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Scritto da Mauro Manzin x ilpiccolo.gelocal.it   
Giovedì 14 Marzo 2019 00:04


L'altra pulizia etnica ad opera dei titini

Li hanno caricati sui camion nel campo di concentramento di Teharje nel Nordest della Slovenia, poi i “domobranci”, ossia gli sloveni anti-comunisti, e gli ustascia, i militari dello Stato croato agli ordini di Ante Pavelić, sono stati trasportati dai partigiani di Tito davanti alla miniera di Santa Barbara. Un trasporto che nel giugno del 1945, come racconta uno dei camionisti, durò per sette notti consecutive fino a quando il pozzo di Huda jama (grotta maligna) non si è riempito di cadaveri. La tecnica di uccisione delle vittime era quella tipica delle foibe, uomini, donne e qualche bambino legati fra loro e ammazzati con un colpo alla nuca davanti all’orrido dove il cadavere precipitava trascinandosi dietro gli altri ancora vivi. E i molti che vivevano dei paraggi hanno sempre detto di non sapere niente anche se conoscevano tutti l’atroce verità.
Una verità che oggi, a dieci anni dalla scoperta della grotta della morte, ha portato alla riesumazione di millecinquecento cadaveri, o meglio, di pochi resti di ciascuno di essi. Va precisato che una prima parte dell’esumazione di circa settecento cadaveri si interruppe subito dopo la scoperta della tragedia e i resti furono lasciati nella galleria stipati in cassette di plastica come fossero verdura marcia scartata dalla storia. Poi la legge slovena varata nel 2015 che prevede una dignitosa sepoltura alle vittime di tutte le guerre ha permesso di riprendere il “lavoro”.
Lavori che iniziarono con l’abbattimento di un primo muro che chiudeva l’ingresso alla grotta. Qui gli operai si sono trovati davanti a un ammasso di materiali inerti che ricoprivano il pozzo. Si misero a scavare e, dopo aver bucato ben undici suolette di cemento armato che sigillavano il "buco", si sono trovati davanti alla macabra scoperta. «Ho visto tante cose nella mia carriera - ha dichiarato il medico dell'Istituto di medicina legale di Lubiana, Jože Balašič - ma quello che ho visto nella miniera ha sconvolto la mia coscienza».
Secondo le analisi svolte dagli antropologi le vittime fin qui esumate da Huda Jama sono esattamente millequattrocentodieci di sui milletrecentoottantanove uomini e sedici donne. Un quarto delle vittime era sotto i ventidue anni di età e di cinque di esse non si è in grado di determinare il sesso. Non sono stati trovati cadaveri di bambini.
I numeri della “pulizia” ideologica svolta da Tito alla fine della Seconda Guerra mondiale in Slovenia sono agghiaccianti. Dal 2015, anno di emanazione della legge, nel Paese sono stati ritrovati duecentotrentatré fosse comuni. In centoventinove i lavori di scavo ed esumazione sono stati completati mentre in altri centonove i lavori di sondaggio hanno confermato la presenza di cadaveri. Complessivamente i morti ritrovati sono duemilacinquecento di cui più di milleseicento sono stati tumulati. Ma altre 150 località sono in attesa dei primi lavori di ricerca. Dati che sono confermati da Jože Dežman, il presidente della commissione statale che si occupa proprio della ricerca delle fosse comune, dell’esumazione delle vittime e della loro tumulazione. A breve i lavori della commissione saranno anche visibili su un apposito sito web che illustrerà anche la tabella di marcia dei prossimi lavori. Sì perché l’esumazione di questi “scomodi” scheletri che la terra o le grotte avevano fin qui “gelosamente” custodito non è finita.
Quest’anno, come spiega Dežman, inizieranno i lavori per l’esumazione dei cadaveri nella grotta sotto Macesnova Gorica nell’area di Kočevski Rog nel Sud del Paese dove, secondo i dati delle ricerche fin qui svolte dovrebbe esserci la più grande fossa comune fin qui rinvenuta con al suo interno come minimo millecinquecento cadaveri. I lavori dureranno qualche anno. Anche per questo Dežman spera che a breve venga finalmente istituito l’Ufficio per i cimiteri di guerra che si occuperebbe di tutti i cimiteri di guerra in Slovenia e quelli delle vittime slovene all’estero.
Al giorno d’oggi la maggior parte di questi cimiteri, anche quelli dei partigiani, sono trascurati e poco documentati. «Così tutte le vittime - conclude Dežman - avrebbero il diritto al ricordo in una tomba dove i morti non sarebbero più ostaggi di un’ideologia, ma sarebbero invece oggetto di un’adeguata cura dello Stato».

 

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