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Perché abbiamo scelto di far finire e inziare l'anno a mezzanotte PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Marcigliano   
Martedì 31 Dicembre 2019 01:39


A metà delle notte magiche solstiziali

Dodici notti. Da Natale all’Epifania. Dodici notti incantate. Magiche. Perché in quel periodo è come se il tempo ordinario venisse sospeso. E si vivesse in un’altra dimensione temporale. Una dimensione nella quale gli anni non fuggono irrefrenabili, per richiamare Orazio... Ma si avvolgono su se stessi. Una spirale, non una linea retta. L’antica e arcana immagine del serpente, simbolo sapienziale per eccellenza, che si avvolge su se stesso. Divorandosi, sino alla consunzione. Sino a sparire. Ad entrare nel non manifesto.
Le Dodici Notti rappresentano questo. Il ciclo dell’anno. E quello del Grande Anno cosmico.
Un tempo, nelle campagne venete, i contadini traevano auspici da queste notti sul tempo che avrebbe fatto nel corso dei diversi mesi del nuovo anno. Residuo popolare di un’antica sapienza.
Dodici notti, dodici segni dello Zodiaco. Dai cristiani sostituiti, più tardi, con i dodici Apostoli. Lo Zodiaco rappresenta il Grande Anno, l’eone, un intero ciclo di manifestazione. Ci è giunto dai Babilonesi, non senza contaminazioni egizie. E trova profonde assonanze con l’astrologia dell’India. Dove questa riveste ancora un ruolo di Scienza Sacra, legata alla cosmologia. E non è stata declassata a superstizione o, forse anche peggio, a sciochezzaio per rubriche di rotocalco.
Al di là dei riferimenti (più o meno eruditi) l’intervallo di notti fra Natale ed Epifania ha un potere di suggestione che si esercita, coscienti o no, un po’ su tutti gli animi.
Oscuramente, avvertiamo che non sono notti “normali”. Se sogniamo, o meglio se riusciamo a ricordare i sogni, questi ci appaiono... diversi. Non riflettono semplicemente le occupazioni, e preoccupazioni, diurne. Hanno un’altra... luce. Sono popolati di strane presenze. Fantasmatiche. Numinose.
È come se i personaggi che popolano le fantasie dei bambini nel periodo di Natale assumessero sostanza. Si palesassero come reali.
Santa Klaus, la Befana, i Magi, il Grinch, il Krampus, gli elfi, le renne volanti...
In queste notti la barriera che separa il regno della fantasia da quella che chiamiamo realtà - e che è la gabbia della razionalità inaridita di cui parlava già il Vico - venisse sollevata, ancorché per breve tempo.
E i due mondi tornassero ad incontrarsi.
Una sospensione del tempo ordinario, come dicevo. E un’occasione che non dovremmo perdere.
Perché riuscire a sognare, dormienti o desti, è, forse, la chiave per rinnovare quel retroterra di miti, storie, se vogliamo favole, che costituisce l’humus profondo su cui si fonda la nostra cultura.
Un humus senza il quale la pianta della civiltà diviene progressivamente sempre più malata e si riduce ad un legno secco e storto.
Mentre le nostre anime inaridiscono e muoiono.

 

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