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Crisi radical-chic PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Dezzani   
Mercoledì 31 Gennaio 2018 00:01


Repubblica in default

 

Prima di saltare a conclusioni illusorie e sbagliate si consideri che c'è un totale squilibrio tra il mentale della società pre-satellitare e le esigenze della post-democrazia satellitare. Costoro in sintesi hanno esaurito il loro compito e saranno soppiantati. Sono interessanti i temi che emergeranno dalla loro crisi e sono da esplorare le strade che si apriranno, ma, attenzione, è al livello della Sovrastruttura che c'è la crisi, non a quello della Struttura. Ergo, chi nel cogliere la crisi dei radical-chic, si accontentasse di esprimere slogan più consoni alla svolta neo-imperialista rispetto a quelli dei figli di mammà illudendosi così di "cambiare le cose" non farebbe che servire la Struttura. Bisogna andare molto più in profondità.

Il secondo quotidiano italiano, La Repubblica, attraversa una profonda crisi, certificata dall’inarrestabile emorragia di copie: le tensioni, latenti sin dall’avvicendamento alla direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, sono recentemente esplose con la diatriba che ha pubblicamente contrapposto Eugenio Scalfari, “il fondatore”, a Carlo De Benedetti, “l’editore”. Circola addirittura la voce che l’Ingegnere voglia liberarsi del giornale. Le disgrazie di La Repubblica sono da collegare alla crisi dell’area politica di riferimento, quella sinistra “liberal” di cui il quotidiano romano è stato il padre nobile. Il progetto “La Repubblica” nasce, infatti, negli ambienti atlantici, per traghettare la sinistra dall’ideologia sovietico-marxista a quella atlantico-liberale: breve storia non ortodossa, dal “gruppo del Mondo” all’attuale crisi.
I “liberals” sono in crisi. Il loro giornale-partito, anche
Il crepuscolo della Seconda Repubblica avanza minaccioso e non è certo casuale che sia accompagnato dalla crisi del quotidiano che, senza dubbio, ha dominato questo periodo della storia italiana, La Repubblica. Il quotidiano romano nasce, infatti, nel 1976 (vedremo, nel proseguo dell’articolo, in quali particolari “circostanze”) per affiancare L’Unità, quotidiano ufficiale del Partito Comunista e sensibilizzare Botteghe Oscure sulle tematiche “liberali”; cavalca nei primi anni ‘80 il caso P2; assiste l’assalto giudiziario che nel 1992-93 demolisce la Prima Repubblica; assume la funzione di mentore della sinistra post-comunista, traghettandola nella metamorfosi PCI-PDS-DS-PD; detta l’agenda al governo, se la sinistra vince le elezioni, guida l’opposizione antiberlusconiana, se le sinistra le perde. Assumendo la funzione di giornale-partito, Repubblica segue così le fortune dell’area politica di riferimento: patisce il governo Monti, si smarrisce con quello Letta, affonda, svelato il bluff iniziale, con l’esecutivo Renzi e si sfalda con quello Gentiloni.
La diffusione “cartaceo+digitale”, che nel 2011 si attesta ancora attorno alle 425.000 copie, cala così alle 315.000 dell’autunno 2015, quando Ezio Mauro, direttore sin dal 1996, cede la poltrona a Mario Calabresi, in arrivo da La Stampa. L’avvicendamento, prodromo del matrimonio tra L’Espresso ed un altro gruppo editoriale “liberal” per eccellenza, l’Itedi degli Agnelli-Elkann, non porta fortuna: la diffusione subisce un nuovo tracollo, calando sino alle 210.000 copie dello scorso autunno: in redazione sono forti i malumori nei confronti del neo-direttore, forse non del tutto a ragione, considerato che Calabresi ha l’ingrato compito di “coprire” gli impopolari esecutivi Renzi e Gentiloni. Le tensioni accumulatesi dentro il quotidiano debordano in pubblico nel gennaio 2018, con il velenoso confronto a distanza tra “il Fondatore”, Eugenio Scalfari, e “l’Editore”, Carlo De Benedetti: una considerazione politica del primo (“Preferisco Berlusconi a Di Maio”) incendia le polveri, spingendo il secondo ad una velenosissima replica (“Scalfari? Un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte”). Il Fondatore mena l’ultimo fendente: “Credo che quell’accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore. (…) De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene”.
Imputare l’emorragia di copie al direttore Calabresi, oppure alle più generalizzate difficoltà dell’editoria e della carta stampata, come fatto da Scalfari, o alla “perdita d’identità” di cui parla De Benedetti, è superficiale. Il Corriere della Sera, concorrente per eccellenza, ha superato più brillantemente gli ultimi anni, perdendo solo un terzo della diffusione totale (dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno). La Repubblica vive una crisi strutturale perché la sua funzione storica, quella di essere il giornale-partito che inspira e guida la sinistra “liberal”, è esaurita, causa collasso della sinistra stessa: le prossime elezioni, infatti, certificheranno la caduta ai minimi storici del PD, incapace ormai di intercettare due categorie chiave dell’elettorato di sinistra, “giovani e lavoratori”, disperse tra Movimento 5 Stelle, astensionismo e partiti di destra. L’Ingegnere, cui non manca il senso per gli affari, ha probabilmente fiutato che il destino di Repubblica è segnato e perciò medita, nell’intimo, di sbarazzarsene.
Le rotative de La Repubblica sono in funzione dal 1976: hanno egregiamente adempiuto al loro compito, forse sarà presto ora di spegnerle.
Ma come è nato questo giornale-partito che, affiancando l’Unità, ha progressivamente acquistato la guida della sinistra, spostandola dai valori marxisti a quelli liberali [di Partito Radicale di massa]? Chi è Eugenio Scalfari, ormai considerato da tutti soltanto un vegliardo che ama vantare le sue conoscenze con papa Jorge Mario Bergoglio e con il direttore della BCE, Mario Draghi? Chi ha messo i soldi per l’avvio del settimanale L’Espresso e poi de La Repubblica? Perché, alla fine negli anni ‘80, è entrato nell’azionariato del quotidiano il finanziere De Benedetti, che ha giocato un ruolo di primo piano nel saccheggio dell’economia nazionale? Perché, infine, La Repubblica è sempre stata la punta di lancia di tutte le operazioni euro-atlantiche contro il nostro Paese, da Tangentopoli agli attacchi all’ENI, dal Rubygate al caso Regeni? Per rispondere a questa domanda, bisogna scrivere una breve, ma puntuale, storia del quotidiano romano: una storia, ovviamente, non ortodossa. Per fare ciò, ci serviremo di una preziosa fonte di informazioni: “La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica”, scritto dallo stesso Scalfari e edito da Mondadori nel 1986. È un libro che spiega “tutto”, purché si abbia la giusta chiave per decifrarlo.
La semi-autobiografia di Scalfari racconta le gesta, lunghe un quarantennio, del gruppo di “liberals”, alias “liberali”, alias “radicali” che, nell’immediato dopoguerra, si fa rappresentante degli interessi dell’establishment atlantico, quello basato sull’asse Londra-New York. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, infatti, è dominata dal bipolarismo DC-PCI: la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbliga l’establishment atlantico a sostenere la Democrazia Cristiana, ma è un’alleanza forzata. Questo partito cattolico di massa, un po’ terzomondista e molto statalista, non è certo in sintonia con l’oligarchia atlantica: ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali (divorzio, aborto, droghe, eccetera). Il grande disegno dell’establishment liberal è quindi di insinuarsi nella sinistra italiana, fagocitare progressivamente il PCI e, una volta conquistato, spostarlo su valori “atlantici e liberali”: l’operazione, che parte nel 1955 con la nascita del Partito Radicale, si conclude con pieno successo nel 1991, con la nascita del Partito Democratico di Sinistra. In questa manovra, gioca un ruolo decisivo Eugenio Scalfari ed il suo gruppo di “liberals”: a loro va imputata la paternità del Partito Radicale, del settimanale l’Espresso, del quotidiano La Repubblica.
Chi sono quindi questi liberals, “spesso longilinei, spesso benestanti”, come li definisce Scalfari? Sono gli esponenti di quel milieu economico-finanziario-culturale, di chiara matrice massonica, che, soffocato o perlomeno domato sotto il regime fascista, rifiorisce con la conquista della penisola da parte degli alleati. Quelli del Partito d’Azione: Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Mario Paggi e Altiero Spinelli, eccetera. Quelli dell’alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockfeller ed i Lazard: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, eccetera. Quelli del “grande capitale”: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzagora, eccetera. Quelli del “Congresso per la libertà della cultura”, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6: Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicolò Carandini, eccetera. Il giovane Eugenio Scalfari, dimenticati i suoi esordi giovanili su “Roma fascista”, è, ovviamente, in contatto con tutti i membri del gruppo, assolvendo spesso alla funzione di cerniera tra il nucleo di Roma e quello di Milano. Perché proprio Scalfari? Perché rampollo di una benestante famiglia che frequenta da generazioni quell’ambiente (nel 1950, Scalfari sposa Simonetta De Benedetti, figlia di Arrigo, storico direttore de La Stampa).
La scalata alla sinistra italiana da parte dei “liberals” prevede, fin dal principio, la creazione di un giornale che possa evolversi in movimento politico: il 19 febbraio 1949, esce così il primo numero del settimanale Mondo, “laico ed anticlericale”, diretto da Mario Pannunzio. Scrive Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per diciotto anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”. Nel 1955, germoglia dal seme del Mondo il Partito Radicale che, non a caso, è dominato dalle stesse personalità “laiche ed anglofile” del settimanale: Pannunzio, Scalfari e Paggi. Scopo del Partito Radicale italiano (in Francia si ripete l’esperimento con Pierre Mendès France) è quello di erodere lo spazio a sinistra occupato dal Partito Comunista, fedele a Mosca, facendo leva, più che sui diritti del lavoro, sui “diritti delle persona”, tanto cari al pensiero massonico. Il 1955, però, è soprattutto l’anno in cui al progetto del Mondo, troppo elitario e autoreferenziale per avere un impatto sulla politica, è affiancato un esperimento editoriale destinato ad avere ben altro successo: il settimanale l’Espresso.
Con la benevolenza del potente Raffaele Mattioli, allora direttore della Comit e massimo rappresentante in Italia della “finanza laica” connessa alle grandi piazze internazionali, Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti (già direttore de L’Europeo) ideano un settimanale (che in origine avrebbe dovuto essere un quotidiano) che non si rivolga più soltanto ai salotti degli intellettuali, ma al grande pubblico, sensibilizzandolo sulle tematiche “libertarie, progressiste, libertine” care ai liberals. Un settimanale nazionale, poi, che faccia molti “scoop” comodi ai poteri atlantici, colpendo ora la DC, ora l’ENI, ora qualche fazione avversa, ora lo Stato-imprenditore, ora pungolando il PCI.
Adriano Olivetti, il “mago”
Il progetto editoriale comporta però ingenti investimenti: a quale porta Mattioli consiglia loro di bussare? Don Raffaele indirizza Scalfari e Benedetti dal magnate di Ivrea, Adriano Olivetti. Nel capitolo “A Ivrea incontrammo Adriano il Mago”, leggiamo: “L’incontro tra noi e Adriano Olivetti fu uno di quei fatti del tutto occasionali, assolutamente non prevedibili nell’economia d’un destino di gruppo, eppure determinanti come pochi altri incontri sono stati nei trentacinque anni di questa vicenda. Se non fosse avvenuto in quel momento e in quelle circostanze, probabilmente l’Espresso non sarebbe mai nato e il viaggio dei liberali nel frastagliato arcipelago della vita italiana avrebbe dovuto inventarsi altri vascelli e forse seguire un diverso itinerario”.
Perché proprio Adriano Olivetti, “il mago”? La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell’imprenditore eporediese: in stretto contatto con i servizi segreti inglesi già durante la guerra (nome in codice “Brown”), vicino ad esponenti del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, sostenitore delle idee euro-federaliste di Altiero Spinelli, Olivetti è pienamente ascrivibile a quel milieu dell’alta borghesia “laica” (cioè iniziata alla massoneria) e anglofila. Di più. Scalfari lo definisce “il mago”, perché Olivetti, come Mattioli, appartiene a quel mondo occulto-esoterico (messianesimo ebraico, divinità femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, eccetera) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell’establishment italiano “laico e liberale”. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, è sotto quest’aspetto l’ultimo prodotto dell’agente “Brown”, Adriano Olivetti.
La permanenza di Olivetti nell’azionariato de l’Espresso, dove ha investito l’ingente cifra di 125 milioni di lire, controllando così il 70% del capitale, è però breve. Trascorre a malapena un anno ed Olivetti decide di spossessarsi delle azioni a titolo gratuito, regalandone il 60% de L’Espresso a Carlo Caracciolo, il 5% ad Arrigo Benedetti ed il 5% ad Eugenio Scalfari. Sorge, a questo punto, un legittimo interrogativo: i 125 milioni erano effettivamente di Olivetti o questi è stato soltanto il prestanome di poteri “liberal” occulti, come la finanza internazionale o i servizi atlantici? Resta il fatto che, nel 1956, il principale azionista de l’Espresso è ora il principe Carlo Caracciolo. Scrive Scalfari: “Da quel momento l’azionista di maggioranza fu Carlo Caracciolo, un bel giovane biondo di trent’anni, di nobile famiglia napoletana, figlio di Filippo Caracciolo di Castagneto (diplomatico e amicissimo di La Malfa e di Parri con i quali aveva lavorato intensamente durante la Resistenza), cognato di Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella. Carlo era stato anche lui nella Resistenza e a diciassette anni aveva combattuto in Val d’Ossola nelle brigate di Giustizia e Libertà”. Un aristocratico, il principe Carlo Caracciolo, nelle cui vene scorre il miglior sangue dell’alta società anglofila e liberal.
Contro Mattei in nome degli USA
Subentrano gli anni ‘60 e l’Espresso conduce, ovviamente, battaglie dal marcato sapore atlantico: contro l’ENI di Enrico Mattei (“Avversò costantemente i liberali ed i repubblicani, in quanto partiti da lui considerati padronali e filoamericani”, “L’inquinamento dei partiti comincia da lui”) e di Eugenio Cefis (“il nostro gruppo cercò di fermare o quantomeno di rallentare la marcia verso il potere di Eugenio Cefis e del vasto sistema di alleanze che a lui facevano capo”), contro “il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo”, contro Aldo Moro (“noi liberals vivemmo Moro, per tutti gli anni del centro-sinistra, dal ‘63 al ‘70 e anche oltre, come un avversario, il grande saponificatore”). I meriti de L’Espresso sono riconosciuti dall’establishment atlantico e, nel 1962, il settimanale può organizzare un convegno all’Eur, tema “la partnership atlantica”, potendo contare nientemeno che sulla partecipazione de The Economist: “Fu per noi un’occasione importante, perché l’Economist godeva del prestigio che si sa, e il fatto che il suo direttore e l’intera redazione fossero venuti a confrontarsi con noi dette la misura della stima di cui l’Espresso ormai godeva da parte del miglior giornalismo europeo”.
Il successo de l’Espresso, che cavalca l’inarrestabile laicizzazione della società (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, femminismo), è indiscutibile. Affinché, però, i “liberals” possano scalare la sinistra italiana, ancora occupata dal monolitico e filo-sovietico PCI, occorre fare il grande salto, dal settimanale al quotidiano: solo con un simile strumento, sarà possibile insidiare l’Unità e traghettare progressivamente Botteghe Oscure da Mosca verso Washington.
Scrive sempre Scalfari: “I simpatizzanti o addirittura i militanti del PCI avevano il loro giornale di partito, ma i mutamenti in corso nella società e di riflesso nel partito rendevano quella sola lettura sempre più insufficiente e insoddisfacente. Infatti, la gente comunista non se ne accontentava e risultava chiaro dai sondaggi d’opinione che molti di loro erano disponibili ad acquistare un secondo giornale, oltre a l’Unità”. Dove trovare i fondi per lanciare il quotidiano, 5 miliardi di lire, di cui l’Espresso può metterne al massimo la metà? Scalfari e Caracciolo trovano un socio della Mondadori di Mario Formenton, proprietaria del settimanale, anch’esso “progressista” a suo modo, Panorama: il 14 gennaio 1976 nasce così La Repubblica. Particolare degno di nota: alla neonata redazione si unisce, di lì a un anno, Pier Leone Mignanego, in arte Piero Ottone. Collaboratore dell’angloamericana Psychological Warfare Division (PWB) nel 1945, corrispondente da Londra per la Gazzetta del Popolo, corrispondente per il Corriere della Sera dalla Germania Occidentale e poi dall’URSS, Ottone, esponente come Scalfari e Pannunzio del giornalismo “anglofilo”, è chiamato alla direzione di Piazza Solferino nel 1972, quando Giulia Maria Crespi decide di rendere lo storico quotidiano milanese “meno conservatore e più liberale”.
Gli anni ‘80 sono dominati dalla figura di Bettino Craxi: socialista, filo-arabo, attento agli interessi nazionali e, perciò, “fascista” se non “nazional-socialista” tout court, La Repubblica, ovviamente, guida l’opposizione al segretario del PSI. È significativo quanto scrive Scalfari: “I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, insieme ad alcuni esponenti dell’imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentini), e all’ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che però non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po’!) badogliano”. La definizione data dal PSI di Bettino Craxi e Rino Formica non potrebbe descrivere meglio “i liberals” che fanno capo al Gruppo l’Espresso.
Tangentopoli spazza via il Pentapartito: l’establishment euro-atlantico ha deciso che sarà la sinistra a guidare la stagione delle privatizzazioni e l’ingresso dell’Italia “in Europa”. La Repubblica ha dato il proprio determinante contributo al risultato, fagocitando progressivamente il PCI, ora PDS, sino a dettarne la linea. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi scatena, nel 1994, una guerra destinata a durare venticinque anni: La Repubblica è il campione dell’antiberlusconismo e, di conseguenza, il campione della sinistra. La scalata al campo progressista, iniziata nel lontano 1976, ha ottenuto un tale successo che l’editore del giornale-partito, Carlo De Benedetti, è anche la “tessera numero 1” del Partito Democratico che nasce nel 2007: si tratta, proprio come sognato da Scalfari trent’anni prima, di un grande “partito radicale” che, accantonati i diritti del lavoro, difende soltanto più “le libertà personali” (femminismo, omosessualità, droga, aborto, immigrazione eccetera).
La simbiosi tra il Gruppo l’Espresso ed il Partito Democratico è tale che le sfortune del secondo si ripercuotono anche sul primo: La Repubblica, sostenendo prima l’esecutivo Monti, poi quello Renzi ed infine quello Gentiloni, perde lettori alla stesso ritmo con cui la sinistra perde consensi. Giovani (ormai demograficamente marginali) e “lavoratori”, due colonne portanti della sinistra e del pubblico di Repubblica, non votano più PD, né leggono una rivista del Gruppo l’Espresso: l’enorme massa del disagio sociale si rifugia nell’astensionismo, nei partiti di destra o nel Movimento 5 Stelle, creato ad hoc dagli stessi poteri che nel 1955 avevano incoraggiato la nascita del settimanale l’Espresso.
I valori “liberali”, inoltre, hanno talmente impregnato la società che persino il modernista Jorge Mario Bergoglio, intima conoscenza di Eugenio Scalfari, li promulga da San Pietro.
Non ha torto, l’Ingegnere De Benedetti, a volersi disfare de La Repubblica: la sua funzione storica è, oggettivamente, esaurita.

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Gennaio 2018 14:02
 

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