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Scritto da Mameli Paoletti da Il Basco Azzurro   
Martedì 19 Marzo 2019 00:27

 


Friulani e soldati

 

Ore 21:00:12 del 6 maggio 1976. Un tremendo terremoto devasta il Friuli Sono da poco passate le 9 di sera quando una scossa di 6,4 gradi Richter scuote il Friuli e tutto il Nord Italia con una violenza inaudita. La luce del giorno seguente restituisce agli occhi del Paese una realtà drammatica, un paesaggio lunare in cui regna la più completa devastazione: muoiono 989 persone e oltre 45.000 rimangono senza tetto.
Il pilota di elicotteri dell’Esercito Italiano Mameli Paoletti, che in quelle ore fu tra i primi ad intervenire per portare soccorso alla popolazione, ricorda con parole, lucide e toccanti uno degli eventi sismici più catastrofici nella storia del nostro Paese.
Il suo punto di vista così inedito gli permette, meglio di chiunque altro, di osservare dall’alto una distruzione di proporzioni immani, come se si fosse appena abbattuto sulla zona “un bombardamento a tappeto”. Quasi nulla è rimasto in piedi: si scava febbrilmente e a mani nude, fra disperazione e speranza, nel tentativo di estrarre dalle macerie quante più persone possibile.
Nel finale un passo struggente ma carico di dignità umana e di grande intensità emotiva: il rifiuto di un anziano uomo ad abbandonare la sua casa e la sua terra; un “gigante buono” che, di fronte alla più totale e completa perdita dei suoi beni materiali, si attacca con tutta la forza che gli rimane ai propri valori, dando all’elicotterista Paoletti, e a noi che lo leggiamo a distanza di oltre quarant’anni, una grande lezione di vita.

Improvvisamente il terreno ha cominciato a sussultare, immediatamente ci siamo resi conto del pericolo e ci siamo precipitati verso la porta di uscita per portarci fuori. Non riuscivamo a camminare, venivamo sballottati, e la cosa più impressionante è che non riuscivamo a scendere i quindici scalini che ci dividevano dal giardino.Ogni volta che cercavamo di scendere uno scalino, venivamo rimandati indietro dal movimento sussultorio del sisma, i muri della casa si muovevano come se fossero carta esposta al vento, i due grandi alberi che avevamo in giardino, ricordo di averli visti oscillare come se una grande forza cercasse di sradicarli dal terreno; in tutto questo buio si sentivano le urla delle persone; non riuscendo a distinguere niente, nella voce di tutti si poteva distinguere molto bene l’angoscia, la paura e il terrore.
Questo tremendo sussulto e sbatacchiamento è durato un minuto, un’eternità, un lungo periodo di terrore, di paura, di impotenza, di disperazione. Il rumore delle tegole, dei cornicioni, dei muretti che crollavano e questo terreno che mancava costantemente sotto i piedi, come se fossimo sopra un nastro trasportatore, sensazioni molto difficili da descrivere, vissute da tutti noi con grande intensità.
Dalle prime notizie che si avevano dalle fonti ufficiali, si affermava che il paese che aveva avuto le distruzioni maggiori ed il numero di morti maggiore, era Gemona del Friuli, anche se ancora non si quantificava con numeri precisi, l’entità effettiva delle perdite umane e dei danni materiali.
Sia per la difficoltà nei collegamenti, sia per le interruzioni stradali dovute ai crolli delle case che avevano ostruito le sedi stradali, molte notizie sui paesi più piccoli, frazioni di montagna, e casolari isolati, non potevano essere accertate che con un mezzo, e cioè con l’elicottero.
Ricordo che sono decollato da Casarsa che era ancora buio e mi sono diretto verso Nord-Est, in attesa che, strada facendo, si schiarisse un po’ il cielo e l’aurora ci permettesse di vedere meglio ciò che avevamo sotto di noi.
Nonostante che la visibilità fosse ancora molto incerta, accresciuta dal fatto che nella zona mancava completamente la corrente elettrica, man mano che proseguivo nel mio volo, e mi addentravo verso la zona più colpita dal sisma, potevo rendermi conto che mi trovavo di fronte a scene a dir poco, apocalittiche. Quando ha cominciato ad albeggiare, e man mano a farsi sempre più chiaro, si è presentata ai nostri occhi la cruda e straziante realtà.
Praticamente il 100% delle abitazioni disposte ad asse Est-Ovest erano crollate ed al loro posto c’erano soltanto cumuli di macerie. Il paesaggio sembrava irreale, quasi lunare, tutto era immobile, solo nei campi si vedevano ogni tanto delle persone.

Proseguendo ancora verso Gemona le cose peggioravano, quando siamo arrivati ai piedi del grande ghiaione sul quale è costruita la città, ci siamo accorti che ben poca cosa era rimasta in piedi, sembrava un paese colpito da un bombardamento a tappeto, come mi era capitato di vedere nelle immagini dei bombardamenti che erano stati effettuati dai bombardieri inglesi e americani, nell’ultimo conflitto mondiale a Dresda e Norimberga.
Come siamo giunti a terra, ci hanno detto che avevano tirato fuori dalle macerie tre persone, di cui due in stato grave e che era urgente ricoverarle immediatamente.
È cominciata così una specie di catena della solidarietà fra quella zona, dove avevamo detto di far affluire tutto il personale bisognoso del nostro aiuto, e l’ospedale di Udine. In questo modo, siamo riusciti a portare in salvo e ricoverare presso l’ospedale di Udine, in meno di un’ora, 38 persone in condizioni fisiche precarie.
Erano continuati febbrilmente gli scavi delle macerie sotto le quali si presumeva che ci fossero rimaste sepolte delle persone, e fra questi continuava con grande lena lo scavo alla Caserma degli Alpini di Gemona, dove, anche durante la notte, alla luce delle cellule fotoelettriche si era scavato sempre più alacremente, riuscendo a tirare fuori altri tre ragazzi vivi oltre a due cadaveri. Era la triste realtà che stava maturando per coloro che mancavano all’appello, per i quali anche una sola ora di ritardo, poteva risultare fatale.
Ho visto con i miei occhi, uomini con le mani piagate e sanguinanti per aver scavato per ore ed ore, ossessionati e disperati perché sapevano che lì sotto c’era qualcuno. Familiari che, spinti dal desiderio di riuscire a salvare i loro cari, continuavano a scavare anche se non avevano più le forze sufficienti per farlo, con le lacrime che solcavano costantemente le loro guance, decisi a non arrendersi a questo crudele destino.
Ricordo di essere andato a recuperare, o meglio ho cercato di recuperare, un signore che era rimasto isolato in Val d’Arzino vicino alla frazione di Pert, con la casa completamente distrutta. Mi avevano detto, se era consenziente, di portarlo a valle in un centro di assistenza attrezzato dove avrebbe avuto tutto il comfort possibile ma, quando sono arrivato da lui, non c’è stato niente da fare, mi ha ripetuto una frase che avevo sentito già da un’altra persona anziana: “Io da qui non mi muovo, qui sono nato e qui devo morire, se volete portarmi degli aiuti, ben vengano, ma da qua non mi muovo neanche se vengono i carabinieri; perché questa è stata la mia casa ed io cercherà, se Dio mi darà la forza, di ricostruirla, qui ho trascorso tutta la mia vita, ho le mie abitudini, la mia poca terra, i miei affetti e i miei ricordi sono qui. Qui sono nati i miei vecchi, qui sono morti come è morta mia moglie, ma non voglio lasciare questo posto, l’ho sempre detto anche ai miei figli che sono sparsi per tutto il mondo, dal Canada all’Australia, ma che appena possono vengono anche loro a trovarmi e a ritrovarsi, dove sono le loro radici e dove possono trovare la loro identità di uomini. Se dovessi lasciare questi luoghi, sono sicuro che il mio cuore non resisterebbe al dolore e la mia vita sarebbe sicuramente spezzata”.
Devo riconoscere che di fronte a queste parole dette con la massima naturalezza, ma anche con la massima fermezza, mi sono venute le lacrime agli occhi; l’attaccamento di questo uomo alla propria terra è stupefacente, specie se rapportato alla pochezza di ideali che troviamo in questo mondo consumistico.
La figura di questo uomo mi è apparsa come quella di un gigante buono che, al contrario di molti altri suoi consimili, nella sua disarmante semplicità, mi aveva dato una grossa lezione di vita.
Chi ero io per contrappormi alla volontà e a questa grande verità che mi era stata appena ricordata? L’ho salutato, e nella sua fierezza, mi ha ripetuto nuovamente che rimaneva lì aggiungendo: “E non cerchi di mandare qualcun altro, perché sono disposto ad imbracciare il fucile, per difendere la mia terra, se Dio mi darà le energie sufficienti, ricostruirò tutto come prima e meglio di prima con il sudore della mia fronte, non è certo la fatica che mi mette paura”.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Marzo 2019 16:06
 

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