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Mishima disperato amore PDF Stampa E-mail
Scritto da ilgiornale.it   
Venerdì 27 Novembre 2015 00:38

Uno schiaffo in faccia alle destre sempre più borghesi e arrendevoli

Scrittore, patriota, romanziere. Cinema, teatro, per cui ha scritto e recitato. Ragionando per stereotipi, tecnicamente, avrebbe dovuto far ammattire l’uomo, e la donna, di destra, in tutti i sensi: un moderno samurai giapponese, omosessuale, muscoloso ma gentile, erudito e pieno d’amor patrio. Avrebbe dovuto ed invece Yukio Mishima è un riferimento che apre la testa, riduce al minimo la banalità e forse anche per questo risiede di diritto nell’olimpo delle colonne culturali di una destra smaliziata ma pienamente cosciente della sua identità, grazie alla sua vasta produzione letteraria ma, soprattutto, al suo esempio umano. Eppure ridurlo ad uno stereotipo, etichettarlo potrebbe essere riduttivo per la memoria di Yukio e per chi vede nella letteratura, nel mito dell’uomo che incarna una battaglia fino alla morte, nell’esempio, una via per uscire dal buio, punto e basta.

Te lo ritrovi persino vicino a Majakovsky in una lode musicata dei CCCP – in un rude canto antisistema, mitizzazione del suicidio, dell’estrema fine – di quel Lindo Ferretti che ha fatto vedere i sorci verdi all’intellighenzia di sinistra, con le sue rivalutazioni valoriali, culturali e spirituali:

La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere,
La morte è insopportabile per chi non deve vivere,
Lode a Mishima e a Majakovskij

Indubbiamente ha sedotto le generazioni della destra, quella piena di vita degli ultimi trent’anni, soprattutto giovane, che ballava, cantava, non dimenticava, reinterpretava e sperimentava, e questa destra funerea, degli ultimi trenta minuti, che pare non faccia altro che riesumare, sul filo costante e farsesco della morte e della rinascita; ormai siamo un po’ tutti cantori della fine, upupe appollaiate sull’albero. Così nel versante destro evaporata la bellezza, la fede, il culto, tutto è superato , stantio, roba vecchia inutile alla sopravvivenza politica e storica: meglio celebrare la morte perché susciti il ricordo, perché esterni al mondo che dei significati, dei padri, degli eroi, ce li abbiamo avuti e continuiamo ad averceli, una celebrazione che, però, non conduce mai al ritorno e non produce, di certo, quella nostalgia che è il viale principale che conduce all’origine, appunto. Che se non mutuata con un senso, in un passaggio intergenerazionale ponderato, andrà sparendo anch’essa.

Un’iniezione di Mishima, in questo momento, sarebbe un salvavita, in questo sistema scioccherello e vigliaccone. Vai a spiegare che era ammaliato dal culto del fisico, segno di integrità totale, della forza del samurai, dell’incorrotto; che leggeva D’Annunzio e Baudelaire, che era noto ed apprezzato nel suo Giappone, anche dall’elite, che aveva vissuto negli States, che non era un pover’uomo smunto, triste, isolato, sconosciuto, inserito a forza tra i grandi; che era anche un po’ perverso, asiatico ma occidentale, vitalista ma decadente, umanissimo guerriero che cantava disperato la forza sovrumana di quel mondo antico, rituale, tradizionale, ricco di una propria identità, di propri tempi ed abitudini vitali, essenziali, non disumanizzanti, contro il mondo moderno, guerrafondaio, con le tasche bucate, porco, viscido e fuori controllo, figlio del consumismo e del materialismo, della velocità. Vai a far capire che si uccise con l’antico rituale del seppuku, aprendosi il costato davanti alle telecamere, tra le risa degli astanti, per poi farsi decapitare, il 25 novembre del 1970, e che in quel momento si consacrava alla storia, tra l’amarezza e il coraggio, tra l’eroismo e l’estrema brutalità.

Mishima: l’esteta, l’eroe, la Tradizione, il rigore.

Capisci che l’unica morale eroica è quella dell’insuccesso, pensi che il successo arrivi quando il talento di uno si mette al servizio della stupidità di molti; diffidi delle vittorie e accarezzi la nobiltà delle sconfitte. E leggi Morris e la Yourcenar che a Mishima dedicò uno splendido testo, per accompagnare con giuste letture il suo canto del cigno. Su quegli errori si fondò la vita di alcuni militanti dell’assoluto, alla ricerca di una gloria sovrumana che coincideva con la morte trionfale, la perdita di sé nel nome di una perfetta eternità…” (M.Veneziani)



 
 

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