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Scritto da Alberto Toso Fei x Il Gazzettino   
Lunedì 02 Settembre 2019 00:20


Plinio Scarabellin

Da ragazzo si allenava tirando ganci sui quarti di bue appesi al macello pubblico di San Giobbe, come Rocky Balboa. E sebbene nel corso degli oltre trenta incontri di boxe disputati come mediomassimo non sia riuscito a ottenere nessun titolo, la sua maniera spettacolare di combattere e il fatto che scrivesse poesie e canzoni veneziane (che ancora oggi si sentono cantare in gondola o si possono trovare comodamente sul web) lo resero un personaggio molto amato in città, e uno dei simboli della Venezia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Plinio Scarabellin, che è rimasto ancorato all’immaginario veneziano come il “pugile poeta”, nacque il 19 dicembre 1933 da Achille Scarabellin e Jolanda De Camino, in una famiglia in cui i pugni avevano già fatto storia: il fratello Bruno, più grande di cinque anni, era riuscito a diventare campione italiano dei pesi massimi nel 1959, perdendo il titolo l’anno successivo per mano - è il caso di dire - del padovano Federico Friso. Il nonno, il gigantesco Antonio Scarabellin, dipendente del macello di San Giobbe, era diventato una leggenda in città il giorno di Pentecoste del 1867, quando scommise che avrebbe ucciso un montone con un solo pugno, e ci riuscì. Un’impresa che eccitò talmente l’immaginazione dei suoi contemporanei da far decidere loro di celebrare con una targa (oggi introvabile) il terribile pugno dato al povero montone.
La boxe in quegli anni era uno sport quasi più popolare del calcio: a Venezia assieme agli Scarabellin, fisici da paura scolpiti dalla natura, combattevano nei pesi minori anche i fratelli Sergio e Ugo Milan; a Mestre Francesco De Piccoli vinceva nel 1960 le Olimpiadi nella categoria dei massimi, da dominatore. Plinio visse sei anni intensissimi da professionista, tra il 1958 e il 1963, in cui combatté trentatré volte, vincendo ventotto incontri e perdendone cinque, tutti per ko. Il suo esordio fu devastante, e fa parte della leggenda che lo contraddistingue: tredici vittorie consecutive prima del limite, incluse quelle su Ottavio Panunzi, idolo del pubblico romano, e sul campione spagnolo Mariano Echevarria, che lo lanciarono definitivamente. I suoi combattimenti, spesso ingaggiati con avversari più pesanti di lui, erano spettacolari e molto amati dal pubblico, che nel leggerne il nome sul cartellone sapeva che il match aveva ben poche probabilità di concludersi con il suono dell’ultimo gong.
Conobbe la sconfitta per la prima volta contro il grossetano Domenico Baccheschi, che lo mise al tappeto nel corso del suo diciassettesimo incontro; ma nel contempo ottenne vittorie importanti sul campione francese Max Brianto e sul campione italiano Rocco Mazzola. Una ulteriore affermazione sullo statunitense Bert Whitehurst lo proiettò nell’olimpo internazionale, ma l’ascesa al possibile titolo europeo gli fu preclusa da un doppio ko, subito prima dal francese Robert Duquesne (sul quale esiste un impietoso cinegiornale Luce) e poi dal gigantesco Franco Cavicchi, che ne frantumò definitivamente i sogni iridati. L’8 aprile 1963 appese i guantoni al chiodo.
Ma non per questo la sua vita terminò. Anzi. Nel corso della sua ascesa gloriosa sul ring aveva trovato il tempo di sposare la sua fidanzata storica, Diana “Edy” Scarpa, che gli è stata a fianco una vita intera, più di cinquantasei anni, fino al 26 aprile 2017, quando a ottantatré anni il cuore di Plinio smise di battere. Scarabellin non era solo uno sportivo, ma un personaggio eclettico e pieno di risorse, che lavorava con la sua barca “Io e il mare” per i giri turistici; molte delle sue canzoni - per le quali scriveva i testi e le musiche - sono tutt’oggi cantate da gruppi musicali veneziani: “Perché piangi Venezia”, “Luna di miele”, “Principessa di marmo”… nei primi anni Settanta firmò anche la lirica ufficiale delle prime, celebri gare podistiche “Su e zo par i ponti”.
Venezia lo ha adorato come pugile e amato come autore e poeta. Oggi tutti i suoi cimeli sportivi e quelli della sua famiglia sono conservati ed esposti nella palestra pugilistica “Toni Caneo” del centro sportivo Sacca Fisola, grazie alla passione e all’amore di un gondoliere, Marco Zanon, che li ha raccolti e donati.

 

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