L'arte era nel fascismo Stampa
Scritto da Emilio Del Bel Belluz x Il Giornale   
Venerdì 20 Dicembre 2019 01:43


Il pittore che seguì Mussolini

 

Un giorno a Motta di Livenza, incontrai un signore che sapevo, essere un ottimo pittore. M’invitò a casa sua per mostrarmi le sue opere. In una stanza della casa dipingeva, soprattutto ritratti di san Pio, perché nutriva una grande devozione nei suoi confronti. Rimasi colpito da un’opera, la osservai intensamente e il pittore me la porse dicendomi che potevo tenerla, a suo ricordo. Prese la pipa che teneva in un cassetto, l’accese e mentre il tabacco profumava la stanza si mise a raccontare un episodio della sua vita. A soli quindici anni aveva deciso di fuggire di casa per andare ad arruolarsi tra le file della RSI. Nel suo cuore ardeva la fiamma per la Patria. Mussolini era per lui l’eroe che era stato calpestato con l’arresto ed era rinato dopo la liberazione. Con poche cose si mise in strada e nel momento in cui passò una camionetta militare fece cenno di fermarsi e vi salì. Mi disse che la guerra era stata difficile, e ricordava il grande dolore che aveva provato vedendo alcuni suoi camerati morire. Poi Elvio Zanin, questo era il suo nome, mi raccontò un episodio di cui era stato protagonista. Un giorno vide il Duce che gli fece dono di un pacchetto di sigarette Giuba. Un fotografo immortalò la scena e la foto fu pubblicata da un rotocalco nazionale. A Motta di Livenza, le copie del giornale finirono subito. La guerra continuò per mesi che diventarono sempre più difficili. La sconfitta era vicina, ma non era stato perduto l’onore. Elvio vide l’arrivo degli americani mentre si trovava in un ospedale dove era stato ricoverato. L’unica soluzione era di fuggire. Infilò i pantaloni in fretta e furia, un soldato tedesco gli diede il suo pugnale che nascose in uno stivale, e con un po’ di fortuna riuscì a salire su un camion militare per raggiungere i camerati. Quando la guerra finì, si rifugiò in Austria, gettò le armi, ma non il pugnale che gli aveva dato il soldato tedesco e lo portò a casa. I partigiani lo aspettavano, per fargliela pagare, avevano la prova del giornale che si era arruolato nelle RSI. Quando giunse a Treviso, un suo compaesano lo riconobbe, era un partigiano ma gli consegnò un lasciapassare che gli salvò la vita. Quando giunse a casa, dovette rimanere nascosto finché le acque si quietarono. Quando me ne andai, volli consegnargli un santino di San Leopoldo Mandic, sperando che lo potesse dipingere. Quando morì, mi portarono un piccolo quadro di San Leopoldo che mi aveva destinato, era stata la sua ultima opera. Lo conservo nel mio studio, vicino al quadro di San Padre Pio.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Dicembre 2019 23:47