomo in corpo, anima e spirito, egli evidenziava l'esistenza di altrettante razze, corrispondenti ai tre diversi livelli. In tale visione si possono di conseguenza delineare, gerarchicamente ordinati, un razzismo del corpo, uno dell'anima e uno dello spirito. Va in ogni caso precisato, con Adriano Romualdi, che "avrebbe

 
Sul problema di una Tradizione europea PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Lombardo   
Martedì 08 Giugno 2004 01:00

Rilettura di un saggio del compianto Adriano Romualdi. Un appello a riscoprire la potenza della Tradizione Europea, anche - con audacia archeofuturista - nei meandri della moidernità tecnologica.

Adriano Romualdi, Sul problema d'una Tradizione Europea, edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996, pp. 54.


Questo saggio di Adriano Romualdi, pubblicato ventitré anni dopo la sua prima edizione, è uno degli scritti più belli e pregnanti che il tradizionalismo italiano abbia prodotto nel dopoguerra, eccezion fatta, come ovvio, per gli scritti e i libri in genere di Julius Evola. In una breve ma alquanto completa sintesi, l'Autore ripercorre quella metafisica della storia già delineata nella seconda parte dell'evoliana Rivolta contro il Mondo Moderno, non mancando però di introdurre interessanti spunti nuovi ed elementi di comparazione infratradizionale.

Fine essenziale del lavoro, come sin dalle prime righe del suo saggio mostra chiaramente l'autore, è quello di ricondurre, nella temperie culturale e politica del tempo attuale, a una comune dimensione i termini di Europa e Tradizione, per restituire alla Tradizione europea e indeuropea il suo giusto carattere di guida spirituale e materiale che da millenni le spetta. E la tradizione indeuropea viene riesaminata, dall'India delle invasioni arie e dei Veda, alla Persia e ai suoi miti, sino all'Ellade e alla romanità, nei suoi cicli - prisco, augusteo, medievale e germanico - come portatrice di una superiore concezione, di contro al mondo dei "sostrati" che i primigeni invasori ebbero a conquistare e dominare. Romualdi individua nel rapporto simbolico tra toro e cervo la lotta di questi due principi: un elemento simboleggiando la forza primigenia e scatenata del caos, l'altro incarnante il simbolo rigenerato della vita in un senso superiore, imperniato sull'elemento-chiave da Romualdi giustamente individuato nella concezione metafisica dell'ordine, lo rta sanscrito, il kosmos greco, la ratio italica e romana, e ancora l'orlog germanico e l'ascia persiano. Si tratta di una concezione dell'armonia e dell'ordine che investe ogni dominio, spirituale e materiale, interiore ed esteriore, in una fusione che vuole la corrispondenza di realtà umana e divina. In questo equilibrio non si perde la funzione dell'uomo, che anzi proprio attraverso la sua volontà determina il corretto scandirsi del tempo, l'equilibrato armonizzarsi delle cose, il giusto rapporto gerarchico tra uomini nelle loro società. E' questa concezione a muovere eserciti e a provocare migrazioni di popoli, grandi guerre e grandi atti di sacrificio e di eroismo, a portare gli uomini a livelli di dedizione e di milizia che spesso trascendono dal piano semplicemente umano.

Il cristianesimo è visto come un fenomeno essenzialmente estraneo allo spirito indeuropeo. "Il pathos cristiano, questo miscuglio di sentimentalismo plebeo e di semitica magniloquenza, questo umanitarismo venato di isterismo escatologico, contraddice il gusto classico. I fumi d'incenso non riescono a dissimulare l'odore della gente piccola: per il romano distinto il gusto cristiano è una volgarità di fronte all'olimpicità di un Seneca o di un Marco Aurelio. Ma il cristianesimo seppe fondere in un unico crogiuolo tutti i fermenti anticlassici, anti-europei latenti nell'Impero, conferendo alla sua predicazione egualitaria un'altissima carica esplosiva". Il cristianesimo, insomma, rappresenta dal punto di vista tradizionale un momento di grandissima crisi e in ultima istanza il momento di "presa di potere" delle forze sovversive e antitradizionali sull'Europa. Si apre così l'oscura epoca della decadenza bizantina e del dominio dell'Oriente sull'Europa. Sino alla rivitalizzazione delle invasioni germaniche, parrebbe spento lo spirito europeo. Ma con la nascita del Sacro Romano Impero e l'importantissima unione di idee-chiave, da una

 
Evola: quello che ci resta PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giuli   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L'esistenza esemplare di Julius Evola insegna ancora oggi la durezza verso se stessi, la libertà aristocratica dello spirito, il disprezzo di un mondo in rovina, il rifiuto virile di ogni devozione dolciastra.

Anzitutto c¹è l¹esempio. Prima della teoria, prima della speculazione e
delle esegesi possibili. Così bisogna rispondere a chi, a trent¹anni dalla
scomparsa di Julius Evola, chiedesse cosa resta e cosa no del suo transito
terrestre. Perché la durata si misura nella presenza degli stati d¹animo e
il nome di Evola riesce ancora a evocare un indecidibile grado di potenza.
Temuto, frainteso, agognato. Comunque presente. Evola fu artista e mago,
filosofo e cultore partecipe del sacro, scalatore dionisiaco, ideologo
superfascista e teorico della razza, reazionario e libertino. Maestro di se
stesso lungo la via solitaria che costeggia l¹abisso e punta al picco degli
avvoltoi, dove abita una verità apollinea che resiste alla desolazione,
dacché il sorriso degli dèi si è autoesiliato lontano. Nietzschiano quanto
basta, Evola edificò una teoria dell¹individuo assoluto che vale come
formidabile viatico nell¹epoca in cui la verità risiede nel frammento. ³Non
sono nulla, posso tutto² è la sorgente taoista da cui balugina la consegna
del filosofo: superare oltrepassare lasciarsi alle spalle il prisma che
riflette i mille volti della personalità ordinaria. Lavorare sul proprio io,
metterlo alla prova, estenuarlo fino a che i riflessi molteplici delle sue
false vesti non siano corrosi da un moto che nasca dal profondo. In fondo è
questo il segreto banale della Grande Opera. Ciò che Evola assunse in via
sperimentale, prima di edificarci su un pensiero ritagliato nel fuoco della
Grande guerra, bagnato nelle acque corrosive dell¹avanguardia, intagliato
nella pietra dell¹atanòr alchemico.

Per molti, sopra tutto giovani, Evola è una curiosa specie di mantra
balbettato nelle sezioni politiche della destra. Un santino formato bignami
utile a berciare parole d¹ordine, poche e confuse, sulla base di estratti,
sunti, riepiloghi d¹occasione. Spesso è interdetta la lettura delle sue cose
più serie, titaniche, voluttuosamente trascinanti verso la resa dei conti
con se stessi. Invece è nella direzione in cui rischiamo di smarrirci, che
la salvezza si manifesta sotto l¹abito del sacrificio. E il sacrificio si
nutre di quotidiane scommesse e atti di coraggio. Quelli che portarono Evola
all¹ascesi più dura, a interrogare la sorte sotto il fragore del

 
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