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Come diventava piccola Lussino! PDF Stampa E-mail
Scritto da ilgazzettino.it   
Lunedì 11 Febbraio 2019 00:58


Il dramma giuliano-dalmata nell'indifferenza dei connazionali

Quando lasciò Lussino aveva due anni, ma ancora oggi parlando di quell’isola e dei ricordi, alcuni molto tragici che accompagnarono la storia della sua famiglia, le vengono le lacrime agli occhi. La voce si piega all’emozione. Federica Haglich, sessantasei anni, vive a Mestre, ma il suo cuore è tutto su quell’isola. Lì riposano i suoi genitori («Mio padre ha voluto essere sepolto lì, mia mamma lo ha seguito, quando è mancata. Sono lì, guardano la Baia di San Martino»). Sabato, Federica sarà a Roma, al Quirinale, invitata dal presidente Sergio Mattarella con una delegazione delle associazioni dl esuli giuliano-dalmati e istriani, per celebrare la Giornata del Ricordo.
Un segnale importante, ma ancor oggi l’opinione pubblica continua a dividersi su questo dramma nazionale.
«Le polemiche segnano tutti noi. E quello che più mi ferisce è che ci sono fior fiore di intellettuali pronti a negare, o solo a relativizzare, quella tragedia. E glielo dico con amarezza con un paragone forte. Ci sono persone chiamate a parlare per la Giornata del Ricordo, che negano la storia. È come se per parlare della Shoah si decidesse di far parlare i nazisti...».
Però oggi c’è più consapevolezza di quello che accadde.
«Certamente, io stessa solo l’anno scorso ho trovato la forza di parlare di quello che costò alla mia famiglia. L’ho fatto, non a caso, davanti ad una scolaresca ed è stata una esperienza molto bella».
La Dalmazia, l’isola di Lussino, una storia famigliare.
«Siamo venuti via nel 1951. Qualche anno dopo il vero e proprio esodo dell’immediato Dopoguerra. Mio padre intuì che la vita si stava facendo sempre più difficile per gli italiani. Nei ricordi di mia mamma c’era sempre quell’abbandono, Lussino che dal piroscafo diventava sempre più piccola...».
Poi l’arrivo ad Udine in un campo profughi e il trasferimento in una casa di parenti a Fener nel Bellunese.
«Ricordo che venimmo accolti benissimo. Quel paesino ci venne incontro. Passammo lì sette-otto anni e poi arrivammo a Mestre. Ma la tragedia non era finita».
Cosa successe?
«Mio zio, il fratello di mio nonno, che voleva andare via da Lussino, tentò la fuga molti anni dopo, nei 1956. Cercò di imbarcarsi su una nave, ma dopo l’imbarco sparì. La verità è emersa dal mare quarant’anni dopo, quando vennero recuperati i resti di quattro persone. Tra di esse mio zio. Scoprimmo che fu assassinato insieme agli altri. Ma c’è di peggio».
Sarebbe a dire?
«Ci siamo sentiti dire dallo Stato che mio zio era stato ucciso “fuori tempo massimo” stabilito dal Trattato di Osimo. Quindi, oltre la beffa dei beni requisiti senza indennizzo o con un risarcimento iniquo, abbiamo scoperto che il sacrificio di mio zio è rimasto vano. Morire fuggendo nel 1956 non comporta il fatto che possa essere legato alla tragedia degli italiani di Dalmazia. Il triste conteggio degli assassinii termina con il 1950. Mi piacerebbe che questa norma venisse “allungata” di qualche anno per fare veramente giustizia».
Ci vorrebbe un intervento da parte del mondo politico.
«Esattamente. Ma non mi faccio illusioni. In passato, era il 2009, l’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini, si impegnò affinché venisse tolta dai nostri documenti dl identità, alla voce “luogo di nascita”, la parola Jugoslavia. Stiamo ancora aspettando che lo Stato tolga di mezzo quella dizione, ormai anacronistica».
È solo un pezzetto di carta...
«Quando ricoverammo mia madre, prima che ci lasciasse, in ospedale, vedendo il luogo di nascita le chiesero se era croata o serbo-bosniaca. Lei si alzò dalla barella e disse con tutta la voce che aveva in corpo: “Sono italiana!”».

 

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