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Mise l'Occidente di fronte a se stesso PDF Stampa E-mail
Scritto da Aleksandr Solzenycin (da La Verità)   
Lunedì 01 Luglio 2019 00:02


L'uomo che resistette al comunismo ma non si lasciò sedurre dal paese dei balocchi

Circa cinque secoli fa l’umanesimo si è appassionato a un allettante progetto: far proprie le luminose idee del cristianesimo, la sua bontà, la compassione per gli oppressi e gli emarginati, il rispetto per la libera volontà di ogni persona - ma con tutto questo facendo a meno del Creatore dell’Universo.
E l’idea sembrava aver avuto successo. Un secolo dopo l’altro, tale umanesimo era riuscito a incedere nel mondo come movimento ispirato ad alti ideali puramente umanitari riuscendo anche in alcuni casi a mitigare il male e le crudeltà della storia. Tuttavia nel XX secolo per due volte erano scoppiate, quasi caldaie dalla pressione fuori controllo, due guerre di mostruosa crudeltà: la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Dopo di esse l’umanesimo-umanitarismo non aveva che due strade: o lasciar cadere impotente le braccia o, moltiplicando gli sforzi, innalzarsi a un nuovo livello. E così verso la metà del XX secolo l’umanesimo ci è riapparso con i lineamenti del Globalismo Promettitore: insomma, è ora! È ora che noi si istituisca su tutto il pianeta un ordine razionale! (Come se fosse realizzabile). Che innalzi gli altri popoli a un accettabile livello comune a tutta l’umanità. Aprire all’intera popolazione della Terra la prospettiva di sentirsi cittadini a pieno diritto del mondo. Creare un unico governo mondiale retto da persone di alto livello intellettuale, le quali si curino con sagacia e premura dei bisogni di ogni piccolo popolo, in ogni periferia della Terra. E per breve tempo era sembrato che il mito del governo mondiale fosse sul punto di diventare realtà, se ne parlava con sicurezza ed era stata istituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Ma nei decenni immediatamente successivi, nella seconda metà del secolo, ha cominciato a echeggiare, allarmante richiamo, un gong. Il suo suono ci diceva che il nostro pianeta è più piccolo e angusto di come ce lo immaginavamo. Ed è molto meno in grado di sopportare senza conseguenze l’inquinamento prodotto dall’attività umana.
Ricordiamo tutti la famosa conferenza sull’ecologia a Rio de Janeiro e gli altri analoghi consessi internazionali che l’hanno seguita, nelle ultime settimane anche quello sul riscaldamento globale. Tutti i popoli del mondo hanno supplicato in coro - in coro! - gli Stati Uniti e gli altri paesi più progrediti: “Moderatevi, frenate l’incremento incontrollato della vostra industria! Sta di-ventando insopportabile per tutti noi e il pianeta!”. Gli abitanti degli Stati Uniti costituiscono solo il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 40% di tutte le risorse minerarie e semilavorati e contribuiscono per il 50% all’inquinamento complessivo. La risposta è stata comunque categorica: No! O ne sono seguiti gli insignificanti compromessi che non risolvono il problema.
La parte più sviluppata dell’umanità si è talmente abituata al consumismo - all’abbondanza e varietà delle sue espressioni - da diventarne schiava. Porsi di punto in bianco dei limiti? Come è possibile? E perché poi? L’autolimitazione volontaria è una qualità di difficile acquisizione, già per la singola persona, ma tanto più per un partito politico, uno Stato, un’azienda, una corporazione. Si è smarrito il senso più autentico della libertà, la sua più nobile applicazione che consiste appunto nell’imporsi volontariamente un freno, rinunciando a espandersi e trarre profitto a qualsiasi costo e ovunque. È anche un atteggiamento lungimirante. poiché allontana il pericolo di dirompenti conflitti futuri.
E così è caduta in disuso l’espressione «progresso per tutti». Se pure da qualche parte sono proprio indispensabili certe rinunce - perché si dovrebbe incominciare proprio da noi, che siamo i popoli più capaci e produttivi sulla Terra, quelli del «Miliardo d’Oro»? Le statistiche ci dicono che il divario tra i popoli progrediti e quelli arretrati non solo non è in diminuzione, ma tende ad aumentare. E questo sulla base di una legge inesorabile per la quale chi a un dato momento rimane indietro sarebbe condannato a restarlo anche in seguito. Così, se proprio si deve frenare l’industria a livello mondiale, non è più naturale farlo a spese del Terzo Mondo?
E al Terzo Mondo restano le materie prime e la forza lavoro. L’attuazione di tale programma non richiede affatto l’impiego di forze militari o di polizia, esistono per questo potenti leve economico-finanziarie: le banche mondiali, le imprese multinazionali.
In questo modo l’Umanesimo Promettitore si converte in Umanesimo Prescrittivo.
È davvero una trasformazione così imprevedibile per l’umanesimo? Ricordiamo che nel suo sviluppo c’è stato un periodo, dopo Holbach, Hetvétius e Diderot, nel quale è stata proclamata, guadagnandosi una moltitudine di fautori, la «teoria dell’egoismo ragionevole». Essa, nella sua essenza, se la sfrondiamo di tutti gli orpelli, sostiene questo: il modo più sicuro per fare il bene degli altri è attenersi rigorosamente ai propri interessi egoistici. E in Russia era quanto insegnavano in modo convinto i nostri illuministi. Ed ecco ciò che leggo anche sull’attuale stampa russa: «Interesse egoistico illuminato». Comprendete bene: sia pure egoistico ma illuminato!
Così l’umanesimo razionalistico, vale a dire un durevole antropocentrismo fondato su esclusivi valori mondani, non poteva che entrare in crisi.
Cosa ci ha infatti investito? Non sarà il vento di un universale e imperioso dettato economico totalitaristico? È mai possibile? Davvero poteva scaturire da paesi democraticissimi come quelli europei occidentali?
Ma riandiamo per un momento agli anni Venti e Trenta del secolo appena passato. Le migliori intelligenze d’Europa erano entusiaste del totalitarismo comunista. Ne tessevano le lodi, erano ben liete di sostenerlo mettendogli a disposizione nomi e firme, partecipando alle sue conferenze internazionali. Come è potuto succedere? Davvero è possibile che quei saggi non abbiano saputo raccapezzarsi nell’incalzante propaganda bolscevica? Quando, ricordo, i bolscevichi proclamavano letteralmente: «Noi comunisti siamo gli unici autentici umanisti!».
No, quelle grandi menti d’Europa non erano così cieche, ma andavano in solluchero al solo risonare delle idee comuniste, poiché riconoscevano la propria affinità genetica con esse. Dal secolo dei Lumi si sono diramate le radici sia del liberalismo sia del socialismo e comunismo. Ed è il motivo per cui i socialisti non sono perlopiù riusciti, nei diversi paesi, a tener testa ai comunisti: riconoscevano giustamente in loro i propri fratelli di idee, o se non proprio fratelli, almeno cugini. E analogamente si spiega la soggezione dei liberali, sempre e dappertutto, nei confronti del comunismo: è la comunanza delle radici originarie - quelle secolaristiche.
Si è molto discusso sulla questione se la politica debba essere morale. La maggioranza non lo ritiene possibile. Dimenticano che, in una prospettiva a lungo termine, solo una politica morale può dare buoni frutti. Certo, il trasferimento dei criteri morali dalla singola persona ai grossi partiti e agli Stati è sicuramente problematico, ma non se ne può neanche trascurare del tutto la possibilità.
Diversamente, lo vediamo, può diventare possibile eludere l’Onu perché d’intralcio, o fare a meno del Consiglio di sicurezza in qualche questione particolarmente scottante. E, davvero, perché non escluderla proprio questa Organizzazione delle Nazioni Unite quando disponiamo di un’eccellente macchina bellica internazionale? E con il suo aiuto possiamo - beninteso a scopi esclusivamente umanitari! - bombardare per tre mesi una nazione europea di milioni di abitanti, privando popolose città e intere regioni di quell’elettricità che ai nostri giorni è una risorsa vitale, e distruggendo senza battere ciglio ponti sul Danubio carichi di storia. [...]
Entriamo nel XXI secolo sotto questi tristi auspici.
Che dire della Russia d’oggi? La sua politica è quanto di più lontano dai principi morali si possa immaginare. Il destino della Russia in questo secolo è particolarmente tragico. Dopo settant’anni di oppressione totalitaria il popolo si è subito ritrovato in mezzo a un distruttivo uragano di ruberie che ha compromesso la sua vita economica e minato le sue energie spirituali. Al nostro popolo, stordito e ferito, non è stato dato il tempo di rimettersi in piedi specialmente per il fatto che viene soffocato ogni tentativo di darsi degli organi locali di autogoverno, qualsiasi iniziativa volta a liberare voce e mani per costruire il proprio avvenire. Al posto di tutto questo, una folla di burocrati, ancor più numerosa di quella dei tempi sovietici, che si accalcano calpestandoci. La nostra attuale classe politica ha un livello morale non particolarmente elevato, comunque non superiore al livello intellettuale. In essa spiccano incredibilmente: impenitenti membri della nomenklatura, che dopo aver imprecato per tutta la vita contro il capitalismo si sono messi di punto in bianco a glorificarlo; rapaci caporioni del Komsomol; semplici avventurieri politici; e infine una certa quota di persone scarsamente preparate alle nuove responsabilità.
Sulla Russia d’oggi c’è la diffusa opinione che stia sprofondando nel Terzo Mondo. […] Io non lo penso. Ho fiducia nella sostanziale buona salute dello spirito, ancorché avvilito, della Russia, e lo ritengo capace di stimolare nel paese le energie che gli consentano di risollevarsi dall’attuale deliquio. Ho sempre ritenuto che le risorse dello spirito siano superiori alle mere condizioni dell’esistenza e consentano di affrontarne meglio le difficoltà. Penso anche che questa risorsa dello spirito possa solo giovare allo stesso Occidente, e alla Francia, per superare la profonda crisi che ci aspetta tutti.


 

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