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Grandi vecchi e lati oscuri PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Giovedì 12 Ottobre 2017 00:15


Se n'è andato il mediatore cattolico con l'estrema sinistra portandosi i misteri nella tomba

In certi anni, tutto sembrava alla portata. Nell’Italia del dopoguerra vi furono personaggi capaci di incarnare l’inconciliabile, di osare la sintesi tra gli opposti con esiti sorprendenti. Uno di questi pionieri fu Corrado Corghi, al quale Reggio Emilia stamane darà l’addio. Divenne il tramite di un dialogo impossibile con le Brigate Rosse. Addirittura qualcuno si spinse a indicare in Corghi il «Grande Vecchio» che ispirò la nascita del partito armato: un teorema senza prove, però indicativo della sua propensione al colloquio perfino con figure storiche del brigatismo come Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Roberto Ognibene. La spiegazione è perfino ovvia: sono tutti di Reggio Emilia e Corghi li conobbe quando i quattro se ne andarono dal Pci cercando sponde politiche. Pure il professore aveva lasciato il partito di origine, la Democrazia cristiana, e provava simpatia per i movimenti “contro”, dal Vietnam all’America Latina. Teorizzava che i veri cristiani non hanno nulla da spartire con gli aspetti «inumani» del capitalismo e debbono stare dalla parte del popolo in lotta.
La svolta radicale 
Eppure in origine Corghi, classe 1920, prima maestro e poi professore, fu tutt’altro che di sinistra. Dirigente dell’Azione cattolica, a un passo dal diventare vicesegretario nazionale Dc, veniva considerato il «martello» con cui Amintore Fanfani picchiava duro sulla dissidenza interna. Un fierissimo anti-comunista. Addirittura Corghi, da segretario regionale Dc in Emilia Romagna, era al corrente della rete di autodifesa «Stay behind» che i partigiani «bianchi» avevano messo in piedi contro un eventuale golpe «rosso».
Ma era una stagione, appunto, di svolte radicali. Di spericolati cambiamenti. Pierluigi Castagnetti, avendolo conosciuto bene, ne descrive «il carattere forte dominato da passione e inquietudine», nello spirito dei tempi. Entrò in urto con il suo vescovo e rischiò la scomunica per aver partecipato ai funerali dei cinque manifestanti uccisi negli scontri del 7 luglio 1960 (i «morti di Reggio Emilia»), quando la polizia di Tambroni sparò sulla folla. Sempre lui, che durante l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 aveva organizzato autocolonne di viveri per portare soccorso ai resistenti di Budapest, divenne il «link» tra la diplomazia vaticana e i terzomondisti più visionari. L’impulso glielo diede il cardinale (anch’egli reggiano) Sergio Pignedoli, spedendolo in Sud America con la «mission» di prodigarsi per i condannati a morte in Cile, in Brasile e nella Cuba rivoluzionaria. Fu merito suo se venne liberato l’intellettuale socialista francese Regis Debray, catturato dall’esercito boliviano nell’ultima sfortunata spedizione del «Che» Guevara. È passato mezzo secolo esatto.
Con i teologi della liberazione 
Come in un romanzo, Corghi tenne i contatti tra la congregazione vaticana per la Propaganda Fide e i «teologi della Liberazione» in odore di eresia filo-marxista, iniziando dal prete-guerrigliero Don Camillo Torres. Negò in seguito di avere mai coltivato rapporti diretti con Fidel Castro; eppure i suoi legami un po’ misteriosi con il regime rivoluzionario di Cuba furono al centro della tentata mediazione durante il sequestro del giudice genovese Mario Sossi, nel 1974: l’ostaggio sarebbe stato liberato a patto che i componenti della Brigata XXII Ottobre venissero consegnati dall’Italia alla legazione cubana presso la Santa Sede e di lì trasferiti all’Avana. Il piano saltò perché Castro si tirò indietro su pressione di Enrico Berlinguer (e in cambio della promessa, pare, di 50 trattori agricoli).
Le mediazioni per Sossi e Moro 
Il tentativo per Aldo Moro, quattro anni dopo, fu ancora più disperato perché con il senno di poi nessuno avrebbe potuto salvare la vita dello statista Dc. Corghi corse a Roma, cercò contatti, si illuse di poter ancora smuovere le coscienze. Ma non erano più gli anni delle utopie, semmai quelli di piombo.

 

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