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Scritto da corriere.it   
Venerdì 23 Marzo 2018 00:34


cresce

«L’organizzazione internazionale Destinazione Vichinga rivolge questo proclama a tutti i vichinghi del mondo. Mille anni fa i nostri avi stabilirono che l’8 maggio era il giorno in cui pulire le spade e e preparare le navi per visitare amici e nemici, vicini e lontani. Il sole saliva alto nel cielo, le api cominciavano a produrre il loro miele, e i bambini a correre scalzi nell’erba…».
È quasi primavera, e puntuale arriva il «proclama». È rivolto a una moltitudine senza frontiere. A gente che, se per esempio vuole inanellarsi con l’«olio vichingo» una lunga barba, o intrecciarla con «l’anello del cavaliere vendicatore» può trovare il tutto sul sito di vendite «Vikingmerch», sede nello Utah, Usa, e distribuzione in tutto il mondo. O ad altra gente che, se ama i sapori forti, può gustarli al ristorante «Il Vichingo felice» di Yuba City, California, con piatti come il «Barbaro brutale». E lo sanno bene, tutti loro: «Destinazione Vichinga», quello del «proclama», è un gruppo internazionale che porta i nostalgici dei guerrieri in Groenlandia come in Ucraina, o alle isole Faroer: dovunque abbiano alzato le loro vele i figli di Erik il Rosso, nella storia o nelle leggende. Grande successo, così come in tv (la serie Vikings di History Channel), nella musica heavy metal («Fiero è il vento dal Mare del Nord» cantano i Judas Priest), e in un certo mondo ideologico di estrema destra che si è appropriato di alcuni simboli come 80 anni fa avevano fatto i nazisti con Wagner o Tolkien. Perché loro, i Vichinghi, nel ventunesimo secolo sono un oggetto di culto, e di business. I loro miti sono contesi a suon di milioni e dispute filosofiche, come ha notato anche il New York Times: dalla runa al martello del dio Thor, ai pantagruelici boccali per la birra. E alle idee, più o meno presunte: l’amore per la terra, i cibi naturali, gli antenati-dei, che Himmler identificò un giorno con il suo «sangue e suolo», e con la ricerca dell’«ultima Thule», l’isola che avrebbe generato la razza ariana. Tutto questo, oggi, rivive e preoccupa al di là del folklore. Soprattutto in Norvegia, una delle «culle» dei Vichinghi. Il suo turismo, già florido, ha avuto impulso grazie a loro, alle loro navi ritrovate qua e là. Un’università locale ha lanciato un corso, finanziato dal governo, su «come vivere da vichingo».
Ma c’è un lato più oscuro: sognava di Erik anche Anders Breivik, il terrorista neonazista che nel 2011 uccise 77 persone. E in molti chiedono oggi alla squadra nazionale di sci alpino, battezzata «Vichingo all’assalto», di cambiare il simbolo cucito sui suoi maglioni. Una «runa», uguale a quella che sfoggiano i militanti del «Movimento di resistenza nordica»: gente che è andata davanti alle sinagoghe, fiaccole accese, inneggiando a Breivik. E a Quisling, l’ufficiale norvegese che si mise al servizio di Hitler.

 

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