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Storia&sorte
"+Piombo Rosso"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da L'Adige   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Giorgio Galli a Trento con il suo libro: svelate le manovre dei servizi segreti

"Sulla vicenda del rapimento Moro non bisogna perdersi nelle nebbie delle ipotesi e dei complotti. Occorre però cercare la risposta a due domande. La prima: nell´assalto alla scorta dell´onorevole Moro vengono sparati 91 colpi, di cui 47 colpi da un´arma mai ritrovata, in mano a un tiratore scelto di grande esperienza, che si muove liberamente e uccide la scorta senza scalfire Moro. Altri 22 colpi sono sparati da una mitraglietta, in mano a un tiratore scelto di buona abilità. Invece, tutti i colpi sparati dai brigatisti vanno a vuoto. La domanda: chi era quel tiratore di grande capacità operativa militare? Seconda domanda: dove (e da chi) è stato tenuto prigioniero Moro negli ultimi giorni del rapimento? Le ricostruzioni fatte dai brigatisti in questi anni presentano un sacco di lacune e contraddizioni. Ma certo Moro non fu ucciso e trasportato nella Renault come ci hanno raccontato. Il problema è che le risposte a queste domande avrebbero effetti molto pesanti sulla politica dei nostri giorni".
È questo il passaggio chiave della lunga conferenza tenuta l´altroieri dal professor Giorgio Galli, politologo e grande esperto degli "anni di piombo", invitato a Trento da Asut, Arci e Altrimondi. Galli presentava il suo nuovo volume "Piombo rosso" edito da Baldini e Castoldi. Una versione aggiornata ed ampliata del suo fondamentale "Storia della lotta armata in Italia".
Galli - che parlava nell´aula 1 di Sociologia - ha esordito con un ricordo degli anni caldi in cui insegnò a Trento: "Dal ´71 al ´73 - dice il professore - chiamato da Alberoni che cerca docenti in grado di dimostrare alla comunità trentina che sì, vogliamo la rivoluzione, ma siamo anche brave persone". E il cartellone appeso alle sue spalle ("Aula Rostagno - ciò che non siamo più") gli fa rimembrare quel ragazzo, leader carismatico dell´assemblea, con affetto.
Poi però Galli, incalzato dalle domande di un preparatissimo Fabrizio Franchi, entra nel vivo della questione: il groviglio maleodorante della storia della lotta armata in Italia, che puzza di servizi segreti, di politica, di accordi, di illusioni e naturalmente di vittime. Per cominciare, gli viene chiesto come mai in Italia la lotta armata duri ancora, a distanza di 30 anni. Galli individua le radici di questa anomalia soprattutto nell´instabilità della situazione politica italiana "in un certo senso, ancor oggi non stabilizzata". E non può far a meno di ricordare che questa instabilità nutre anche le manovre dei servizi segreti. "I servizi che devono combattere le Brigate Rosse - spiega il professore - almeno fino all´arrivo di Dalla Chiesa ritengono di essere un surrogato del sistema politico debole. Lavorano in un sistema in cui un partito comunista arriva alle soglie del governo ed ha il 30 per cento dei voti. Fino agli anni Settanta vasti settori dei servizi pensano - pur divisi al loro interno - che si possa gestire una certa instabilità. Così anche quando le Br sembrano sconfitte per sempre, ed accadrà più volte, i servizi costruiscono un loro Stato nello Stato, e ritengono di essere garanti di un ordine che lo Stato non riesce a mantenere".
Per Galli, la storia delle Br fino ai nostri giorni è intessuta del controllo dei servizi che certamente osservano le Br da vicino, vi inseriscono uomini infiltrati, in molti casi usano e pilotano le Br dall´interno. Ed è qui che i misteri del caso Moro si intrecciano alle manovre. Però riguardo al rapimento Moro, Galli non crede alla teoria del complotto. Così come non crede alle ricostruzioni del brigatista Franceschini, e nemmeno alle verità di Moretti.
Sentire Galli che parla è come consultare un´enciclopedia parlante della lotta armata. Volete una prova del ruolo dei servizi segreti nella strategia del terrore? Galli ne sciorina a decine: dalla vicenda del rapimento Sossi, quando Miceli
 
Una Bocca troppo larga... PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter.org   
Giovedì 13 Maggio 2004 01:00

Giorgio Bocca, tra i fondatori de La Repubblica, esponente della resistenza, polemista, opinionista, antifascista radical chic, perbenista.. troppe parole asservite alla fama e ai poteri e una memoria cortissima.

Ecco cosa scriveva Giorgio Bocca il 14 agosto 1942, sulla Provincia Granda (foglio dei fasci di combattimento di Cuneo):
"Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale"
"La vittoria degli avversari del fascismo solo in apparenza sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei"
"A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere, in un tempo non lontano, essere schiavo degli ebrei?"
"Non tutti i gentili, per sfortuna degli ebrei, sono stati quegli ingenui o zucche vuote come essi amano chiamarli"
"Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista, che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costruiti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia"
"Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù"
Ecco invece cosa scrive a proposito del trasformismo politico in un recente articolo il partigiano Giorgio Bocca su l'Espresso:

"Da eredi del fascismo crepuscolare e radicale si ergono a campioni dei diritti umani e della democrazia. E salgono in cattedra mettendo sotto accusa l'antifascismo"


I giornali riportano le dichiarazioni del neofascista Giovanni Alemanno, ministro berlusconiano in visita a Israele e al sacrario dell'Olocausto: "Mai più, mai più, mai più". E il vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini ha appena finito di dichiarare: "Il fascismo male assoluto, la repubblica di Salò una vergogna". Che si sia già iscritto all'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani italiani?

Il trasformismo italiano è vertiginoso, rovescia la storia come fosse uno stuoino, non ha limiti, non ha esitazioni, rosso e nero per lui pari sono. E non gli basta cancellare, dimenticare, ciò che è stato per mezzo secolo: trasforma gli eredi del fascismo crepuscolare e radicale in campioni dei diritti umani e della democrazia. E fa di più: sale in cattedra, mette sotto accusa l'antifascismo. È un rovesciamento delle parti da togliere il fiato.

Dove sta la più bieca conservazione? Nei sindacati, sono loro a impedire che vengano finalmente tagliati i lacci e laccioli che impediscono lo sviluppo.
Chi sono i cattivi maestri? Sono Norberto Bobbio e Vittorio Foa, hanno nascosto le loro debolezze verso l'autoritarismo fascista e comunista, hanno firmato domande di grazia a Mussolini, hanno taciuto sullo stalinismo. Sep
 
Il messaggio rivoluzionario di Gamal Abd El Nasser PDF Stampa E-mail
Scritto da Viktor Stark   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

"Nasser resta sempre, agli occhi della grande maggioranza degli Egiziani, ed anche della maggior parte degli altri Arabi, il più grande uomo di Stato che il mondo arabo ha prodotto dalla fine dell’epoca coloniale".

Il 23 luglio 2002 è stato il 50° anniversario della caduta della monarchia "morbosa" e corrotta che «governava» l’Egitto. Essa fu rapidamente sostituita da un regime di liberazione nazionale, che emancipò il paese dalla tutela straniera, che operò perché il popolo arabo, diviso in numerosi stati, potesse riunirsi in un ensemble grand’arabo, armonizzato da un socialismo di stampo nazionalista.

L'ascesa di Nasser


Tra i rivoluzionari che sbarazzano l’Egitto della sua corrotta monarchia, troviamo un ufficiale di 34 anni: Gamal Abd El Nasser. Nato da una modesta famiglia del sud dell’Egitto, egli in gioventù aderisce ai principî ed ai valori del nazionalismo rivoluzionario. Durante la seconda guerra mondiale egli, come i suoi commilitoni, simpatizza per i tedeschi. Questi giovani ufficiali ammirano la “volpe del deserto”, il Feldmaresciallo Erwin Rommel; essi sperano che questo audace tedesco sconfigga l’impero inglese in Africa del Nord, perché Londra colloca de facto l’Egitto, che pur teoricamente è indipendente, sotto la sua tutela. Durante la guerra contro Israele nel 1948, Nasser si rivela come uno degli ufficiali più coraggiosi dell’esercito egiziano e ottiene il soprannome di "Tigre di Falluyah". Egli viene gravemente ferito.

Dopo la rivoluzione del 1952, Nasser diviene autenticamente il capo del suo popolo che gli dedica una genuina venerazione. Egli rappresenta anche il movimento dei popoli non allineati, speranza di tutti i popoli colonizzati del mondo, sottomessi ai diktat delle potenze coloniali straniere. Nasser muore nel 1970. Un buon numero dei principî all’epoca enunciati da Nasser restano perfettamente attuali, soprattutto agli occhi di coloro che, da sinistra, criticano a giusto titolo il “capitalismo senza freni” e la “globalizzazione neo-liberale”.

L'Egitto e la Germania


I rapporti germano-egiziani si basano in ultima istanza su un avvenimento storico, lo stesso che motivò l’azione progettata dai giovani ufficiali rivoluzionari attorno a Nasser, i quali vollero dare un altro destino all’Egitto e a tutto il mondo arabo. Dieci anni prima di questa rivoluzione, me

 
Creano desolazione e la chiamano pace... PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Lina Veca   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Quando la NATO bombardò la Serbia, in memoria del 24 marzo 1999

Padre Sava, dal Monastero di Decani, ha ricordato così la giornata del 24 marzo 1999, che dette inizio all'aggressione contro la Jugoslavia: "In memoria di coloro che morirono e soffrirono durante i tre mesi dell'aggressione NATO contro la Serbia nel 1999. Esattamente cinque anni fa la NATO lanciò massicci raids contro la Serbia senza l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza che venissero cercate tutte le possibili strade per una stabilizzazione pacifica della situazione da parte della comunità internazionale. Benchè la NATO dichiarasse che gli attacchi aerei fossero diretti contro obiettivi militari Yugoslavi e contro il "regime" di Slobodan Milosevic, migliaia di civili di tutte le etnie soffrirono e morirono e vennero definiti "danni collaterali". " Sembra di risentire le dichiarazioni che si ripetono oggi a proposito dell'aggressione all'Iraq: obiettivi militari e bombardamenti "intelligenti" nelle dichiarazioni ufficiali, stragi di civili innocenti nella realtà. "Questo è il momento – continua Padre Sava, una delle voci più autorevoli della resistenza della comunità serba nel Kosovo – di ricordare tutte quelle innocenti vittime che furono uccise in nome di "freedom and humanity", "libertà e umanità", e preghiamo perché riposino le loro anime. Le vite che hanno perduto non saranno dimenticate, vivranno sempre nei nostri cuori e nella memoria del nostro popolo. Dopo cinque anni dalla fine dell'aggressione, il Kosovo è in fiamme: un posto invivibile per tutte le comunità non albanesi, la discriminazione etnica continua ed oltre 250.000 abitanti della Provincia (soprattutto Serbi) non hanno potuto fare ritorno alle loro case nonostante la presenza della NATO e delle Nazioni Unite, nonostante le promesse della comunità internazionale. Oltre 100 Chiese Serbo- Ortodosse (e altre trenta in questi giorni) sono state ridotte in cenere sotto gli occhi delle truppe internazionali di KFOR. Il Kosovo non è mai stato più monoetnico (albanese) in tutta la storia. La missione di pace non è altro che una caricatura di giustizia." Tornano quanto mai attuali le parole di un poeta serbo contemporaneo, Matija Beckovic: " Noi siamo soltanto piccole croci sul display dei loro computers, siamo soltanto elementi dei loro video-games…" E Padre Sava conclude la sua "memoria funebre" per le vittime delle "bombe umanitarie" della NATO con una citazione di Tacito: "Creano desolazione e la chiamano pace…" Belgrado, cinque anni fa città-bersaglio per gli aerei Nato che, per settantotto giorni, hanno bombardato la Serbia, nella prima "guerra umanitaria" della storia, è una città ferita che oggi ritrova il suo orgoglio. Gli aerei hanno smesso di sganciare esplosivi sui Balcani, occupati adesso a seminare morte sull'Iraq, ma la ferita resta aperta, sanguinante. Bruciano i "regolamenti di conti", i suicidi, i "deportati" all'Aja, i morti ammazzati per strada come Djindjic. Brucia l'agonia del Kosovo, la morte lenta della comunità serba, decisa a restare nella "terra santa" del popolo serbo, il Kosovo e Metohija. I palazzi sventrati di Belgrado anche oggi ci ricordano l'altra faccia della guerra "umanitaria", la zona oscura trascurata dai media, la testimonianza di un incubo, la visione allucinata di un presente insostenibile. Brucia quel colpo inferto ai cinque cittadini di Belgrado che si sono appellati Tribunale Civile di Roma e alla Carta dei Diritti dell'Uomo per chiedere giustizia per le vittime del bombardamento della tv jugoslava Rts. Richiesta respinta dalla corte europea di Strasburgo. La Nato non si giudica. Quella Nato che in Serbia e Montenegro ha prodotto un danno economico che è stato valutato in 30 bilioni di marchi tedeschi, e che i governi occidentali hanno promesso aiuti per 2 bilioni, non in denaro liquido, ma in beni. Aiuti, che, spesso, assomigliano a ricatti. Pancevo, tan

 
ZERO IN STORIA ALLA FALLACI PDF Stampa E-mail
Scritto da AlJazira.it   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Chi si ricorda le rocambolesche ricostruzioni storiche della signora Fallaci? A due anni di distanza dal primo capolavoro, e con la pubblicazione di un altro rocambolesco libro, resta la domanda: quanto prendeva al liceo la Fallaci in storia e matematica? "Zero", anzi "Sifr"...!

E' passato un pò di tempo da quando è stato pubblicato, sul Corriere della Sera, l'esecrabile articolo di quattro pagine che la signora Oriana Fallaci ha intitolato la rabbia e l’orgoglio. Ripubblicato tale quale con l’aggiunta di qualche menzogna e qualche insulto in più come libro dal titolo omonimo che ha, sfortunatamente, venduto più di un milione di copie. Qualcuno commentò quel libro con le seguenti parole: Oriana Fallaci, il coraggio di dire la verità.

Qualcuno, in un eccesso di zelo, lo definì un' intervista con la storia... In quel libro però la storia non era neanche presente e di fatti c'erano solo errori storici macroscopici… menzogne immense… insulti stravaganti... odio travolgente… chiare istigazioni alla discriminazione e all’uso della violenza... Per fare un'esempio basterebbe analizzare il seguente brano in cui la signora Fallaci afferma: "Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all'altra cultura che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso, (i Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. (...) Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya... I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah."

Ovviamente, in questa sede, non mi interessa per niente la diatriba - squisitamente personale - tra la signora Fallaci e Arafat, in nome della quale la signora Fallaci è perfino disposta a manipolare la Cultura a suo piacimento. E il seguente testo non ha lo scopo di difendere Arafat che con questa discussione c'entra come i cavoli a merenda ma semplicemente quello di dimostrare quanto la signora Fallaci sia malinformata, oppure in malafede.

I popoli civilizzati del Mediterraneo che la Fallaci cita pomposamente non avevano delle cifre vere e proprie (basta pensare ai complicatissimi segni numerici degli antichi Egizi o alle poco maneggevoli cifre romane). I primi a sorpassare lo stadio primitivo della ripetizione e dell’assemblaggio di elementi isolati furono in realtà gli indiani. Nel 773 infatti, fu un astronomo indiano, Kankah, a presentarsi a Bagdad alla corte del califfo Al Mansur (745-775), noto per il suo incoraggiamento agli scienziati da qualunque paese provenissero. Al Mansur, puntualmente, ordinò la traduzione del libro di Kankah, Sindhind (Durata Eterna), in arabo. Grazie a questo libro, gli arabi si abituarono all’uso della numerazione indiana. E fin qui si potrebbe dare ragione alla signora Fallaci.

Per spiegare ai banchieri, amministratori... ecc. il nuovo sistema di calcolo, i matematici arabi scrissero numerosi trattati con esempi pratici di calcolo. Trattati che furono poi tradotti in latino. È interessante ricordare che nelle traduzioni latine delle opere matematiche arabe lo zero veniva indicato con il termine ‘cephirum’, deformazione latina del termine arabo che indicava lo zero: ‘al-sifr’ (il vuoto). Passando in Occidente il termine servì non più per indicare lo zero ma l’insieme dei segni numerici arabi. Diventerà quindi ‘cifra’ in italiano, ‘chiffre’ in francese, ‘ziffer’ in tedesco.

Dire però che gli arabi avevano solo importato poi introdotto in Occidente

 
"+Macchè suicidio, Berto era un eroe"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele De Feudis   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

La moglie di Berto Ricci ricorda commossa l'esemplare figura del marito, intellettuale geniale e uomo di rango, caduto eroicamente sul fronte africano.

“Mio marito? Un etrusco”. Sono passati quasi 57 anni dall’eroica morte di Berto Ricci e queste sono le parole pronunciate con orgoglio da sua moglie, la signora Mafalda Mariotti in Ricci, nata a Berlino nel 1909.

“Berto era premurosissimo – racconta ancora Mafalda – e mi riempiva di attenzioni, si figuri che avevo ben due dame di compagnia, per rendermi meno gravosa la vita di casa”. Berto e Mafalda si sposarono dopo sei anni di fidanzamento ed ebbero un bambino e una bambina, Giulia. Aveva sette anni quando Berto partì volontario in Africa e morì pochi anni dopo per un male incurabile.

Una testimonianza importante la signora Mafalda la offre riguardo ai rapporti del poeta con il fascismo, e le sue parole allontanano in modo inequivocabile l’interpretazione dello Zangrandi, secondo il quale, Ricci era scontento del regime e per questo si sentiva uno sconfitto.

“Quando decise di partire volontario per la Libia – ricorda – ci rimasi male, ma mi disse ‘è giusto che vada al fronte’, perché aveva sempre odiato gli intellettuali soltanto ‘parolai’. Non ho mai accettato che si scrivesse che mio marito si è suicidato. Non è vero, e conservo ancora le lettere che scrisse dal novembre del 1940 al gennaio del 1941 a me e ai suoi amici. Nella lettera del 12 gennaio del 1941 Berto scrisse: ‘Ai due ragazzi penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro’; e il 19 gennaio scrive ancora che il suo morale è eccellente, e addirittura il 30 gennaio, data della sua ultima lettera indirizzata a Giorgio Pini, conferma ‘ti mando il mio fraterno saluto e aspetto un tuo rigo: viva la vittoria, oggi più certa che mai, com’è certo che siamo pronti nel nome del Duce’ ”.

Berto Ricci morì valorosamente a Bir Gandula in Libia, durante un’azione che gli meritò una medaglia al valore. Ancora oggi, nel sacrario dei caduti d’oltremare di Bari, giovani e meno giovani ripongono fiori vicino al suo nome “Roberto Ricci”.

Da Il ‘900 visto da Ricci, inserto de Lo Stato del 9/12797

 
Legio Patria Nostra PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Reazionario   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Nel nostro tempo, in cui ogni mito viene dissacrato, ogni retaggio viene rinnegato, in verità altri miti più vili ed altri retaggi insulsi vengono proposti al consumo delle masse. Si rinnega l'eroismo: si esalta la retorica pacifica dell'obiezione di coscienza. Si rinnega la dedizione e la fedeltà alla parola data: si esalta la sovversione contrabbandandola per contestazione. Si rinnega il valore guerriero, espressione di coraggio morale e di virtù civile dì un popolo e di una Nazione: si esalta la diserzione da ogni dovere civile e morale.

La Legione Straniera nasce il 10 marzo 1831 dalla mente di alcuni politici di Luigi Filippo d’Orleans salito al trono dei Borboni nell'agosto del 1830, che pur di risparmiare sangue francese a causa delle continue perdite di uomini nella campagna d'Algeria decise di reclutare un corpo di volontari stranieri tra ex mercenari militanti del “Reggimento di Hoheniohe” e della Guardia Svizzera, aperto anche a chi avesse dei problemi con la giustizia. Il reclutamento delle truppe prese a marciare durante i primi sei mesi dalla legge.

Nel settembre 1831, già cinque Battaglioni (1°, 2° e 3° Btg. formato da tedeschi e svizzeri, 4° Btg. da spagnoli 5° Btg. da italiani) vennero inviati oltre mare sotto il comando del Col. Stoffel, un ufficiale svizzero che aveva servito in Francia per circa 30 anni e che aveva combattuto tra le fila dell'esercito di Napoleone in Spagna. Questi primi Battaglioni sbarcarono ad Algeri, Orano e Bona la loro uniforme era quella della fanteria francese: pantaloni cremisi, marsina blu, un alto képi nero ed un cappotto grigio ferro, portato arrotolato in una custodia sopra lo zaino.

Unico distintivo della Legione era il “motivo” dei bottoni, recante il nome del reparto, che circondava una stella a cinque punte. Mentre altri due Battaglioni, il 6° belga ed il 7° polacco, venivano formati in Francia, i Legionari in Algeria facevano conoscenza con le insidie della guerriglia. La strategia di quella guerra, infatti, era dettata dal nemico, su un tipo di terreno che favoriva particolarmente le imboscate e le incursioni, seguite da rapide manovre di sganciamento e ritirata. Il 27 aprile 1832, il 1° e 3° Battaglione registravano il loro primo successo.

Quel giorno assalirono gli avamposti che difendevano il grande villaggio di Maison Carré ad alcune miglia ad est di Algeri.

Questo gesto, valse alla Legione la sua prima bandiera, consegnata al suo nuovo comandante, il Col. Combe, recante la scritta “Il Re dei Francesi alla Legione Straniera”. Nell’ottobre 1832, dopo aver ricevuto i suoi ultimi due Battaglioni, la Legione contava una forza di 5.538 effettivi, tra Ufficiali, Sottufficiali e Legionari. L'anniversario del combattimento di Camerone del 30 Aprile del 1863 segna l'inizio dell'anno legionario. Esso è celebrato in maniera grandiosa dall'inizio secolo. In effetti, la prima celebrazione avvenne il 30 Aprile 1906 in Indocina in posto isolato tenuto da una compagnia del 1° Reggimento Stranieri, sotto il comando del Tenente Francois. Questo Ufficiale, per festeggiare in maniera solenne la consegna della Legion d’Honneur alla bandiera del suo Reggimento, scrisse il racconto, organizzò una parata, e davanti al risentimento dei Legionari puniti, che non potevano partecipare, amnistiò loro le punizioni, creando cosi una tradizione che si perpetua fino ad oggi.

Il racconto è letto nel corso di una parata solenne. L'onore di leggerlo spetta normalmente ad un Tenente, in ricordo del Ten. Francois.

Le truppe francesi assediavano Puebla.

Il compito assegnato alla Legione era quello dì assicurare la protezione dei convogli che facciano la spola fra Vera Cruz e Puebla: 120 Km di strada da sorvegliare in zona tropicale dove il terreno paludoso, il tifo e la terribile febbre gialla mietevano ogni giorno numerose vittime.

Il 29 Aprile il Col. Jeanningros ricevette l'ordine di scortare un importante convoglio di armi e munizioni in partenza da Vera Cruz per Puebla. Il tratto di strada era infestato di ribelli messicani, tanto che Jeanningros decise d

 
CHI ERA IL PRESIDENTE FILO-RUSSO KADYROV PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Domenica 09 Maggio 2004 01:00

Nonostante le mille precauzioni e un impressionante milizia personale, il presidente ceceno Akhamd Khadzhi Kadyrov non e' riuscito oggi a sfuggire all'ennesimo attentato contro di lui.

MOSCA -La bomba allo stadio di Grozny, ennesimo atto di una guerra separatista mai finita, lo ucciso mentre assisteva ai festeggiamenti per l'anniversario della vittoria sovietica sui nazisti.

Dal 6 ottobre del 2003, dopo una consultazione elettorale su misura,una valanga di voti e la benedizione del Cremlino,Akhmad Khadzhi Kadyrov, gia' mufti moderato della Cecenia, era diventato il presidente della piu' inquieta e martoriata delle repubbliche autonome russe, una terra alla disperata ricerca di un po' di pace.

Nato nell'agosto del 1954 a Karaganda', nelle steppe del Kazakhstan - dove Stalin aveva fatto deportare tutti i ceceni dopo la II guerra mondiale, accusandoli di collaborazionismo con i nazisti - Kadyrov aveva cominciato la sua ascesa politica negli anni '90 con l'iniziale adesione alla rivolta indipendentista e la nomina a mufti' della Cecenia, proseguita con l'affermazione come leader islamico moderato e sfociata nella rottura con la guerriglia per la sua deriva fondamentalista e nell'accordo con Mosca.

Cresciuto in una famiglia religiosa accreditata di influenza all'interno di uno dei numerosi clan in cui si suddivide la Cecenia, Kadyrov ha il suo feudo a Gudermes, seconda citta' della repubblica, nella pianura a nord del fiume Terek, dove i suoi genitori si trasferirono nel '57 dopo il decreto con cui Nikita Krusciov aveva riabilitato i ceceni autorizzandoli al rimpatrio.

Proprio a Gudermes il futuro presidente frequenta da ragazzo la scuola pubblica sovietica e nella stessa provincia fa le sue prime esperienze di lavoro giovanili, passando da un'azienda agricola statale (sovkoz) a un'impresa edile. La svolta arriva pero' negli anni '80, quando riesce a entrare in una scuola teologica islamica in Uzbekistan. All'inizio degli anni '90 si perfeziona in Giordania, prima di tornare in Cecenia - che si e' appena autoproclamata indipendente sotto la guida di Giokhar Dudaiev - e di fondarvi il primo istituto islamico locale postsovietico.

In quegli anni si schiera con Dudaiev e dal 1994 al 1996 partecipa ai combattimenti della prima guerra cecena guidando una sua unita' contro le truppe federali russe. Nel '96 e' nominato mufti' della Cecenia, massima autorita' religiosa della repubblica, e nello stesso anno partecipa accanto ad Aslan Maskhadov, successore di Dudaiev, ai negoziati di Khasaviurt che condurranno a una tregua temporanea con il Cremlino.
Nel '98 rompe tuttavia con il neopresidente indipendentista Maskhadov, accusandolo di connivenza con la montante ondata fondamentalista di matrice wahabita, esportata in Cecenia dagli ideologi sauditi e di altri paesi arabi. L'anno dopo condanna l'incursione in Daghestan dei guerriglieri guidati dai comandanti wahabiti Shamil Basaiev e Khattab (che provoca la reazione russa e la seconda guerra cecena), istituisce una sua milizia e avvia una trattativa col governo federale russo.

Maskhadov lo proclama ''nemico del popolo'' e lo condanna a morte, Basaiev offre 100.000 dollari a chiunque lo uccida, mentre Vladimir Putin gli offre nel febbraio 2000 la carica di capo della nuova amministrazione cecena unionista: lui accetta e ne fa il trampolino di lancio verso la presidenza. Da allora era sfuggito a una mezza dozzina di attentati.
Lascia una moglie, quattro figli e 13 nipoti. Il figlio maggiore, Zelimkhan, 29 anni, rimane a capo della temutissima guardia del corpo del padre, una squadra d'elite di una milizia personale che conta 5000 uomini.
09/05/2004 13:02

Ansa

 
Rievocato il cinquantenario di Dien Bien Phu PDF Stampa E-mail
Scritto da fonte France Presse   
Sabato 08 Maggio 2004 01:00

Da alcune migliaia di figuranti vietnamiti. Che, pur esaltando il popolo e il partito, non hanno mancato di rendere onore ai caduti francesi

È stata messa in scena da migliaia di comparse la ricostruzione della storica battaglia di Dien Bien Phu che cinquant’anni orsono segnò la sconfitta militare francese in Indocina.

La mastodontica manifestazione è stata celebrata come apoteosi del comunismo nazionalista e popolare vietnamita.

Questo non ha impedito che le autorità deponessero una corona di fiori al monumento ai caduti francesi.

Così come, per il quarantesimo anniversario della battaglia, avevano offerto la piena collaborazione al regista francese Schoendorff che aveva inteso con il suo “Dien Bien Phu” rendere onore al valore dei vinti.

 
Onorata a Roma la figura di Berto Ricci PDF Stampa E-mail
Scritto da www.noreporter.org   
Sabato 08 Maggio 2004 01:00

Matematico, poeta, giornalista, fascista fiorentino “di sinistra”, di formazione anarchica, morto volontario in Africa il 2 febbraio 1941. Messa in evidenza la coerenza dell'anticonformismo del giovane e coraggioso polemista antiborghese.

Roma, Casa Pound: Commemorato Berto Ricci, matematico, poeta, giornalista, fascista fiorentino “di sinistra”, di formazione anarchica, morto volontario in Africa il 2 febbraio 1941.

Miro Renzaglia, autore de i Rossi e i Neri, poeta e caporedattore romano di Lettura Tradizione, patendo dalla declamazione di una poesia del giovane eroe, ha messo l’accento sulla coerenza della parabola anticonformista di Berto Ricci. Il professor Pantano, degli studi poundiani, ha riportato diverse citazioni dell’autore. Il figlio di Berto, Paolo Ricci, che aveva appena otto mesi allorché il padre partì volontario per la guerra mondiale, ha ricostruito rigorosamente la vita ed il pensiero del grande polemista antiborghese.

 
IL caso Karlstein - 8 Maggio 1945 PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Nei primi giorni del mese di maggio 1945 una dozzina di SS francesi, quasi tutti provenienti da ricovero ospedaliero, si arrendono alle truppe americane. Gli Americani internano i Francesi insieme con i prigionieri tedeschi nella caserma degli Alpenjäger di Bad Reichenhall (località termale di modeste dimensioni sull’autostrada Monaco – Salisburgo, sottoposta al consueto bombardamento anglo-americano alla fine dell’aprile del 1945).

Il 6 maggio 1945 giungono nella cittadina truppe francesi della Seconda Divisione corazzata comandata dal Generale Leclerc. I prigionieri francesi, avutane notizia, cercano di allontanarsi dalla caserma e raggiungono un boschetto vicino, ma vengono scoperti e accerchiati. Il Generale Leclerc, giunto al loro cospetto, li apostrofa rimproverandoli per il fatto che essi indossano la divisa germanica. Le SS francesi gli rispondono facendogli notare che egli indossa la divisa americana. Risentito per tale “atteggiamento insolente”, Leclerc decide di fucilare i dodici francesi. Condanna a morte senza giudizio di un tribunale, nemmeno improvvisato. L’esecuzione non deve lasciar traccia…

Il Generale Leclerc si limita a concedere loro assistenza religiosa. Viene deciso che l’esecuzione avvenga a gruppi di quattro alla volta. Essa ha luogo l’otto maggio, il giorno della resa della Germania, considerato il giorno della fine della guerra in Europa. Durante il pomeriggio i prigionieri vengono condotti su camion a Karlstein, in una radura denominata Kugelbach. Informati che saranno fucilati alla schiena, protestano violentemente rivendicando il diritto di essere fucilati al petto. Il Padre Maxime Gaume riceve l’ordine di assisterli: sarà l’unico testimone e colui che cercherà di informare le famiglie. Il giovane tenente designato a comandare il plotone d’esecuzione, costernato di dover eseguire un tale ordine, è tentato di disobbedire ma decide poi di obbedire, cercando però di parlare con rispetto ai morituri. La fucilazione avviene, come stabilito, a gruppi di quattro in modo che le SS vedano cadere i propri Camerati prima di loro, ad eccezione dei primi quattro. Tutti rifiutano la benda e cadono coraggiosamente gridando “Vive la France!”. I cadaveri furono lasciati sul terreno e sepolti sul posto da soldati americani solo tre giorni dopo. Furono piantate croci di legno poi sparite, Il 2 giugno 1949 i corpi furono esumati e traslati nel cimitero comunale di Bad Reichenhall, gruppo II, fila 3, numeri 81 – 82, dove si trovano tuttora. Nella fotografia, tra le dodici SS davanti a Leclerc si riconoscono: l’ultimo della prima fila è il tenente Paul Briffaut della Legion des Volontaires Francais (gruppo di volontari francesi arruolatisi a fianco della Wehrmacht per la campagna contro il bolscevismo) ferito sul fronte russo nel settembre del 1944. Tra gli altri, appartenenti alla divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”, si riconoscono il penultimo che è l’Unterstürmführer Robert Doffat; l’ultimo della seconda fila, del quale si vedono la nuca e la spallina d’ufficiale, è l’Oberstürmführer Serge Krotoff. L’unico altro conosciuto è Jean Robert: degli altri otto non si conoscono i nomi. Due rami di betulla incrociati ornano la tomba dei dodici caduti della Divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”. Sul muro del cimitero vi sono tre lapidi: la prima reca l'emblema della Divisione, i nomi di quattro caduti e l’indicazione che otto sono sconosciuti; la data di morte (8 maggio 1945) e il nome di un altro volontario francese, Raymond Payras, morto in combattimento nella stessa zona e negli stessi giorni, qui sepolto; la seconda reca il Tricolore francese e il motto, in lingua francese: “Il tempo passa, il ricordo resta”; il terzo reca il Giglio di Francia, dodici fiori a ricordo dei 12 fucilati e la dedica:

 

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