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Una storia vera PDF Stampa E-mail
Scritto da Mario Michele Merlino   
Venerdì 22 Marzo 2019 00:19


la storia di uno dei tanti

Da qualche anno il 25 aprile una comunità di giovani e giovanissimi si reca, silenti e composti, a rendere omaggio ai caduti della RSI nel cimitero di Trespiano, la verde collina che sovrasta Firenze. E da alcuni anni un fiore sulla tomba della famiglia Menichetti ove riposa il figlio Piero, assassinato a tradimento sull’argine sinistro del Po, tratto con l’inganno a mezzo del fiume. Storia narratami dal commilitone ed amico – Eurialo e Niso, gli eroi giovanetti dell’Eneide – Vittorio Morandini e da me riportata, con annessa fotografia, a quei giovani toscani e al loro alto e nobile impegno a proteggere la memoria di coloro a cui la si vorrebbe negare e denigrare.                                                                                                                                  
Piero Menichetti nasce alla vigilia di Natale 1928 lungo le rive dell’Arno. Dalla foto in mio possesso, cortile della caserma Monte Grappa, a Torino, ove alloggia il btg. Lupo – XMAS, è il volto pulito dell’Italia che abbiamo imparato ad amare, consci d’essere ormai solo nella mente e nel cuore. Sguardo fiero di un adolescente, sedici anni, con addosso il maglione a collo alto e coste larghe da marò. In una mattina di primavera del ‘44 apprende come s’è costituito quel battaglione della Decima e che si addestra in Toscana, a Peccioli, dove si domina la valle dell’Era. Nessuna esitazione, parte e si arruola. A nulla serve il tentativo della madre accorsa a riprenderselo.                                       
Il 25 aprile è una giornata di gran sole. I marò sono schierati in buche improvvisate a proteggere la ritirata della Divisione Decima intenzionata a raggiungere e difendere i confini orientali dall’irrompere delle bande titine. Intorno a mezzogiorno qualcuno dall’altra sponda urla ‘Veniteci a prendere, siamo italiani!’. Partigiani, cani assetati di sangue, adusi all’inganno all’aberrazione al colpo vile alle spalle.                                            
E Piero e i suoi camerati ancora illusi che essere italiani è un valore di fratellanza di lealtà di appartenenza. Con altri tre mette una barca in acqua la spingono al centro del fiume vengono crivellati di colpi. Gli altri marò si gettano lesti, Piero no. Incapace a nuotare s’accuccia lo colpiscono mortalmente. Spinto dalla corrente sarà Vittorio a raccoglierne la salma neppure il tempo per scavare la fossa esposto alla pietà degli abitanti del paese vicino. Nel piccolo cimitero di Loreo. Per vent’anni. Una mano dalla grafia femminile volle incidere sulla tomba ‘Firenze dorme’, sconosciuto gesto di poesia. Fu la madre, approssimandosi la fine, che volle in una cassetta di zinco si riportassero i resti di Piero a Firenze. Per ricongiungersi.                                                         
‘Splendeva il sole, quel giorno, - e fu una visione di luce l’ultima che ti è apparsa. – Come sempre, del resto, in tutta la tua vita. – E che potevano vedere i tuoi occhi limpidi, se non bellezza e splendore?’: così iniziano i versi scritti dall’amico Vittorio in campo di prigionia. Un legame più forte, di sangue ideali fedeltà...

 

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