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Storia&sorte
Walter Spedicato PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 24 Ottobre 2004 01:00

Cinquantasette anni fa nasceva nel Salento Walter Spedicato, una delle figure più importanti e più schive della nuova rivoluzione italiana

Il 26 ottobre 1947 nasceva a Novoli, in provincia di Lecce, Walter Spedicato. Sarebbe morto a Courbevoie, nella periferia di Parigi, il 9 maggio 1992 in esilio.

Chi lo conobbe sa perfettamente quale personalità, quale entusiasmo, quale dirittura e quale pathos caratterizzavano quell’eccellente figlio del Salento. Molto impulsivo e veemente, Walter era però troppo serio ed in possesso del senso della misura per imporre il proprio nome alle platee, come avrebbero invece fatto numerosi mediocri. Molto per questo e moltissimo per lo stato di costante distrazione quotidiana di cui sono affetti un po’ tutti i sopravvissuti, Walter è poco conosciuto in Italia, pur avendo dato molto e rappresentato moltissimo per un abbondante ventennio. Walter fu, invece, una delle figure principali del mondo nazionalrivoluzionario, popolare, sociale, tercerista negli anni più caldi e significativi della nostra storia recente.

La sua milizia politica iniziò negli anni della contestazione quando, studente di giurisprudenza, aderì al Movimento Studentesco di quella facoltà, presto trasformatosi in Lotta di Popolo.

Tra i rappresentanti storici di quell’organizzazione che fu all’avanguardia politica del tempo, Walter tenne a lungo la mitica “Libreria Romana” in via dei Prefetti. Quivi, dopo lo scioglimento di Lotta di Popolo, furono gettate le basi per Lotta Studentesca poi evoluta in Terza Posizione.

Travolto dall’onda lunga della lotta armata e della caccia alle streghe che fece seguito alla strage atlantista di Bologna, Walter riparò a Parigi. Benché, a differenza del sottoscritto, non gliene spettasse la responsabilità, mi accompagnò nelle discese clandestine in Italia e nella clandestinità operativa a fianco degli ultimi Nar. Animò con me tutta una serie di iniziative politiche e culturali all’estero, fra le quali spiccano “Orientamenti & Ricerca” e il “Coordinamento 12 Marzo”.

Uomo di cuore, uomo di troppo cuore, venne colto da una rara malattia che dilata le arterie. Operato più volte, morì durante un trasporto in ambulanza a seguito di un’ulteriore crisi. Gli infermieri ci dissero che spirò mentre raccontava una barzelletta. Grecoromano fino all’ultimo….

 
Quegli assassini troppo a lungo mitizzati PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos   
Sabato 23 Ottobre 2004 01:00

Una cerimonia funebre in memoria degli ex soldati trucidati dalla polizia partigiana si terrà il 2 novembre nel basso modenese. Bene così: c’è però da chiedersi dov’erano gli attuali officianti negli anni addietro, quando puntare l’indice contro quegli assassini rappresentava un rischio.

Martedì 2 novembre, ricorrenza dei Defunti, si terrà alle ore 11 a San Possidonio, piccolo centro della bassa modenese, una cerimonia in memoria delle vittime dell'eccidio della cosiddetta ''corriera fantasma'', un autocarro della Pontificia Opera di Assistenza che l'arcivescovado di Brescia aveva allestito dopo la Liberazione per consentire ai militari ed a tutti coloro che erano rimasti coinvolti nelle tempeste del conflitto di tornare alle loro case.

Nel maggio del 1945, a guerra da tempo finita, partivano da Brescia tre camion di cui uno recava a bordo, insieme a soldati del disciolto esercito e reduci dai campi di prigionia in Germania, anche un gruppo di giovani ex allievi della scuola militare di Oderno. Due sentenze della magistratura (della Corte d'Assise di Viterbo nel 1951 e quella del Tribunale di Modena, emessa nel 1970) accertarono che il camion scomparso fu fermato a Concordia dalla locale 'polizia partigiana' e tutti i passeggeri rinchiusi nella tristemente nota ''Villa Medici'' di Concordia, paragonabile alla prigione di via Tasso a Roma. Da lì i giovani ''ragazzi di Salò'' vennero trasferiti nel vicino comune di S. Possidonio dove, la notte del 19 maggio 1945, furono passati per le armi.

Il rito del 2 novembre verrà celebrato nel campo, lungo la Circonvallazione di S. Possidonio, dove nel 1968 vennero rinvenuti in una fossa comune, i resti delle giovani vittime, tutti diciottenni. Il ritrovamento fu possibile perché uno degli ex partigiani che aveva partecipato all'eccidio, appreso dal medico condotto del posto, il dottor Pivetti, di essere affetto da un male incurabile e di essere in punto di morte, roso dal rimorso gli aveva confidato i particolari dell'eccidio indicando ai carabinieri il punto esatto in cui i corpi erano stati sepolti dopo l'esecuzione. Gli scavi effettuati diedero conferma della rivelazione, mentre l'autopsia consentì di accertare che le vittime erano stato sottoposte a sevizie. Imputati del delitto furono il capo della locale polizia partigiana e tre suoi subalterni, prosciolti per sopravvenuta amnistia dopo che la sentenza istruttoria ne aveva chiesto la condanna all'ergastolo.

Nel podere in cui vennero sepolti i giovani ex allievi ufficiali verrà innalzato e benedetto nel rito del 2 novembre un grande crocifisso in bronzo. ''A questo punto -spiegano gli artefici dell'iniziativa- la storia grondante dolore e sofferenza di sessant'anni fa emerge con la forza della Verità in un rito che non intende riattizzare odi e rancori a stento sopiti o riaprire ferite faticosamente rimarginate, ma si colloca in uno spirito di pacificazione e riconciliazione che accoglie l'alto magistero morale del Presidente Ciampi auspicanti il recupero di una memoria storica condivisa come fattore fondante di una ritrovata coesione e unità nazionale''.

Significativo ed emblematico in questa prospettiva risulta il gesto di cui si è fatto protagonista colui che è il promotore della celebrazione di S. Possidonio. E' un docente universitario di medicina dell'Ateneo di Ferrara, il prof. Giorgio Zavagli. Nel 1968 il docente, un apolitico di idee democratico-liberali, appren

 
Mistica e politica PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Venerdì 22 Ottobre 2004 01:00

Ha inizio da Padova un’interessante introspettiva sulla mistica e la politica. Da non perdere nel modo più assoluto.

Luca Fantini; un libro; un significato.

Essenza mistica del Fascismo totalitario; dalla scuola di Mistica Fascista alle Brigate Nere.

Qualcos’altro si muove, contro la tendenza all’omologazione e alla banalizzazione, contro il dominio annoiato della post/borghesia.

Un ciclo di conferenze vedrà impegnato l’autore a partire da sabato prossimo – 30 ottobre – a Padova. Lo introduce Daniele Lazzeri, ospita il circolo Sol Invictus. Alle 17,30 a via Colli 4.

Vedi dettagli in agenda qui a lato in data 30 ottobre

 
Orion ha venti anni PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 21 Ottobre 2004 01:00

Festa venerdì 22 ottobre, a partire dalle ore 20, a Roma, Casa Pound, via Napoleone III, 8. 240 mesi, 240 numeri dell’altra rivista. Evidentemente nascere in ottobre è segno di successo e di longevità.

Festa venerdì 22 ottobre, a partire dalle ore 20, a Roma, Casa Pound, via Napoleone III, 8.

240 mesi, 240 numeri dell’altra rivista.

Evidentemente nascere in ottobre è segno di successo e di longevità.

Musica, vino, porchetta e parole a volontà

(Murelli, Adinolfi, Sermonti, Renzaglia e Mancinelli).

 
Gorla. 60° anniversario. PDF Stampa E-mail
Scritto da Achille Rastrelli   
Martedì 19 Ottobre 2004 01:00

Per non dimenticare.

Sessant' anni fa la strage di Gorla.
Il 20 ottobre 1944 una formazione di aerei angloamericani B24 e B27 era in missione per bombardare le officine Breda e la stazione ferroviaria di Greco in prossimità di Milano. Era una giornata soleggiata, priva di foschia e di nubi, ma per un errore di calcoli gran parte degli aerei si trovò nell'impossibilità di colpire i bersagli strategici prefissati. Nonostante la consapevolezza di ciò, alle ore 11,24 gli aerei, prima di rientrare, sganciarono comunque le bombe in una zona abitata e priva di ogni obiettivo militare. Uno degli ordigni esplosivi da 500 chilogrammi centrò la scuola elementare Francesco Crispi di Gorla (Milano) durante le ore di lezione mentre gli alunni stavano scendendo nel rifugio. Ci fu un'esplosione devastante che sventrò completamente l'edificio scolastico seppellendo sotto le macerie 232 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, la Direttrice, 14 insegnanti, 4 bidelli e un'assistente sanitaria, da aggiungersi agli altri 480 morti di quel bombardamento. Come tante altre vittime degli Anglo-americani, i 184 bambini diGorla sono stati vergognosamente dimenticati dalle sinistre e dalla destra "liberal-democratica " : « ...Per i milanesi il ricordo di questa giornata è abbastanza deformato: mentre sono stati del tutto dimenticati gli attacchi su Isotta Fraschini e Alfa Romeo,
il bombardamento diGorla è rimasto vivo nel ricordo degli abitanti del quartiere grazie anche al Monumento Ossario da loro fortemente voluto, ma in altre zone della città è un ricordo completamente rimosso, anche perchè nel dopoguerra, era un avvenimento scomodo da ricordare, essendo stato compiuto da quelli che
erano rappresentati come "liberatori" .Altre stragi di cittadini italiani, compiute dai nazifasciti erano più "politicamente corrette" da ricordare...» Da: A. Rastrelli, Bombe sulla città. Gli attacchi alleati: le vittime civili a Milano, Mursia Editore, Milano 2000. (in foto: Il manifesto del pittore Gino Boccasile che condanna la criminale impresa degli
alleati "liberatori"angloamericani".)

vedi anche: http://www.madm.it/lmds/pag014.htm foto del monumento: http://www.chieracostui.com/
 
Il sole non sorge più ad est PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Giovedì 14 Ottobre 2004 01:00

Ottobre 1956: inizia la leggendaria rivolta di Budapest che verrà schiacciata sotto i cingolati sovietici. Ricordiamo quei magiari mandati allo sbaraglio, vittime dei carri sovietici, delle macchinazioni americane, dei giochi di potere dell’oligarchia comunista e dell’indifferneza generale (“sull’orlo della nostra fossa il mondo è rimasto seduto”).

Claudio Mutti

Se lo sconquasso provocato nel febbraio 1956 dal XX Congresso del PCUS e dalle "rivelazioni" di Khrushciov coinvolse tutto quanto l'impero sovietico, fu l'Ungheria a subire le ripercussioni più traumatiche.Il 20 febbraio 1956, a settant'anni dalla nascita di Béla Kun, la Pravda khrushcioviana rievocava il leggendario ebreo d'Ungheria che, dopo aver fondato il Partito Comunista Ungherese e instaurato la Repubblica dei Consigli, era caduto vittima della purga staliniana del 1937 insieme con altri esponenti della vecchia guardia.

A Budapest, dove la leggenda di Béla Kun era stata soppiantata da quella creata intorno a Mátyás Rákosi (alias Mátyás Roth), l'articolo della Pravda suonò come un nuovo avvertimento. Nuovo, perché l'anno precedente aveva visto la defenestrazione di Malenkov, che era il protettore moscovita di Rákosi; e, sempre nel 1955, Khrushciov era andato a Belgrado per riconciliarsi con Tito, sconfessando così la campagna antititoista orchestrata a Budapest nel 1949 all'epoca del processo contro László Rajk e altri dirigenti comunisti.

Il 17 marzo 1956, il fermento prodotto in Ungheria dal XX Congresso dà luogo alla nascita del Circolo Petöfi. Costituito da membri dall'organizzazione giovanile del Partito dei Lavoratori Ungheresi, il Circolo Petöfi indice numerose conferenze e assemblee, nelle quali si manifesta un'opposizione sempre più decisa verso il regime di Rákosi e si propugna il ritorno di Imre Nagy (primo ministro dal 1953 al 1955) alla testa del governo. A questa campagna partecipano attivamente molti esponenti dell'intelligencija mondialista; "moltissimi ebrei comunisti, come Tibor Déry, Gyula Háy, Tibor Tardos, Tamás Aczél, furono i principali animatori, nel 1956, dell'Associazione degli scrittori e del Circolo Petöfi"1. Così scrive François Fejtö alias Ferenc Fischel, lui stesso ebreo ed ex comunista (ora neocattolico e neoliberale), il quale dimentica però, stranamente, di menzionare in quel contesto il più illustre di tutti: György Lukács (alias Georg Löwinger)2, "il più rispettato filosofo del regime comunista (...) figlio di un banchiere ebreo (...) divenuto un attivo militante comunista nel 1918"3.

Sotto la pressione delle proteste e delle rivendicazioni, consapevole che il "nuovo corso" voluto da Khrushciov comporta inevitabilmente un avvicendamento nei vertici dei partiti comunisti, il 21 giugno Rákosi vola a Mosca "per sottoporsi a cure mediche". Berija lo accoglie con queste parole: "Sei stato il primo e l'ultimo re ebreo dell'Ungheria!"4 In realtà è stato

 
Così nacque Zarathustra. Centosessanta anni fa PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 14 Ottobre 2004 01:00

“Lo spirito è la vita che incide in se stessa: che con il proprio tormento accresce il proprio sapere. Lo sapevate già ?” “Io sono d’oggi e del passato, ma v’è in me qualcosa che appartiene al domani, e al dopodomani, e al futuro”.

Friedrich Nietzsche è il pensatore che forse più d’ogni altro ha tagliato la modernità come una lama affilata, sollevando impietose questioni esistenziali e risolvendole in modo impegnativo: ponendo l’uomo sempre e solo di fronte a se stesso. “Corda tesa” (tra il bruto e il superuomo nella formulazione nietzscheana), l’uomo è considerato valido solo in quella tensione, venendo meno la quale, si affloscia e si spegne. Così come “l’ultimo uomo, saltellante e longevo come una pulce” che Nietzsche aveva annunciato e che oggi ritroviamo un po’ ovunque. Il grande nemico è in noi stessi: anche questo ci ricorda Nietzsche quando ci rammenta che il nostro nemico è lo “spirito di gravità”. E la grandezza sta nella prova, nella conoscenza di sé, nella capacità di riconoscere ogni propria bruttura e di farne materia per un rimodellamento. “Le mie altezze sono le mie profondità”.

Il meraviglioso poeta ribelle, il pensatore aristocratico e nichilista, forte però di un nichilismo attivo, guerriero e perfino trascendente, nasceva 160 anni fa a  Röcken, in Sassonia, il 15 ottobre 1844.

Dopo aver studiato teologia ed averla lasciata per la filologia classica a Lipsia, ove conobbe Richard e Cosima Wagner, Nietzsche ottenne la cattedra di lingua e letteratura greca all’università di Basilea.

La sua produzione:

La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), le quattro Considerazioni inattuali (1873 – 1876),

Nel 1878 esce la prima parte di Umano, troppo umano. Un libro per gli spiriti liberi, mentre per la seconda parte bisognerà aspettare l’anno successivo, il 1879. 1881 è la volta di Aurora, l’anno seguente conobbe a Roma Lou Andreas Salomè e pubblicò La gaia scienza (1882). Tra il 1883 e il 1885 uscì quello che da molti è considerato il suo capolavoro: Così parlò Zarathustra, al quale fanno seguito Al di Là del bene e del male (1886), Genealogia della morale (1887) e, tra l’88 e l’89, L’Anticristo, il Crepuscolo degli idoli, Ecce homo. Nell’aprile del 1888 Nietzsche andò ad abitare all’ultimo piano di via Carlo Alberto n. 6 a Torino. Internato in seguito in clinica psichiatrica (“i pazzi e i fanciulli sono i più cari agli dei”) ne uscì a metà anni Novanta.

Nell’aprile del ’97, alla morte della madre, la sorella Elisabeth portò Nietzsche con sé a Weimar. Morì verso mezzogiorno del 25 agosto 1900.

Ci ha lasciato tante e tali di quelle massime di saggezza che è impossibile riportarne un numero sufficiente per varietà e qualità. Ne scegliamo una per tutte, soprattutto una

 
Onore a Giovanni D’Espinosa PDF Stampa E-mail
Scritto da Gioventù Nazionale Palermo   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

I suoi alunni e i suoi giovani camerati lo ricordano con affetto

A nome di tutti i Camerati della Federazione Palermitana della Fiamma, desidero ricordare il carissimo Camerata Giovanni D'Espinosa, uomo di grande cultura e carisma che si è sempre distinto nella scena Fascista palermitana per via del suo attivismo politico. Esprimiamo il dolore verso un professore che non si è mai vergognato di essere ciò che era nella sua facoltà, storicamente nota per il sinistro sinistrismo che la caratterizza, e che anzi ha chiesto spesso negli ultimi tempi a noi giovani di GN di organizzare un convegno sulla nostra cultura.

Camerata D'Espinosa PRESENTE!

 
Mon Commandant ! PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

Il 10 ottobre di cinquantanove anni fa andava superbamente incontro alla morte l’eroe di due guerre mondiali, il francese Joseph Darnand.

Il 10 ottobre di cinquantanove anni fa andava magnificamente incontro alla fucilazione Joseph Darnand.

Su quest’uomo è sceso il silenzio, cosa che sovente accade per chi è integro e straordinario, trovandosi i sopravvissuti più a loro agio nel celebrare chi abbia manifestato qualche debolezza umana in quanto li rassicura, permettendo di coltivare l’indulgenza verso di sé.

Darnand era della medesima tempra di Pavolini sicché un certo sgomento, uno stupore esistenziale, ha finito col creare una distanza tra di lui e quei borghesi piccoli piccoli che pur tifano per il suo campo.

Nato a Coligny nel 1897, Darnand era appena diciassettenne allo scoppio della Grande Guerra. Vi partecipò da volontario e moltiplicò le azioni audaci e temerarie oltre le linee divenendo il sottufficiale più decorato dell’esercito francese. Fu all’epoca che il Maresciallo Pétain ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo al punto di farne, una ventina d’anni più tardi, uomo perno nei governi definiti della Collaborazione.

Nazionalista e guerriero, Joseph Darnand, di ritorno dal fronte aderì all’Action Française, sezione nizzarda. Scalpitante, giunse presto in conflitto con Charles Maurras. L’adesione successiva all’organizzazione nazionalista della Croix de Feu fu ancor più deludente. Uomo d’azione, Joseph Darnad passò allora al gruppo clandestino della Cagoule dove, forse, incontrò il futuro Presidente francese François Mitterrand. All’avvento della guerra ritroviamo Darnand nel Parti Populaire Français, creato da Jacques Doriot, fino ad allora vicesegretario comunista e rappresentante, anche in seguito, delle periferie proletarie che circondano Parigi.

Le scelte politiche non prevalgono, in Darnand, sui sentimenti nazionalistici. Nel 1940, allorché le truppe italiane entrano in Francia non senza atti di sconosciuto valore (ad esempio Mentone è conquistata alla baionetta) i nostri soldati subiscono sconfitte in montagna proprio dalle truppe alpine comandate da Darnand.

La Francia allo sbando, per trovare una via d’uscita si rivolge ad un uomo generoso dalle larghe spalle. Il Parlamento riunitosi in seduta plenaria affida il governo di una nazione dimezzata (una parte resterà sotto l’occupazione militare tedesca) al Maresciallo Pétain, quello stesso che le ha permesso di resistere nei momenti fatali della Prima Guerra a Verdun, che ha messo fine alla falcidie di decimazioni praticata dall’Armée e che ha infine colto la vittoria nel ’18.

Questa generosità verrà pagata carissima da Pétain che, vegliardo, sarà poi condannato all’ergastolo per collaborazionismo con una serie di atrocità giuridiche. Probabilmente il Maresciallo firmò la sua condanna il giorno stesso che decretò lo scioglimento di quella massoneria di cui faceva parte la maggioranza dei suoi “grandi elettori”.

 

I rubli di Mosca PDF Stampa E-mail
Scritto da Libero   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

Quei comunisti italiani che oggi criticano tanto il lecchinaggio nei confronti della superpotenza straniera rappresentata dagli Usa, dal post-fascismo fino alla caduta del muro di Berlino non han fatto altro che eseguire gli ordini (spesso molto ignobili) dell'altra superpotenza dell'epoca, l'Urss.

« Ricordo la volta in cui Domenico Rea, una firma prestigiosa di “ Paese Sera”, fece un viaggio in Russia. Tornò inorridito per quello che vide. Me ne parlò a lungo. Quello che scrisse fu di tutt’altro tono. Del resto, come facevi? Sapevamo tutti da dove venivano i soldi. Il limite era nei fatti » . Chi parla è Ruggiero Guarini, oggi editorialista e scrittore. Dal 1952 al 1957 è stato capo della redazione napoletana di “ Paese Sera”, il quotidiano comunista diventato organo della corrente più filo- sovietica del Pci. Armando Cossutta, che lo prese in mano nel 1982, ha raccontato di aver ricevuto da Mosca 10 miliardi per risanare il giornale. Ma anche prima di quella data, il condizionamento si sentiva. Guarini ricorda bene quegli anni: « Non era concepibile che si scrivesse una riga anche solo lievemente critica nei confronti dell’Urss » . Ai suoi tempi, ricorda, furoreggiava il movimento dei partigiani della pace, un’invenzione di Stalin.
 
Aprendemos a quererte PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Venerdì 08 Ottobre 2004 01:00

Trentasette anni fa veniva ucciso per la prima volta, dalla rozza reazione, il Comandante Che Guevara. Da trentasette anni è ucciso ogni giorno dall’impudicizia della borghesia progressista.

L’otto ottobre di trentasette anni fa cadeva in un’imboscata Ernesto Guevara detto il Che. Ferito al ventre, veniva lasciato agonizzare fino alla morte che sarebbe  sopraggiunta per dissanguamento nelle prime ore del giorno successivo. Da allora Che Guevara è divenuto un mito, una leggenda e, purtroppo, soprattutto un prodotto di marchandising.

Il Che si ritrova ovunque: stampato sulle t-shirts della borghesia più annoiata, dipinto nei pins, tatuato sulle braccia del miliardario Maradona, stampato sugli striscioni delle tifoserie che si pretendono orientate a sinistra. Emblema di una trasgressione formale, di un nostalgismo scialbo, il Che viene ucciso ogni giorno da quella borghesia decadente contro il cui strascicato dominio di classe aveva deciso, egli, indomito leone, di ruggire e morire.

Lo aveva ucciso una prima volta la reazione rozza e feroce che vestiva la casacca dei militari boliviani. Lo ha poi iniziato ad uccidere una seconda volta, senza mai smettere di commettere il crimine, facendone scempio, il tifo del popolo “progressista” che con la rivoluzione del Che nulla, ma proprio nulla ha in comune.

E intanto, controcorrente, discretamente, con delicatezza, molti di coloro che avrebbero dovuto odiarlo hanno maturato una passione per questo condottiero.

Il Che infatti aveva affascinato ancor prima della sua epica morte, e cioè sin dal tempo in cui si era messo in viaggio verso l’utopia più impossibile, molti di coloro che  a sinistra non avevano alcuna intenzione di militare, che stando alla logica dei clichets che impera nella società dello spettacolo, e, quindi  nello spettacolo della politica, avrebbero dovuto essere i suoi più accaniti nemici.

Oggi che i tempi sono cambiati sono in tanti, tra quelli che hanno scelto di tifare per l’ultradestra, a detestare visceralmente il guerrigliero perché in un’ottica speculare con i centri sociali, non possono non disprezzare quel che gli altri incensano. Se tu dici a io dico b, se dico b, tu dirai c: una stupidità diffusa e oramai persino comprensibile.

Allora però che le passioni erano vive e non virtuali, il Che fece breccia nei nostri cuori. Fece breccia ispirando a uno dei più acuti e brillanti pensatori dell’estrema destra francese, Jean Cau, il magnifico “Una passione per il Che”, un libro che in esilio fu tra i preferiti e più riletti di Walter Spedicato, il quale, d’altronde, provava per il Che una passione non certo inferiore a quella di Cau.

Aveva fatto breccia immediatamente dopo la sua barbara uccisione nei cuori dell’allora fascistissimo Bagaglino che produsse persino un 45 giri veramente double face. Conteneva da una parte “Il legionario di Lucera” e dall’altra “Addio Che”.  Spiegava, il Bagaglino, nel retro copertina, la ragione che l’aveva spinto a rendere quest’omaggio a due figure così opposte in apparenza: la

 
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