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Lettere
Sul problema di una Tradizione europea PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Lombardo   
Martedì 08 Giugno 2004 01:00

Rilettura di un saggio del compianto Adriano Romualdi. Un appello a riscoprire la potenza della Tradizione Europea, anche - con audacia archeofuturista - nei meandri della moidernità tecnologica.

Adriano Romualdi, Sul problema d'una Tradizione Europea, edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996, pp. 54.


Questo saggio di Adriano Romualdi, pubblicato ventitré anni dopo la sua prima edizione, è uno degli scritti più belli e pregnanti che il tradizionalismo italiano abbia prodotto nel dopoguerra, eccezion fatta, come ovvio, per gli scritti e i libri in genere di Julius Evola. In una breve ma alquanto completa sintesi, l'Autore ripercorre quella metafisica della storia già delineata nella seconda parte dell'evoliana Rivolta contro il Mondo Moderno, non mancando però di introdurre interessanti spunti nuovi ed elementi di comparazione infratradizionale.

Fine essenziale del lavoro, come sin dalle prime righe del suo saggio mostra chiaramente l'autore, è quello di ricondurre, nella temperie culturale e politica del tempo attuale, a una comune dimensione i termini di Europa e Tradizione, per restituire alla Tradizione europea e indeuropea il suo giusto carattere di guida spirituale e materiale che da millenni le spetta. E la tradizione indeuropea viene riesaminata, dall'India delle invasioni arie e dei Veda, alla Persia e ai suoi miti, sino all'Ellade e alla romanità, nei suoi cicli - prisco, augusteo, medievale e germanico - come portatrice di una superiore concezione, di contro al mondo dei "sostrati" che i primigeni invasori ebbero a conquistare e dominare. Romualdi individua nel rapporto simbolico tra toro e cervo la lotta di questi due principi: un elemento simboleggiando la forza primigenia e scatenata del caos, l'altro incarnante il simbolo rigenerato della vita in un senso superiore, imperniato sull'elemento-chiave da Romualdi giustamente individuato nella concezione metafisica dell'ordine, lo rta sanscrito, il kosmos greco, la ratio italica e romana, e ancora l'orlog germanico e l'ascia persiano. Si tratta di una concezione dell'armonia e dell'ordine che investe ogni dominio, spirituale e materiale, interiore ed esteriore, in una fusione che vuole la corrispondenza di realtà umana e divina. In questo equilibrio non si perde la funzione dell'uomo, che anzi proprio attraverso la sua volontà determina il corretto scandirsi del tempo, l'equilibrato armonizzarsi delle cose, il giusto rapporto gerarchico tra uomini nelle loro società. E' questa concezione a muovere eserciti e a provocare migrazioni di popoli, grandi guerre e grandi atti di sacrificio e di eroismo, a portare gli uomini a livelli di dedizione e di milizia che spesso trascendono dal piano semplicemente umano.

Il cristianesimo è visto come un fenomeno essenzialmente estraneo allo spirito indeuropeo. "Il pathos cristiano, questo miscuglio di sentimentalismo plebeo e di semitica magniloquenza, questo umanitarismo venato di isterismo escatologico, contraddice il gusto classico. I fumi d'incenso non riescono a dissimulare l'odore della gente piccola: per il romano distinto il gusto cristiano è una volgarità di fronte all'olimpicità di un Seneca o di un Marco Aurelio. Ma il cristianesimo seppe fondere in un unico crogiuolo tutti i fermenti anticlassici, anti-europei latenti nell'Impero, conferendo alla sua predicazione egualitaria un'altissima carica esplosiva". Il cristianesimo, insomma, rappresenta dal punto di vista tradizionale un momento di grandissima crisi e in ultima istanza il momento di "presa di potere" delle forze sovversive e antitradizionali sull'Europa. Si apre così l'oscura epoca della decadenza bizantina e del dominio dell'Oriente sull'Europa. Sino alla rivitalizzazione delle invasioni germaniche, parrebbe spento lo spirito europeo. Ma con la nascita del Sacro Romano Impero e l'importantissima unione di idee-chiave, da una

 
Evola: quello che ci resta PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giuli   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L'esistenza esemplare di Julius Evola insegna ancora oggi la durezza verso se stessi, la libertà aristocratica dello spirito, il disprezzo di un mondo in rovina, il rifiuto virile di ogni devozione dolciastra.

Anzitutto c¹è l¹esempio. Prima della teoria, prima della speculazione e
delle esegesi possibili. Così bisogna rispondere a chi, a trent¹anni dalla
scomparsa di Julius Evola, chiedesse cosa resta e cosa no del suo transito
terrestre. Perché la durata si misura nella presenza degli stati d¹animo e
il nome di Evola riesce ancora a evocare un indecidibile grado di potenza.
Temuto, frainteso, agognato. Comunque presente. Evola fu artista e mago,
filosofo e cultore partecipe del sacro, scalatore dionisiaco, ideologo
superfascista e teorico della razza, reazionario e libertino. Maestro di se
stesso lungo la via solitaria che costeggia l¹abisso e punta al picco degli
avvoltoi, dove abita una verità apollinea che resiste alla desolazione,
dacché il sorriso degli dèi si è autoesiliato lontano. Nietzschiano quanto
basta, Evola edificò una teoria dell¹individuo assoluto che vale come
formidabile viatico nell¹epoca in cui la verità risiede nel frammento. ³Non
sono nulla, posso tutto² è la sorgente taoista da cui balugina la consegna
del filosofo: superare oltrepassare lasciarsi alle spalle il prisma che
riflette i mille volti della personalità ordinaria. Lavorare sul proprio io,
metterlo alla prova, estenuarlo fino a che i riflessi molteplici delle sue
false vesti non siano corrosi da un moto che nasca dal profondo. In fondo è
questo il segreto banale della Grande Opera. Ciò che Evola assunse in via
sperimentale, prima di edificarci su un pensiero ritagliato nel fuoco della
Grande guerra, bagnato nelle acque corrosive dell¹avanguardia, intagliato
nella pietra dell¹atanòr alchemico.

Per molti, sopra tutto giovani, Evola è una curiosa specie di mantra
balbettato nelle sezioni politiche della destra. Un santino formato bignami
utile a berciare parole d¹ordine, poche e confuse, sulla base di estratti,
sunti, riepiloghi d¹occasione. Spesso è interdetta la lettura delle sue cose
più serie, titaniche, voluttuosamente trascinanti verso la resa dei conti
con se stessi. Invece è nella direzione in cui rischiamo di smarrirci, che
la salvezza si manifesta sotto l¹abito del sacrificio. E il sacrificio si
nutre di quotidiane scommesse e atti di coraggio. Quelli che portarono Evola
all¹ascesi più dura, a interrogare la sorte sotto il fragore del

 
Guardia di Ferro, Al passo con l'Arcangelo. PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Pini   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

Cantus-incantus: quello stretto rapporto che le culture tradizionali stabiliscono tra il canto e l'evocazione di potenze spirituali ricompare in alcuni fenomeni storici recenti, fenomeni che uno studio di carattere puramente storiografico non riuscirebbe ad esaurire nel loro significato più genuino.

E' noto che l'azione del movimento legionario operante nella Romania tra le due guerre ebbe sotto diversi aspetti un carattere liturgico, tale da farci stupire del fatto che sia stato passato sotto silenzio in un'opera quale la Nazionalizzazione delle masse di George Mosse, che pure riguarda la liturgia dei movimenti politici di massa. Ebbene, nella liturgia di quel movimento popolare che fu la cosiddetta Guardia di Ferro, il canto ebbe un particolare rilievo, sicché questa raccolta di "ritmi legionari" costituisce un documento eloquentissimo per la conoscenza del movimento legionario romeno. Il libro in questione, infatti, è essenzialmente un "canzoniere" (vi figurano le traduzioni poetiche dei canti legionari, spartiti musicali, poesie - il tutto debitamente introdotto e commentato). Ma non è solo questo: il volume si apre con due saggi di considerevole interesse, che sono due testimonianze storiche di prima mano. Il primo saggio, dovuto al celebre compositore Ion Mânzatu, autore delle più popolari canzoni legionarie, rievoca le circostanze in cui prese forma il patrimonio musicale del movimento e sottolinea la funzione del canto quale veicolo di spiritualità, di entusiasmo, di fede, di sentimenti profondi. Il secondo è lo scritto di un noto poeta, militante della Guardia e paroliere dei più begli inni legionari, Radu Gyr, il quale racconta come nei momenti della lotta e della repressione la liturgia del canto rivelasse la propria forza trascinante e manifestasse una incomparabile efficacia nel contrastare la corrosione della sostanza umana e nell'infondere la speranza della vittoria.

Guardia di Ferro, Al passo con l'Arcangelo. Ritmi legionari, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 144,euro 12,00

 
L’Islam révolutionnaire PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlos   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

Sono gli Stati Uniti, bisogna rammentarlo, ad avere preso storicamente l’iniziativa di costruire e usare armi di distruzione di massa. Queste armi sono state sperimentate a Hiroshima e a Nagasaki contro delle popolazioni civili, proprio mentre lo stato maggiore giapponese offriva all’America una resa negoziata.

Ilich Ramírez Sánchez dit Carlos, L’Islam révolutionnaire, Éditions du Rocher, Monaco 2003, pp. 274, € 24,20

(…) È la libertà in marcia, l’avvento del regno democratico; per insegnare agli uomini a vivere, talvolta è utile, perfino necessario, cominciare con lo sterminarli. In questo, gli Stati Uniti non devono ricevere lezioni da nessuno… I genitori guardano con tenerezza – la gioventù passa presto, no? – i loro figli che vanno ad abbrutirsi col rock duro, con la techno e tutte le forme sonore della droga… Si divertono, e non si rendono conto che, in realtà, stanno assistendo a una tragedia… La televisione diffonde il culto sfrenato del sesso, della violenza e del dollaro. Le vostre televisioni scaricano continuamente le loro immondizie nel seno stesso delle vostre famiglie, mentre i vostri politicanti insorgono contro lo spettro di un ipotetico ritorno dell’ordine morale! Parlare di bene e di male è diventata un’incongruità, o meglio, un’oscenità. Denunciare il male, esaltare il bene nella sua oggettività, dire la verità di Dio, sono cose che vi fanno rabbrividire. Voi preferite barricarvi in casa per timore dei ladri, perché volete conservare una cosa sola, come il bene più prezioso, più prezioso dei vostri stessi figli scomparsi o violentati: la sola libertà di cui voi realmente dissoniate, la libertà di avvilirvi! E sia! Ma allora, siccome non avete più il coraggio di difendere i principi morali della legge naturale e divina, quella dei vostri padri, smettetela di piangere sulle vostre disgrazie. (p. 209)

La “liberazione” dell’Europa si è risolta con alcuni milioni di morti ad Est come ad Ovest, mentre i vinti venivano decimati dalla fame e dalle epidemie nei campi di concentramento riaperti dai “liberatori”. De Marenches spiega come Churchill abbia fatto deportare tra i ghiacci sovietici quasi due milioni e mezzo di uomini, donne e bambini, i quali hanno conosciuto la sorte che si può ben immaginare. Ecco gli eroi senza macchia della vostra storia. Una storia che bisognerà pur decidersi a riscrivere. (…) Il leggendario eroe della “liberazione”, il grand’uomo Churchill, dovrebbe forse avere il privilegio di un posto di prim’ordine nella lista dei grandi criminali della storia. Un posto che gli spetta di diritto, sia per la sua politica nel Vicino Oriente prima della guerra, sia per la distruzione delle città tedesche per mezzo delle bombe al fosforo. (p. 218-219)

 

L’ISLAM VISTO DA JULIUS EVOLA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L’inizio della fortuna dell’opera evoliana nel mondo islamico risale probabilmente agli inizi degli anni Novanta, allorché il filosofo musulmano di nazionalità azera Gejdar Dzemal (1), fondatore del Partito della Rinascita Islamica, curò per il primo canale della televisione russa una trasmissione dedicata a Julius Evola.

Nel 1993 Rivolta contro il mondo moderno veniva evocata, in un’intervista pubblicata dal n. 77 di “Éléments”, da un altro intellettuale musulmano: l’algerino Rachid Benaissa, allievo e continuatore di quel maître à penser della “rinascita dell’Islam” che è stato Malek Bennabi.

Nel 1994, per iniziativa di un professore di teologia islamica dell’Università di Marmara usciva ad Istanbul, presso la casa editrice Insan, un libro intitolato Modern Dünyaya Baskaldiri: era la traduzione turca di Rivolta contro il mondo moderno. La presentazione editoriale faceva espresso riferimento a René Guénon, un autore del quale sono apparse in turco, negli stessi anni, due opere di critica del mondo moderno: La crise du monde moderne (Modern Dünyanin Bunalimi, Agac, Istanbul) e Le règne de la quantité et les signes des temps (Niceligin egemenligi ve çagin alâmetleri, Iz, Istanbul).

Se alcuni ambienti musulmani hanno manifestato un certo interesse per l’opera di Evola, in quale misura Evola ha avuto conoscenza dell’Islam?

Il quadro della tradizione islamica tracciato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno non occupa più di un paio di pagine, ma presenta con sufficiente risalto quegli aspetti dell’Islam che nella prospettiva evoliana valgono a caratterizzarlo come “tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente” (2), vale a dire alla religione cristiana.

In primo luogo Evola fa notare come il simbolismo dell’Islam indichi chiaramente una riconnessione diretta con la Tradizione primordiale stessa, sicché l’Islam risulta indipendente dall’ebraismo e dal cristianesimo, religioni delle quali esso d’altronde respinge i temi peculiari: peccato originale, redenzione, mediazione sacerdotale eccetera. Leggiamo direttamente il brano evoliano:

Come

 
Attualità rivoluzionaria di Julius Evola PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Domenica 06 Giugno 2004 01:00

Malgrado le letture "edulcoranti" di certa destra piccolo-borghese, Julius Evola rimane un pensatore di potente attualità. Il suo più grande insegnamento: il male assoluto sono democrazia e liberalismo.

Altro che nouvelle philosophes o "pensiero debole": il vero politicamente antagonista, il vero trasgressivo, il vero e unico radicalmente alternativo è dalla parte opposta. Julius Evola, ancora lui. Più passa il tempo e più Evola esce dal suo ruolo di immobile icona: finalmente non è più solo il guru imbalsamato di una setta maledetta, idolatrato da immature fantasie o da cocciuti manipolatori d'immagine. Ma viene letto, studiato e criticato anche dall'intellettualità di "fuori-area", quella ufficiale, quella con le "carte in regola" e ben spalmata sulle tacite direttive del potere e del sottopotere. Più passa il tempo e più se ne comprende lo spessore di pensatore che riassume in sé non soltanto un'ideologia (anzi, più di una: fascismo, tradizionalismo, "rivoluzione conservatrice"…), ma anche intere epoche: non solo la sua, ma anche la nostra. E perfino le "sinistre", ormai a mani vuote di idee e di progetti, perfino le grandi concentrazioni editoriali inseritissime nel sistema, gira e rigira, ne parlano e ne scrivono. Di solito male, ma ne scrivono. Nonostante gli sforzi che alcuni "guardiani del faro" da tempo dispiegano per edulcorarlo, camuffarlo, liftarlo, al fine di renderlo presentabile alle "destre" perbeniste, moderate, borghesi, Evola se ne sta ancora ben fermo in piedi tra le rovine degli altri. Chirurghi plastici compresi.

Il barone non avrebbe gradito il lifting cui a ripetizione lo sottopongono taluni suoi non richiesti e petulantissimi allievi. Gli sarebbe invece piaciuto l'ultimo libro a lui dedicato, che dice le cose come stanno, senza livore né virginali rossori: A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri), scritto dallo storico torinese Francesco Cassata. Non essendo egli un evolomane, il suo non è un prodotto da beauty farm, ma un libro di storia. E, ciò che non guasta, un ottimo libro. Ne viene fuori la migliore e più puntuale delle analisi del pensiero di Evola, il quale ha subìto il dannato destino postumo di vedersi ad un tempo troppo venerato e troppo demonizzato. Inutile girarci intorno: dà terribilmente noia il suo razzismo, quasi che per apprezzare un autore e la sua importanza, dovessimo per forza condividerne tutte le idee oppure, addirittura, difenderlo da esse. Diciamo la verità, questo razzismo imbarazza da morire tutti coloro che vorrebbero fare di Evola un infallibile pontefice, mondo di "macchie". Ci si vergogna o ci si scandalizza - a seconda se si è di "destra" o di "sinistra" - di tutta una serie, una lunga serie, di scritti apertamente razzisti. Se dello "spirito" o del "corpo" non saprei, ma razzisti. Benedett'uomo, come ha potuto scrivere quelle cose? Adesso è durissima cercare di farne il santino della "destra" al potere, capirete… occorrono sforzi dialettici e virtuosismi esegetici di non facile soluzione… Ma per chi non è interessato a strattonare Evola per la giacca, per chi è interessato alla sua figura di solido pensatore e di intellettuale "interventista" complesso e di ottima lega, tutto questo non inquieta né ha importanza. I fatti sono fatti. E gli scritti sono scritti. Carta canta, come si dice. E la "carta" di Evola canta che è una bellezza. Per cui: prendere o lasciare.

Nell'introduzione, Cassata mette le cose in chiaro: "In realtà, il razzismo fascista non era soltanto 'spirituale' così come quello nazionalsocialista non era unicamente 'biologico'. Ed Evola, negli anni trenta e quaranta, non ha mai parlato di razzismo 'spirituale'. Preferiva definire la propria 'dottrina' in termini di razzismo 'totalitario' o 'tradizionale

 
Il libro nero del terrorismo americano PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Nell’Introduzione al libro di Dragos Kalajic Serbia, trincea d’Europa scrivevamo: “Se un giorno qualche storico di buona volontà dovesse compilare un Libro nero della democrazia liberale usando criteri analoghi a quelli seguiti dagli autori del Libro nero del comunismo, la somma delle vittime mietute dalle due massime democrazie mondiali, l’inglese e la statunitense, probabilmente non risulterebbe troppo inferiore a quei cento milioni di morti che la demagogia anticomunista ha addebitato a tutti i regimi comunisti messi assieme”.

Questa autocitazione era necessaria, perché assomiglia molto al Libro nero da noi auspicato quello che Mauro Pasquinelli si è provato a scrivere, confermando coi risultati della sua ricerca le nostre supposizioni.

Il Libro nero di Pasquinelli è un vero e proprio inventario dei crimini statunitensi. Partendo da una rievocazione del genocidio compiuto contro le popolazioni autoctone del Nordamerica tra il 1607 e il 1880, la rassegna del terrorismo internazionale statunitense prosegue attraverso una lunga serie di capitoli: Filippine 1899-1902, Il bombardamento di Dresda, Hiroshima e Nagasaki, Isole Marshall 1946-1968, Corea 1945-1953, Vietnam 1965-1975, Cambogia 1970-1989, Iran 1953-1988, Indonesia e Timor Est 1957-1999, Sudafrica 1960-1990, Congo 1960-1997, Angola 1975-2003, Guatemala 1953, Cile 1970-1976, Salvador 1978-1982, Nicaragua 1978-1999, Cuba 1959-2003, Haiti anni ’90, Grenada 1983, Panama 1989-2003, Beirut 1985, Sudan 1998, Magari-e Sharif 2001, Jugoslavia 1991-2003, Afghanistan 1978-2003, Israele, Palestina e Libano 1948-2003, Ruanda, Burundi e Congo 1994-2003.

L’elenco è completo. O quasi. Infatti Pasquinelli dimentica di registrare i crimini commessi dagli americani in Italia nel corso della seconda guerra mondiale, come i bombardamenti terroristici sulle popolazioni civili e sulle opere d’arte. Né viene fatta menzione dell’appoggio che gli angloamericani fornirono in Italia alle attività paramilitari dei collaborazionisti “partigiani”, anche se, come scrive Arturo Peregalli (L’altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-‘45 Graphos, Genova 1991), “l’accusa al movimento partigiano di essere inserito a pieno titolo nel fronte militare di guerra alleato ha avuto un evidente riscontro storico”. Infatti con la firma dei Protocolli di Roma gl’imperialisti atlantici stanziarono un finanziamento mensile di 160 milioni di lire (del valore di allora) a favore dei collaborazionisti antifascisti. Non si capisce, dunque, come l’autore possa affermare che “gli americani vedevano la resistenza partigiana come fumo negli occhi” e che, “se non fosse stato per la grande resistenza partigiana (…), il nostro continente si sarebbe trasformato in un grande protettorato americano” (p. 26). Certo, alla fine della guerra non tutto il continente diventò una colonia americana, ma mezza Europa sì.

Non è questo l’unico difetto del libro, che qua e là contiene altre pecche del genere, dovute per lo più ad una sorta di ingenua sudditanza nei confronti del conformismo “politicamente corretto”. Però, nonostante tutte le riserve che si possono fare sul risultato del lavoro di Pasquinelli, noi riteniamo che l’intenzione dell’autore debba essere positivamente apprezzata e che questa sua opera vada fatta circolare il più possibile. Insieme con altri libri analoghi, per esempio quelli di John Kleeves, essa fornisce tutti i dati necessari per una critica documentata articolata ai temi della propaganda americana.

 
Adriano Romualdi pensatore politicamente scorretto PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco de Turris   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Ricordo di Adriano Romualdi, l’intellettuale precocemente scomparso 31 anni fa senza aver fatto in tempo a completare l’opera di rivitalizzazione metapolitica di tutto l’ambiente umano neofascista che aveva brillantemente cominciato ad attuare

Se lo sono chiesto, ce lo siamo chiesto, me lo hanno chiesto nel 1983, nel 1993, nel 2003: che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbe detto, che avrebbe scritto, come si sarebbe comportato Adriano se fosse stato vivo?

Una domanda cui non è facile rispondere, anche per uno come me che della storia fatta con i “se” si occupa. Una domanda però che sottintende un senso di distacco, di privazione, ancora d’incredulità di fronte al suo destino, di sotterranea ammirazione per un uomo immaturamente e tragicamente scomparso a causa di un’imperscrutabile e terribile decisione del Fato (che nel 2000 ha voluto ripetersi con Marzio Tremaglia), anche da parte di chi non l’ha mai conosciuto se non, forse, attraverso i suoi scritti.

Adriano era della mia generazione, quella degli anni ’40, ma il primo di tutti essendo nato proprio nel 1940: oggi avrebbe avuto 63 anni, un signore di una certa età con sicuramente alle spalle molti libri, moltissimi articoli, forse anche una carriera universitaria.

Personalmente già mi sono posto l’interrogativo presentando il volume di tutti gli scritti di Adriano dedicati ad Evola (Su Evola, Fondazione Evola, 1998), ma oggi come oggi non riesco a pensare esattamente alla sua posizione rispetto alla politica odierna, se non che sarebbe stato intransigentemente all’opposizione di quella attualmente espressa dal partito erede del MSI, soprattutto sarebbe stato contro la sua politica non-culturale. Infatti, l’azione di Adriano fu sempre su questo piano che possiamo definire metapolitica, secondo gli insegnamenti evoliani. In tutti questi anni, se fosse vissuto, la sua importanza avrebbe potuto essere, nonostante alcune sue rigidità caratteriali, quella di un catalizzatore culturale: sarebbe diventato un’importante figura di riferimento, organizzatore e promotore d’iniziative, in polemica con l’ufficialità. Per semplice induzione sono quasi sicuro che avrebbe polemizzato con gli indirizzi presi, nella sua ultima fase, dalla Nuova Destra, e penso proprio che in qualche modo ambiguo avrebbero cercato d’incastrarlo, com’è successo a molti altri, durante gli anni del terrorismo e dello stragismo, in qualcosa di losco, di certo lontanissimo dal suo modo di pensare e dai suoi intenti. Era, infatti, una personalità di primo piano, anche per essere il figlio di Pino, uno dei fondatori del MSI ed alla fine vice-segretario, e si esponeva parlando e scrivendo: insomma poteva dare fastidio e per le sue idee e per essere una figura aggregatrice.

Era, proprio per quel suo scarto di pochi anni di età, un “fratello maggiore” (mi pare che la definizione sia di Maurizio Cabona), perché l’unico “maestro” della Destra italiana del dopoguerra, anche se non voleva essere chiamato così, era e rimane Julius Evola, di cui Adriano, per la lunga vicinanza e frequentazione, e per essere stato il primo a divulgarne ed interpretarne la “visione del mondo”, può considerarsi l’unico vero “allievo”. Come tale, come “fratello maggiore”, aiutò ed incoraggiò diversi di noi aprendoci le pagine de L’Italiano, uno dei mensili politico-culturali degli anni ’70, su cui si fecero le ossa in molti e dove si dibatterono argomenti oggi comuni ma che allora erano “nuovi” per la Destra ufficiale e del tutto trascurati: non solo cinema e narrativa contemporanea, ma anche fumetti, uso dei mass media, scienza, ecologia, letteratura fantastica, nuove tecnologie e nuove forme d’espressione, analisi della persuasione occulta, tendenze del costume italiano.

Una parte cospicua della storia della cosiddetta “destra pensante” si dovrà fare esaminando le pagine de L’Italiano soprattutto nel periodo in cui Adriano se n’occupò abbastanza direttamente, cioè negli anni della “contestazione”, fra il 1967 ed il 1973.

Era, in
 
I nostri begli anni di piombo PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Presentato a Parigi, nel quartiere latino, il libro di Gabriele Adinolfi, “Nos belles années de plomb”. Un saggio storico ed autobiografico sulla contestazione giovanile, la strategia della tensione e la lotta armata in Italia.

L’opera per metà contiene la traduzione di volumi già usciti in Italia (Noi Terza Posizione, La rivoluzione è come il vento). L’altra metà è stata scritta direttamente in francese per il pubblico transalpino e tratta gli scenari dell’Italia del dopoguerra: la Contestazione, Valle Giulia, il movimento ribelle, l’extraparlamentarismo rosso e nero, le rivolte meridionali (Avola, Reggio, Battipaglia). Affronta la strategia della tensione, dal Piano Solo alla "strage di Natale", lo stragismo, il ruolo delle lobbies occulte e dei servizi segreti italiani e internazionali. Vi è contenuta l’analisi delle principali organizzazioni di opposizione (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Lotta di popolo, Avanguardia Operaia,Lotta Continua, Autonomia Operaia) e delle formazioni armate (BR, Prima linea, Nap, Nar).

L’esilio in Francia e la situazione francese sono altri argomenti trattati nel libro che contiene anche una parte dedicata al presente ed al futuro in cui l’autore parla della metapolitica letteraria ed artistica, di Orion, delle Università d’estate, delle cooperative, della Guardia d’Onore, del progetto Polaris e delle Occupazioni Non Conformi.Il libro è corredato di foto storiche e recenti.

Per ulteriori dettagli

www.gabrieleadinolfi.it

 
Povera Europa! PDF Stampa E-mail
Scritto da Pierre Drieu la Rochelle   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

La versione integrale di un articolo di Pierre Drieu La Rochelle apparso su "Revolution Nationale" del 15 maggio 1944. Una lucida visione della decadenza della nostra civiltà si intreccia ad un accorato appello al socialismo europeo.

Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro. Vento asiatico, vento slavo, vento ebraico, vento americano. E non lo sai. Sarai morta senza saperlo. Questo perché non hai coscienza di te, o hai perso questa coscienza, o non l' hai ritrovata. Hai avuto una coscienza, ma ne hai perso man mano gli strumenti. Coscienza cristiana: coscienza per il papato, la Chiesa, i grandi ordini. Coscienza per l'espansione franca, per l'espansione germanica, per la feudalità, per l'Impero. Coscienza per l'arte francese, l'arte italiana, ancora l'arte francese, l'arte tedesca, l'arte inglese. Coscienza per i Rinascimenti, la Riforma, la Rivoluzione. Coscienza per la filosofia, la scienza. Coscienza per la monarchia, l'aristocrazia, la borghesia, il proletariato. Coscienza per il socialismo. Coscienza per la sofferenza del 1914-1918, coscienza per Ginevra. Coscienza per il fascismo e l'antifascismo, il comunismo e l'anticomunismo. Non hai ancora acquisito la tua nuova coscienza per l'internazionale delle nazioni, per la federazione delle tue potenze grandi e piccole che eleggevano una egemonia per l'unità del tuo socialismo. E, senza dubbio, l'acquisirai troppo tardi. Europa, tu che non sei un Impero, sei invasa da due Imperi. Quello russo e quello americano. Questi due Imperi vogliono la tua sconfitta e tu non lo sai. Addirittura, ti presti al gioco di questi imperi tramite le tue forze disgiunte. Molti europei sono partigiani dell'Impero russo e molti sono partigiani dell'Impero americano. Essi chiamano, con tutta la loro voce, lo spiegamento e l'esplosione della forza russa e della forza americana sull'Europa. Essi si rallegrano quando le orde asiatiche e slave entrano in Europa, nelle tue province di Romania e di Polonia, quando le flotte americane bombardano la patria delle tue patrie: l'Italia, dove, dopo lustri di decadimento, conservavi una delle tue più preziose e antiche immagini in quasi completa integrità fisica. Già dal 1941 una delle tue isole avanzate, l'Irlanda, era calpestata dagli americani e tu non te non te n'eri preoccupata. L'impero britannico era, nel mondo, una presenza dell'Europa (una compensazione al decentramento, alla stravaganza dell'Inghilterra fuori dall'Europa). Ora questo Impero è subordinato in maniera umiliante agli Imperi americano e russo. In America esso ha perduto quasi tutto ciò che vi aveva, in un certo senso in nome dell'Europa. E' una sconfitta e una umiliazione europea il fatto che le isole inglesi della costa americana siano occupate dalle guarnigioni americane; c'è da aggiungere che il Canada scivola nella versatilità americana. Risulta una minaccia per l'influenza europea nel mondo il fatto che le repubbliche sud-americane, così legate all'Europa, si pieghino sotto il giogo americano l'una dopo l'altra, e che anche l'Intelligence Service sia costretto, causa quel giogo, ad intrighi deboli e nascosti contro lo sbarco yankee. Stessa situazione nel Pacifico e in Asia, dove ciò che l'Inghilterra non ha ceduto ai giapponesi o ai cinesi, deve abbandonarlo alle iniziative difensive e offensive degli americani. Ed ecco che l'Inghilterra deve dividere con la Russia e con l'America anche l'Africa, il Vicino e il Medio-Oriente. Si può dire la stessa cosa per l'Impero francese, per l'Impero portoghese, per l'Impero spagnolo, per l'Impero olandese. E più di tutti gli altri europei, gli inglesi fanno i furieri degli americani e dei russi. Le isole britanniche, infatti dopo Guglielmo il conquistatore, sono affollate da milioni di americani ignoranti e sprezzanti. L'Inghilterra è occupata dagli extra-europei ancor prima che lo sia tutta l'Europa.

 

Ritratto di Savitri Devi PDF Stampa E-mail
Scritto da Réfléchir & Agir   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

L'esistenza esemplare di una moderna rappresentante della spiritualità indoeuropea, ispiratrice del nazionalismo indiano ed affascinata dalle rivoluzioni nazionali europee.

Maximiani Julia Portas, nota più tardi col nome di Savitri Devi, nacque a Lione il 30 settembre 1905 da una famiglia d’origine greca. Giovane molto promettente, Maximiani si distingue particolarmente negli studi. Dopo un corso di studi orientato verso le lingue (giovanissima padroneggerà l’italiano, il francese, l’inglese, e in seguito, il tedesco, l’islandese, il bengali e l’hindi) si appassiona ai testi basilari dell’antichità greco-romana in versione originale. Eccezionalmente eclettica, si appassiona anche allo studio della biologia. Dopo la laurea in Lettere del 1928 a Lione, si dedica anche a studi universitari di fisica e chimica (diplomi universitari in chimica nel 1930 e chimica biologica nel 1931) e nel 1935 ottiene il dottorato in Lettere. Sensibile all’eredità ellenica, affermerà qualche anno più tardi che la Grecia “ha rappresentato una civiltà di ferro, radicata nella verità; una civilizzazione che possedeva tutte le virtù del mondo antico e nessuna delle sue debolezze, tutte le realizzazioni tecniche della modernità senza l’ipocrisia, la meschinità e la miseria morale dell’età moderna”. (Pilgrimage).

Usando le sue competenze linguistiche, percorre il Medio-Oriente alla ricerca di una sopravvivenza reale della sacralità pagana delle origini. Durante un pellegrinaggio in “Terra Santa” rimette in discussione il Cristianesimo, “superstizione dell’uomo” antropocentrica e mortificante “religione di schiavi” a rimorchio d’Israele. Viene attratta da un panteismo “biocentrato” che ricerca a partire dalla feconda eredità di Ipazia, dell’imperatore Giuliano e di Widukind che avevano resistito al nuovo ordine religioso instaurato in Europa due millenni or sono dai settari seguaci di Cristo. Maximiani si stabilisce in India nel 1936 e prende il nome di Savitri Devi in onore delle brillanti anime solari venerate dall’Induismo. Portata dalla sua ricerca verso una spiritualità fondata su un’idea di una gerarchia naturale degli esseri e dei doveri, sarà in questa aryavarta – territorio degli ariani d’oriente – che lei cercherà le virtù che aveva ammirato nei libri: “Gli altri popoli hanno conservato la lista dei propri re e le rovine dei loro templi: hanno una storia. Ma hanno perduto la Tradizione dell’essenziale che l’India conserva”. (L’Etang aux lotus). Si presenta come pellegrina a Swami Satyananda presidente della Missione Indù. Questo movimento di riconquista identitaria e culturale si oppone ai guasti “caritatevoli” prodotti dalla guerra di sovversione condotta dai missionari cristiani che conoscono le basi dell’Induismo ma fanno un “commercio spirituale” della miseria indiana. Egli le spiega la sua visione del mondo, lei si dichiara “Pagana – che ha sempre rifiutato la conversione alla religione di Paolo di Tarso, circuita od imposta, della sua Europa natale -” ed afferma che “vuole lavorare per impedire che il solo ed ultimo paese ad aver mantenuto (almeno in parte) gli Dei ariani – l’India – segua l’esempio funesto dell’Occidente e cada, pure lui, sotto l’influenza spirituale ebraica” (Souvenirs et réflexions d’une aryenne).

 
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