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Nino di ritorno dalla Russia PDF Stampa E-mail
Scritto da Emilio Del Bel Belluz x Il Giornale   
Martedì 06 Agosto 2019 00:54


Della serie degli orrori vigliacchi dei partigiani

Un mese fa è morta mia madre e la sofferenza che provo è indicibile. Pochi giorni prima di morire, con gli occhi sbarrati dalla paura e con la voce tremante, mi ordinava di chiudere bene la porta d’ingresso, perché potevano giungere i partigiani. Questa paura era motivata dal fatto che, nel piccolo paese di Villanova di Motta, i partigiani una notte erano entrati nell’osteria di mio nonno e un cugino, dallo spavento, pochi giorni dopo moriva all’ospedale di Motta di Livenza. Aveva solo sedici anni. Quella notte mia madre era presente e riuscì a fuggire, andando a ripararsi in chiesa. La paura era stata tanta che se la ricordò per tutta la vita. Quella sera mentre la confortavo dalle sue paure, mi venne in mente una testimonianza che voglio ricordare. Da tanti anni conosco una pittrice di Motta di Livenza, Adelina Bariviera, un’artista che ha fatto numerose mostre di un certo livello. Un giorno mi raccontò la storia di un suo cugino che era stato ucciso alla fine della guerra: «Nino (Giovanni Cia), al compimento del diciottesimo anno di età, obbligatoriamente è stato arruolato nell’Esercito Italiano e trasferito subito in Russia. Ritornato a casa e, essendo il primogenito di sei fratelli, continuò il suo servizio militare in una zona del Piave. Una mattina, molto presto, i partigiani circondarono la casa, dove abitava con la famiglia a Oderzo, salirono nelle camere svegliando tutti i bambini che si misero a gridare e piangere dalla paura. Incominciarono a rovesciare tutti i cassetti dei mobili, poi presero mio cugino per portarlo via. Mio zio Piero, invalido della Grande Guerra (aveva un occhio di vetro), si fece avanti e con il cuore in mano, pregò i partigiani di portare via lui che era vecchio al posto del figlio. Costoro con uno strattone si liberarono di lui e portarono via, Nino. Dopo alcuni giorni si venne a sapere che Nino assieme ad altre persone fu portato in Cansiglio, gli spararono, gli asportarono gli occhi e gettato nel “Bus della Lum” (Buco della Luce). Finita la guerra, dopo qualche anno, sono stati riesumati i resti di questi giovani e Nino fu riconosciuto dall’orologio e da un anello. Le sue spoglie si trovano nel cimitero di Oderzo dove riposa in pace». In questi giorni ho letto dai giornali che un partigiano è stato dichiarato Venerabile, per come ha vissuto la sua vita e per come ha agito nei tempi difficili. Allora mi chiedo perché anche questo giovane, non dovrebbe essere dichiarato Venerabile. Ha donato la sua vita a Dio, a ventuno anni. I partigiani gli tolsero gli occhi, quasi per renderlo uguale a suo padre che aveva un occhio di vetro. Dal mio scritto non voglio che traspaia un sentimento d’odio verso coloro che l’uccisero. I genitori hanno già raggiunto il loro caro Nino, sono rimasti i suoi fratelli a ricordarlo sempre con amore e a pregare per lui. Porterò sulla sua tomba una rosa rossa, unita a una preghiera, affinché non sia dimenticato.



 

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