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Lettere
L’ISLAM VISTO DA JULIUS EVOLA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L’inizio della fortuna dell’opera evoliana nel mondo islamico risale probabilmente agli inizi degli anni Novanta, allorché il filosofo musulmano di nazionalità azera Gejdar Dzemal (1), fondatore del Partito della Rinascita Islamica, curò per il primo canale della televisione russa una trasmissione dedicata a Julius Evola.

Nel 1993 Rivolta contro il mondo moderno veniva evocata, in un’intervista pubblicata dal n. 77 di “Éléments”, da un altro intellettuale musulmano: l’algerino Rachid Benaissa, allievo e continuatore di quel maître à penser della “rinascita dell’Islam” che è stato Malek Bennabi.

Nel 1994, per iniziativa di un professore di teologia islamica dell’Università di Marmara usciva ad Istanbul, presso la casa editrice Insan, un libro intitolato Modern Dünyaya Baskaldiri: era la traduzione turca di Rivolta contro il mondo moderno. La presentazione editoriale faceva espresso riferimento a René Guénon, un autore del quale sono apparse in turco, negli stessi anni, due opere di critica del mondo moderno: La crise du monde moderne (Modern Dünyanin Bunalimi, Agac, Istanbul) e Le règne de la quantité et les signes des temps (Niceligin egemenligi ve çagin alâmetleri, Iz, Istanbul).

Se alcuni ambienti musulmani hanno manifestato un certo interesse per l’opera di Evola, in quale misura Evola ha avuto conoscenza dell’Islam?

Il quadro della tradizione islamica tracciato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno non occupa più di un paio di pagine, ma presenta con sufficiente risalto quegli aspetti dell’Islam che nella prospettiva evoliana valgono a caratterizzarlo come “tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente” (2), vale a dire alla religione cristiana.

In primo luogo Evola fa notare come il simbolismo dell’Islam indichi chiaramente una riconnessione diretta con la Tradizione primordiale stessa, sicché l’Islam risulta indipendente dall’ebraismo e dal cristianesimo, religioni delle quali esso d’altronde respinge i temi peculiari: peccato originale, redenzione, mediazione sacerdotale eccetera. Leggiamo direttamente il brano evoliano:

Come

 
Attualità rivoluzionaria di Julius Evola PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Domenica 06 Giugno 2004 01:00

Malgrado le letture "edulcoranti" di certa destra piccolo-borghese, Julius Evola rimane un pensatore di potente attualità. Il suo più grande insegnamento: il male assoluto sono democrazia e liberalismo.

Altro che nouvelle philosophes o "pensiero debole": il vero politicamente antagonista, il vero trasgressivo, il vero e unico radicalmente alternativo è dalla parte opposta. Julius Evola, ancora lui. Più passa il tempo e più Evola esce dal suo ruolo di immobile icona: finalmente non è più solo il guru imbalsamato di una setta maledetta, idolatrato da immature fantasie o da cocciuti manipolatori d'immagine. Ma viene letto, studiato e criticato anche dall'intellettualità di "fuori-area", quella ufficiale, quella con le "carte in regola" e ben spalmata sulle tacite direttive del potere e del sottopotere. Più passa il tempo e più se ne comprende lo spessore di pensatore che riassume in sé non soltanto un'ideologia (anzi, più di una: fascismo, tradizionalismo, "rivoluzione conservatrice"…), ma anche intere epoche: non solo la sua, ma anche la nostra. E perfino le "sinistre", ormai a mani vuote di idee e di progetti, perfino le grandi concentrazioni editoriali inseritissime nel sistema, gira e rigira, ne parlano e ne scrivono. Di solito male, ma ne scrivono. Nonostante gli sforzi che alcuni "guardiani del faro" da tempo dispiegano per edulcorarlo, camuffarlo, liftarlo, al fine di renderlo presentabile alle "destre" perbeniste, moderate, borghesi, Evola se ne sta ancora ben fermo in piedi tra le rovine degli altri. Chirurghi plastici compresi.

Il barone non avrebbe gradito il lifting cui a ripetizione lo sottopongono taluni suoi non richiesti e petulantissimi allievi. Gli sarebbe invece piaciuto l'ultimo libro a lui dedicato, che dice le cose come stanno, senza livore né virginali rossori: A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri), scritto dallo storico torinese Francesco Cassata. Non essendo egli un evolomane, il suo non è un prodotto da beauty farm, ma un libro di storia. E, ciò che non guasta, un ottimo libro. Ne viene fuori la migliore e più puntuale delle analisi del pensiero di Evola, il quale ha subìto il dannato destino postumo di vedersi ad un tempo troppo venerato e troppo demonizzato. Inutile girarci intorno: dà terribilmente noia il suo razzismo, quasi che per apprezzare un autore e la sua importanza, dovessimo per forza condividerne tutte le idee oppure, addirittura, difenderlo da esse. Diciamo la verità, questo razzismo imbarazza da morire tutti coloro che vorrebbero fare di Evola un infallibile pontefice, mondo di "macchie". Ci si vergogna o ci si scandalizza - a seconda se si è di "destra" o di "sinistra" - di tutta una serie, una lunga serie, di scritti apertamente razzisti. Se dello "spirito" o del "corpo" non saprei, ma razzisti. Benedett'uomo, come ha potuto scrivere quelle cose? Adesso è durissima cercare di farne il santino della "destra" al potere, capirete… occorrono sforzi dialettici e virtuosismi esegetici di non facile soluzione… Ma per chi non è interessato a strattonare Evola per la giacca, per chi è interessato alla sua figura di solido pensatore e di intellettuale "interventista" complesso e di ottima lega, tutto questo non inquieta né ha importanza. I fatti sono fatti. E gli scritti sono scritti. Carta canta, come si dice. E la "carta" di Evola canta che è una bellezza. Per cui: prendere o lasciare.

Nell'introduzione, Cassata mette le cose in chiaro: "In realtà, il razzismo fascista non era soltanto 'spirituale' così come quello nazionalsocialista non era unicamente 'biologico'. Ed Evola, negli anni trenta e quaranta, non ha mai parlato di razzismo 'spirituale'. Preferiva definire la propria 'dottrina' in termini di razzismo 'totalitario' o 'tradizionale

 
Il libro nero del terrorismo americano PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Nell’Introduzione al libro di Dragos Kalajic Serbia, trincea d’Europa scrivevamo: “Se un giorno qualche storico di buona volontà dovesse compilare un Libro nero della democrazia liberale usando criteri analoghi a quelli seguiti dagli autori del Libro nero del comunismo, la somma delle vittime mietute dalle due massime democrazie mondiali, l’inglese e la statunitense, probabilmente non risulterebbe troppo inferiore a quei cento milioni di morti che la demagogia anticomunista ha addebitato a tutti i regimi comunisti messi assieme”.

Questa autocitazione era necessaria, perché assomiglia molto al Libro nero da noi auspicato quello che Mauro Pasquinelli si è provato a scrivere, confermando coi risultati della sua ricerca le nostre supposizioni.

Il Libro nero di Pasquinelli è un vero e proprio inventario dei crimini statunitensi. Partendo da una rievocazione del genocidio compiuto contro le popolazioni autoctone del Nordamerica tra il 1607 e il 1880, la rassegna del terrorismo internazionale statunitense prosegue attraverso una lunga serie di capitoli: Filippine 1899-1902, Il bombardamento di Dresda, Hiroshima e Nagasaki, Isole Marshall 1946-1968, Corea 1945-1953, Vietnam 1965-1975, Cambogia 1970-1989, Iran 1953-1988, Indonesia e Timor Est 1957-1999, Sudafrica 1960-1990, Congo 1960-1997, Angola 1975-2003, Guatemala 1953, Cile 1970-1976, Salvador 1978-1982, Nicaragua 1978-1999, Cuba 1959-2003, Haiti anni ’90, Grenada 1983, Panama 1989-2003, Beirut 1985, Sudan 1998, Magari-e Sharif 2001, Jugoslavia 1991-2003, Afghanistan 1978-2003, Israele, Palestina e Libano 1948-2003, Ruanda, Burundi e Congo 1994-2003.

L’elenco è completo. O quasi. Infatti Pasquinelli dimentica di registrare i crimini commessi dagli americani in Italia nel corso della seconda guerra mondiale, come i bombardamenti terroristici sulle popolazioni civili e sulle opere d’arte. Né viene fatta menzione dell’appoggio che gli angloamericani fornirono in Italia alle attività paramilitari dei collaborazionisti “partigiani”, anche se, come scrive Arturo Peregalli (L’altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-‘45 Graphos, Genova 1991), “l’accusa al movimento partigiano di essere inserito a pieno titolo nel fronte militare di guerra alleato ha avuto un evidente riscontro storico”. Infatti con la firma dei Protocolli di Roma gl’imperialisti atlantici stanziarono un finanziamento mensile di 160 milioni di lire (del valore di allora) a favore dei collaborazionisti antifascisti. Non si capisce, dunque, come l’autore possa affermare che “gli americani vedevano la resistenza partigiana come fumo negli occhi” e che, “se non fosse stato per la grande resistenza partigiana (…), il nostro continente si sarebbe trasformato in un grande protettorato americano” (p. 26). Certo, alla fine della guerra non tutto il continente diventò una colonia americana, ma mezza Europa sì.

Non è questo l’unico difetto del libro, che qua e là contiene altre pecche del genere, dovute per lo più ad una sorta di ingenua sudditanza nei confronti del conformismo “politicamente corretto”. Però, nonostante tutte le riserve che si possono fare sul risultato del lavoro di Pasquinelli, noi riteniamo che l’intenzione dell’autore debba essere positivamente apprezzata e che questa sua opera vada fatta circolare il più possibile. Insieme con altri libri analoghi, per esempio quelli di John Kleeves, essa fornisce tutti i dati necessari per una critica documentata articolata ai temi della propaganda americana.

 
Adriano Romualdi pensatore politicamente scorretto PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco de Turris   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Ricordo di Adriano Romualdi, l’intellettuale precocemente scomparso 31 anni fa senza aver fatto in tempo a completare l’opera di rivitalizzazione metapolitica di tutto l’ambiente umano neofascista che aveva brillantemente cominciato ad attuare

Se lo sono chiesto, ce lo siamo chiesto, me lo hanno chiesto nel 1983, nel 1993, nel 2003: che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbe detto, che avrebbe scritto, come si sarebbe comportato Adriano se fosse stato vivo?

Una domanda cui non è facile rispondere, anche per uno come me che della storia fatta con i “se” si occupa. Una domanda però che sottintende un senso di distacco, di privazione, ancora d’incredulità di fronte al suo destino, di sotterranea ammirazione per un uomo immaturamente e tragicamente scomparso a causa di un’imperscrutabile e terribile decisione del Fato (che nel 2000 ha voluto ripetersi con Marzio Tremaglia), anche da parte di chi non l’ha mai conosciuto se non, forse, attraverso i suoi scritti.

Adriano era della mia generazione, quella degli anni ’40, ma il primo di tutti essendo nato proprio nel 1940: oggi avrebbe avuto 63 anni, un signore di una certa età con sicuramente alle spalle molti libri, moltissimi articoli, forse anche una carriera universitaria.

Personalmente già mi sono posto l’interrogativo presentando il volume di tutti gli scritti di Adriano dedicati ad Evola (Su Evola, Fondazione Evola, 1998), ma oggi come oggi non riesco a pensare esattamente alla sua posizione rispetto alla politica odierna, se non che sarebbe stato intransigentemente all’opposizione di quella attualmente espressa dal partito erede del MSI, soprattutto sarebbe stato contro la sua politica non-culturale. Infatti, l’azione di Adriano fu sempre su questo piano che possiamo definire metapolitica, secondo gli insegnamenti evoliani. In tutti questi anni, se fosse vissuto, la sua importanza avrebbe potuto essere, nonostante alcune sue rigidità caratteriali, quella di un catalizzatore culturale: sarebbe diventato un’importante figura di riferimento, organizzatore e promotore d’iniziative, in polemica con l’ufficialità. Per semplice induzione sono quasi sicuro che avrebbe polemizzato con gli indirizzi presi, nella sua ultima fase, dalla Nuova Destra, e penso proprio che in qualche modo ambiguo avrebbero cercato d’incastrarlo, com’è successo a molti altri, durante gli anni del terrorismo e dello stragismo, in qualcosa di losco, di certo lontanissimo dal suo modo di pensare e dai suoi intenti. Era, infatti, una personalità di primo piano, anche per essere il figlio di Pino, uno dei fondatori del MSI ed alla fine vice-segretario, e si esponeva parlando e scrivendo: insomma poteva dare fastidio e per le sue idee e per essere una figura aggregatrice.

Era, proprio per quel suo scarto di pochi anni di età, un “fratello maggiore” (mi pare che la definizione sia di Maurizio Cabona), perché l’unico “maestro” della Destra italiana del dopoguerra, anche se non voleva essere chiamato così, era e rimane Julius Evola, di cui Adriano, per la lunga vicinanza e frequentazione, e per essere stato il primo a divulgarne ed interpretarne la “visione del mondo”, può considerarsi l’unico vero “allievo”. Come tale, come “fratello maggiore”, aiutò ed incoraggiò diversi di noi aprendoci le pagine de L’Italiano, uno dei mensili politico-culturali degli anni ’70, su cui si fecero le ossa in molti e dove si dibatterono argomenti oggi comuni ma che allora erano “nuovi” per la Destra ufficiale e del tutto trascurati: non solo cinema e narrativa contemporanea, ma anche fumetti, uso dei mass media, scienza, ecologia, letteratura fantastica, nuove tecnologie e nuove forme d’espressione, analisi della persuasione occulta, tendenze del costume italiano.

Una parte cospicua della storia della cosiddetta “destra pensante” si dovrà fare esaminando le pagine de L’Italiano soprattutto nel periodo in cui Adriano se n’occupò abbastanza direttamente, cioè negli anni della “contestazione”, fra il 1967 ed il 1973.

Era, in
 
I nostri begli anni di piombo PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Presentato a Parigi, nel quartiere latino, il libro di Gabriele Adinolfi, “Nos belles années de plomb”. Un saggio storico ed autobiografico sulla contestazione giovanile, la strategia della tensione e la lotta armata in Italia.

L’opera per metà contiene la traduzione di volumi già usciti in Italia (Noi Terza Posizione, La rivoluzione è come il vento). L’altra metà è stata scritta direttamente in francese per il pubblico transalpino e tratta gli scenari dell’Italia del dopoguerra: la Contestazione, Valle Giulia, il movimento ribelle, l’extraparlamentarismo rosso e nero, le rivolte meridionali (Avola, Reggio, Battipaglia). Affronta la strategia della tensione, dal Piano Solo alla "strage di Natale", lo stragismo, il ruolo delle lobbies occulte e dei servizi segreti italiani e internazionali. Vi è contenuta l’analisi delle principali organizzazioni di opposizione (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Lotta di popolo, Avanguardia Operaia,Lotta Continua, Autonomia Operaia) e delle formazioni armate (BR, Prima linea, Nap, Nar).

L’esilio in Francia e la situazione francese sono altri argomenti trattati nel libro che contiene anche una parte dedicata al presente ed al futuro in cui l’autore parla della metapolitica letteraria ed artistica, di Orion, delle Università d’estate, delle cooperative, della Guardia d’Onore, del progetto Polaris e delle Occupazioni Non Conformi.Il libro è corredato di foto storiche e recenti.

Per ulteriori dettagli

www.gabrieleadinolfi.it

 
Povera Europa! PDF Stampa E-mail
Scritto da Pierre Drieu la Rochelle   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

La versione integrale di un articolo di Pierre Drieu La Rochelle apparso su "Revolution Nationale" del 15 maggio 1944. Una lucida visione della decadenza della nostra civiltà si intreccia ad un accorato appello al socialismo europeo.

Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro. Vento asiatico, vento slavo, vento ebraico, vento americano. E non lo sai. Sarai morta senza saperlo. Questo perché non hai coscienza di te, o hai perso questa coscienza, o non l' hai ritrovata. Hai avuto una coscienza, ma ne hai perso man mano gli strumenti. Coscienza cristiana: coscienza per il papato, la Chiesa, i grandi ordini. Coscienza per l'espansione franca, per l'espansione germanica, per la feudalità, per l'Impero. Coscienza per l'arte francese, l'arte italiana, ancora l'arte francese, l'arte tedesca, l'arte inglese. Coscienza per i Rinascimenti, la Riforma, la Rivoluzione. Coscienza per la filosofia, la scienza. Coscienza per la monarchia, l'aristocrazia, la borghesia, il proletariato. Coscienza per il socialismo. Coscienza per la sofferenza del 1914-1918, coscienza per Ginevra. Coscienza per il fascismo e l'antifascismo, il comunismo e l'anticomunismo. Non hai ancora acquisito la tua nuova coscienza per l'internazionale delle nazioni, per la federazione delle tue potenze grandi e piccole che eleggevano una egemonia per l'unità del tuo socialismo. E, senza dubbio, l'acquisirai troppo tardi. Europa, tu che non sei un Impero, sei invasa da due Imperi. Quello russo e quello americano. Questi due Imperi vogliono la tua sconfitta e tu non lo sai. Addirittura, ti presti al gioco di questi imperi tramite le tue forze disgiunte. Molti europei sono partigiani dell'Impero russo e molti sono partigiani dell'Impero americano. Essi chiamano, con tutta la loro voce, lo spiegamento e l'esplosione della forza russa e della forza americana sull'Europa. Essi si rallegrano quando le orde asiatiche e slave entrano in Europa, nelle tue province di Romania e di Polonia, quando le flotte americane bombardano la patria delle tue patrie: l'Italia, dove, dopo lustri di decadimento, conservavi una delle tue più preziose e antiche immagini in quasi completa integrità fisica. Già dal 1941 una delle tue isole avanzate, l'Irlanda, era calpestata dagli americani e tu non te non te n'eri preoccupata. L'impero britannico era, nel mondo, una presenza dell'Europa (una compensazione al decentramento, alla stravaganza dell'Inghilterra fuori dall'Europa). Ora questo Impero è subordinato in maniera umiliante agli Imperi americano e russo. In America esso ha perduto quasi tutto ciò che vi aveva, in un certo senso in nome dell'Europa. E' una sconfitta e una umiliazione europea il fatto che le isole inglesi della costa americana siano occupate dalle guarnigioni americane; c'è da aggiungere che il Canada scivola nella versatilità americana. Risulta una minaccia per l'influenza europea nel mondo il fatto che le repubbliche sud-americane, così legate all'Europa, si pieghino sotto il giogo americano l'una dopo l'altra, e che anche l'Intelligence Service sia costretto, causa quel giogo, ad intrighi deboli e nascosti contro lo sbarco yankee. Stessa situazione nel Pacifico e in Asia, dove ciò che l'Inghilterra non ha ceduto ai giapponesi o ai cinesi, deve abbandonarlo alle iniziative difensive e offensive degli americani. Ed ecco che l'Inghilterra deve dividere con la Russia e con l'America anche l'Africa, il Vicino e il Medio-Oriente. Si può dire la stessa cosa per l'Impero francese, per l'Impero portoghese, per l'Impero spagnolo, per l'Impero olandese. E più di tutti gli altri europei, gli inglesi fanno i furieri degli americani e dei russi. Le isole britanniche, infatti dopo Guglielmo il conquistatore, sono affollate da milioni di americani ignoranti e sprezzanti. L'Inghilterra è occupata dagli extra-europei ancor prima che lo sia tutta l'Europa.

 

Ritratto di Savitri Devi PDF Stampa E-mail
Scritto da Réfléchir & Agir   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

L'esistenza esemplare di una moderna rappresentante della spiritualità indoeuropea, ispiratrice del nazionalismo indiano ed affascinata dalle rivoluzioni nazionali europee.

Maximiani Julia Portas, nota più tardi col nome di Savitri Devi, nacque a Lione il 30 settembre 1905 da una famiglia d’origine greca. Giovane molto promettente, Maximiani si distingue particolarmente negli studi. Dopo un corso di studi orientato verso le lingue (giovanissima padroneggerà l’italiano, il francese, l’inglese, e in seguito, il tedesco, l’islandese, il bengali e l’hindi) si appassiona ai testi basilari dell’antichità greco-romana in versione originale. Eccezionalmente eclettica, si appassiona anche allo studio della biologia. Dopo la laurea in Lettere del 1928 a Lione, si dedica anche a studi universitari di fisica e chimica (diplomi universitari in chimica nel 1930 e chimica biologica nel 1931) e nel 1935 ottiene il dottorato in Lettere. Sensibile all’eredità ellenica, affermerà qualche anno più tardi che la Grecia “ha rappresentato una civiltà di ferro, radicata nella verità; una civilizzazione che possedeva tutte le virtù del mondo antico e nessuna delle sue debolezze, tutte le realizzazioni tecniche della modernità senza l’ipocrisia, la meschinità e la miseria morale dell’età moderna”. (Pilgrimage).

Usando le sue competenze linguistiche, percorre il Medio-Oriente alla ricerca di una sopravvivenza reale della sacralità pagana delle origini. Durante un pellegrinaggio in “Terra Santa” rimette in discussione il Cristianesimo, “superstizione dell’uomo” antropocentrica e mortificante “religione di schiavi” a rimorchio d’Israele. Viene attratta da un panteismo “biocentrato” che ricerca a partire dalla feconda eredità di Ipazia, dell’imperatore Giuliano e di Widukind che avevano resistito al nuovo ordine religioso instaurato in Europa due millenni or sono dai settari seguaci di Cristo. Maximiani si stabilisce in India nel 1936 e prende il nome di Savitri Devi in onore delle brillanti anime solari venerate dall’Induismo. Portata dalla sua ricerca verso una spiritualità fondata su un’idea di una gerarchia naturale degli esseri e dei doveri, sarà in questa aryavarta – territorio degli ariani d’oriente – che lei cercherà le virtù che aveva ammirato nei libri: “Gli altri popoli hanno conservato la lista dei propri re e le rovine dei loro templi: hanno una storia. Ma hanno perduto la Tradizione dell’essenziale che l’India conserva”. (L’Etang aux lotus). Si presenta come pellegrina a Swami Satyananda presidente della Missione Indù. Questo movimento di riconquista identitaria e culturale si oppone ai guasti “caritatevoli” prodotti dalla guerra di sovversione condotta dai missionari cristiani che conoscono le basi dell’Induismo ma fanno un “commercio spirituale” della miseria indiana. Egli le spiega la sua visione del mondo, lei si dichiara “Pagana – che ha sempre rifiutato la conversione alla religione di Paolo di Tarso, circuita od imposta, della sua Europa natale -” ed afferma che “vuole lavorare per impedire che il solo ed ultimo paese ad aver mantenuto (almeno in parte) gli Dei ariani – l’India – segua l’esempio funesto dell’Occidente e cada, pure lui, sotto l’influenza spirituale ebraica” (Souvenirs et réflexions d’une aryenne).

 
Un non intellettuale pitagorico PDF Stampa E-mail
Scritto da Custos Legis   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

“L’intuizione dell’assoluta identità, che trascende ogni conoscere, non è considerata come atto intellettivo…”

Pensavamo che dopo l’uscita de Il Figlio del Sole,vita e opere di Arturo Reghini filosofo e matematico, Ignis, 2003 l’era della disinformazione denigratoria che in passato ha affollato la pubblicistica reghiniana fosse terminata.

Quel che dispiace e duole è che il volume “Arturo Reghini, un intellettuale neo-pitagorico tra massoneria e fascismo” di Natale Mario di Luca, un volume uscito dalla penna di uno scrittore massonico, di un cosiddetto fratello, conferma il sospetto che le maggiori incomprensioni R. le abbia raccolte e continui a raccoglierle proprio nella famiglia massonica, in quell’ istituzione cioè che egli cercò invano di correggere e di restituire ai suoi principi tradizionali.

Contestiamo nella maniera più assoluta, prima di ogni altra cosa, che Reghini possa essere classificato come un “intellettuale neo-pitagorico”: discordiamo pienamente da questa definizione basandoci sulle conoscenze dirette e approfondite che abbiamo dell’opera reghiniana. La qualifica che più gli si appropria e che più di ogni altra gli si attaglia è quella e solo quella di “filosofo pitagorico” nell’accezione classica che davano a questa definizione Aristotile e Dante.

La professione di docente universitario non autorizza l’autore a infiocchettare il suo libro con frasi e parole (neo-pitagorico – intellettuale) che possono incantare un lettore superficialmente dotato, ma non chi al pitagorismo e alla filosofia pitagorica ha dedicato anni di studio e di approfondimento. E poiché i tempi moderni si allontanano sempre più dalle sorgenti spirituali del nostro passato, la massoneria e gli scrittori massonici non fanno altro che assecondare e in taluni casi a incoraggiare con il loro spirito tipicamente settario e pseudo-esoterico i tempi che viviamo e il superficialismo dei tempi moderni.

La parola intelletto infatti, nel Dizionario Filologico ricavato dall’opera reghiniana al quale stiamo lavorando, ha il significato di una funzione propria della mente che nel tendere in direzione di qualcosa lega questo qualcosa attraverso l’azione in sé. Se uniamo la parola “intellettuale” al “neo-pitagorico” otteniamo un qualcosa che nella mente di Reghini non è mai esistito, poiché egli fu estremamente critico durante tutta la vita nei confronti di tutti i neo-pitagorismi che affollavano l’esoterismo (compreso quello massonico) nostrano e straniero.(Vedasi la rubrica “Associazioni Vecchie e Nuove” sulla rivista Atanor).

 
La cinepresa di Arianna. PDF Stampa E-mail
Scritto da All'insegna del veltro   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Nell'era della "postmodernità " e del "pensiero debole", inoltrarsi nel mondo dei fenomeni sociali per cercare di comprendere l'intima realtà che li genera è impresa difficile, epica, quasi... mitica.

Nell'era della "postmodernità" e del "pensiero debole", in una cultura che si espande solo in superficie, inoltrarsi nel mondo dei fenomeni sociali per compararli e cercare di comprendere l'intima realtà che li genera è impresa difficile, epica, quasi... mitica.
Ciononostante Antonio Cioffi, armato della sola evidenza del «riaffiorare nella compagine della nostra sociocultura di prassi comportamentali appartenenti in origine a civiltà che alla loro base ponevano il mito», si è¨ coraggiosamente avventurato nel labirinto della "cultura a mosaico" contemporanea, per individuare nei corridoi e nei vicoli ciechi della comunicazione di massa le tracce di quella che un tempo doveva essere stata una presenza reale, e quindi utilizzarle come mezzo per comprendere la struttura stessa del labirinto e trovarne così¬ il centro e l'abitatore.
Il saggio si articola in due parti: nella prima, di carattere più generale, si prendono in esame le manipolazioni del mito effettuate negli ambiti più diversi della cultura di massa (pubblicità, videomusica ecc.); nella seconda, l'attenzione si focalizza su quel fenomeno di sempre più vaste dimensioni che è¨ il cinema fantasy e horror. è in quest'ultima sede che le "tracce" mitiche di cui sopra si fanno più frequenti e significative, offrendo all'Autore l'occasione per esporre la loro interpretazione e per sottolinearne l'origine comune.
In Mito e realtà, Eliade notava come i mezzi di comunicazione di massa avessero imposto alla società contemporanea immagini e comportamenti riferibili a strutture mitiche.
Ma i "miti del mondo moderno" (la "neomitica", per dirla con Cioffi) non sono semplicemente dei miti tradizionali impoveriti, svuotati, malcompresi e divenuti irriconoscibili: essi sono spesso vere e proprie contraffazioni parodistiche.
Sempre Eliade si chiedeva, al termine di un paragrafo su Guénon: «Chi ci darà l'interpretazione dello stupefacente successo di Rosemary's baby e di 2001 Odissea nello spazio?»
Facendo piazza pulita degli equivoci alimentati dagli zelatori del cosiddetto genere fantasy e da quanti hanno confuso il "fantastico" con il mitico, Cioffi fornisce un'organica ed esaustiva risposta all'aspettativa di Eliade, poiché, nel contesto di un'indagine programmaticamente rivolta a scoprire la presenza dell'elemento mitico nella cultura di massa nonché la manipolazione cui tale elemento viene sottoposto, egli chiarisce anche il significato e la funzione di quel genere cinematografico che suscitava l'interrogativo del grande storico delle religioni.
Il presente lavoro viene dunque a collocarsi entro la serie di quella saggistica che, inaugurata da Guénon coi libri sul teosofismo e sullo spiritismo, non sempre ha saputo far fronte con la sua critica all'offensiva del neospiritualismo.


Fabio Pini

 
Dal Cid all'Urri PDF Stampa E-mail
Scritto da Area   
Venerdì 21 Maggio 2004 01:00

Combattente delle Waffen SS e orientalista di fama; poliglotta ed esperto di arti marziali; alpinista e docente universitario; uomo d’azione e di contemplazione. Tutto questo è Pio Filippani Ronconi, una straordinaria figura di uomo ed intellettuale estraneo ai cenacoli della cultura ufficiale.

"Caballero en un caballo - y en su mano un gavilán"

Erano mesi che lo inseguivo. Non perché scappasse, ma la salute, ultimamente, lo aveva un po’ maltrattato, affaticandolo. Ho aspettato, perché era proprio con lui che volevo avviare alla conclusione il ciclo dei "Miti fondanti" [ciclo di interviste a vari personaggi del mondo della cultura “di destra” intrapreso dalla rivista AREA – ndr]. E alla fine eccolo qua.

Pio Filippani Ronconi, classe 1920, è uno dei più grandi orientalisti viventi, e per elencare i suoi titoli e i suoi meriti avrei bisogno di un foglio allegato. Ma devo aggiungere che, in ogni caso, è arduo mettere su carta una delle qualità più nette di Pio Filippani Ronconi, la presenza, e di ancora più ardua resa è la chiarezza dei suoi silenzi. Ma proverò a raccontarvi tutto.

Filippani è una delle ultime memorie storiche (e sapienziali) delle destre italiane: diversi autori che molti di noi amano leggere, lui li ha conosciuti e ne è stato amico (come Evola, ad esempio, o anche Massimo Scaligero, con il quale Filippani si esercitava nella meditazione: "Era un cammino molto placido, il suo. Conobbi anche il maestro di Scaligero, Egidio Colazza… Fu molto gentile con me, che al contrario ero poco propenso alla placidità, in quel tempo").

La sua partecipazione alla guerra con la divisa tedesca non gli procurò problemi a guerra finita - a parte gli arresti di fortezza ("molto poco romantici!") e il "parcheggio" nel campo di concentramento di Coltano - tanto da poter avviare, nel 1959, una carriera accademica di tutto rispetto all’Istituto orientale dell’Università di Napoli. Poco tempo fa, invece, chiamato a collaborare al Corriere della Sera, in qualità di illustre orientalista, ha dovuto subire un’epurazione ad opera del komintern di redazione, con il quale non ha voluto polemizzare ("L’acqua bagna, il fuoco brucia: è il dharma, come lo chiamano gli indiani… sarebbe a dire che ognuno fa le cose con i mezzi che ha. C’è gente che striscia nel fango e non può fare altro che inzaccherarti"). Certe miserie sembrano scivolargli addosso, come si suol dire: ma il bello è che nel suo caso è tutt’altro che un luogo comune.

Da dove è cominciato tutto? Cos’è che porta ancora dentro dell’inizio del cammino?

"Senz’altro i racconti della vita di mio padre… Ecco, vede?" dice indicando una vecchia fotografia appesa al muro dietro di noi, che prende luce dagli ampi viali dell’Eur, "mio padre è quel signore a cavallo. Il luogo dove si trova è la Patagonia. Aveva venduto i beni di famiglia per andare in quella terra sperduta. Portava il bestiame dall’Atlantico al Pacifico, a cavallo. La sua vita stessa era un’avventura da raccontare… Un giorno, aveva appena depositato i soldi

 
La Colonna Traiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

L'opera del romeno Vasile Lovinescu venne riscoperta nell'Europa occidentale nel 1984, allorché, negli stessi giorni in cui l'Autore moriva nella sua città natale in Moldavia, le Edizioni all'insegna del Veltro pubblicavano in volume la serie di articoli apparsa tra il 1936 e il 1937 su "Etudes Traditionnelles" sotto il titolo La Dacie hyperboréenne. Un'edizione francese in volume dei medesimi testi usciva nel 1987.

L'edizione romena è apparsa soltanto quest'anno, nel quadro di una rivalutazione di Vasile Lovinescu che si manifesta a vari livelli. In Italia, si è largamente parlato di questo scrittore nel corso di un convegno su "Storia delle religioni e pensiero tradizionale" che si è tenuto all'Accademia di Romania di Roma.

La Colonna Traiana raccoglie organicamente le lezioni che Vasile Lovinescu tenne nel 1968 alla "Confraternita di Iperione", una cerchia di discepoli che si riuniva con regolare periodicit… a Bucarest per approfondire lo studio delle dottrine tradizionali. Lovinescu, il maestro del gruppo, era in Romania una delle persone più qualificate a dirigere una tale attività. Infatti già negli anni trenta era entrato in contatto con Guénon, col quale mantenne un lungo rapporto epistolare; era stato il primo (secondo quanto attesta Eliade) a menzionare in Romania l'opera di Julius Evola, col quale d'altronde si incontrò allorché lo scrittore italiano andò a Bucarest per conoscere Corneliu Codreanu; entrato in Islam, aveva organizzato in Romania, insieme con Michel Vâlsan, un gruppo iniziatico di cui divenne lui stesso il muqaddem per tutta l'area balcanica.

Come scrive Mircea Birtz presentando nella sua Nota introduttiva La Colonna Traiana, il saggio, "prendendo le mosse dalla figura di Traiano, riguarda la funzione sacrale degli Imperatori romani, una funzione nella quale il rapporto tra autorità spirituale e potere temporale si risolve in unità. Lo studio -prosegue il teologo ortodosso - comporta alcune riflessioni sulla Dacia, su cui si innesta una interessantissima digressione sulla sinergia e sull'antagonismo che si instaurarono tra il messianismo dell'Impero romano e quello semitico-cristiano". Sostanzialmente, la questione intorno alla quale ruotano le considerazioni di Lovinescu è la seguente: era proprio inevitabile che all'Europa venisse imposta una forma tradizionale ad essa estranea? Non era possibile che l'antica tradizione greco-romana si rinvigorisse, in modo da rendere superflua la diffusione di una rivelazione nata in un ambiente semitico? No, risponde l'Autore, perché la struttura che ostacolava le tendenze dissolventi (il katechon) era appunto l'Impero Romano. Il cristianesimo fu dunque necessario per accelerare il processo del Kali Yuga e quindi per dare impulso all'esaurimento dell'attuale ciclo di umanità.

 
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