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Storia&sorte
IL caso Karlstein - 8 Maggio 1945 PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Nei primi giorni del mese di maggio 1945 una dozzina di SS francesi, quasi tutti provenienti da ricovero ospedaliero, si arrendono alle truppe americane. Gli Americani internano i Francesi insieme con i prigionieri tedeschi nella caserma degli Alpenjäger di Bad Reichenhall (località termale di modeste dimensioni sull’autostrada Monaco – Salisburgo, sottoposta al consueto bombardamento anglo-americano alla fine dell’aprile del 1945).

Il 6 maggio 1945 giungono nella cittadina truppe francesi della Seconda Divisione corazzata comandata dal Generale Leclerc. I prigionieri francesi, avutane notizia, cercano di allontanarsi dalla caserma e raggiungono un boschetto vicino, ma vengono scoperti e accerchiati. Il Generale Leclerc, giunto al loro cospetto, li apostrofa rimproverandoli per il fatto che essi indossano la divisa germanica. Le SS francesi gli rispondono facendogli notare che egli indossa la divisa americana. Risentito per tale “atteggiamento insolente”, Leclerc decide di fucilare i dodici francesi. Condanna a morte senza giudizio di un tribunale, nemmeno improvvisato. L’esecuzione non deve lasciar traccia…

Il Generale Leclerc si limita a concedere loro assistenza religiosa. Viene deciso che l’esecuzione avvenga a gruppi di quattro alla volta. Essa ha luogo l’otto maggio, il giorno della resa della Germania, considerato il giorno della fine della guerra in Europa. Durante il pomeriggio i prigionieri vengono condotti su camion a Karlstein, in una radura denominata Kugelbach. Informati che saranno fucilati alla schiena, protestano violentemente rivendicando il diritto di essere fucilati al petto. Il Padre Maxime Gaume riceve l’ordine di assisterli: sarà l’unico testimone e colui che cercherà di informare le famiglie. Il giovane tenente designato a comandare il plotone d’esecuzione, costernato di dover eseguire un tale ordine, è tentato di disobbedire ma decide poi di obbedire, cercando però di parlare con rispetto ai morituri. La fucilazione avviene, come stabilito, a gruppi di quattro in modo che le SS vedano cadere i propri Camerati prima di loro, ad eccezione dei primi quattro. Tutti rifiutano la benda e cadono coraggiosamente gridando “Vive la France!”. I cadaveri furono lasciati sul terreno e sepolti sul posto da soldati americani solo tre giorni dopo. Furono piantate croci di legno poi sparite, Il 2 giugno 1949 i corpi furono esumati e traslati nel cimitero comunale di Bad Reichenhall, gruppo II, fila 3, numeri 81 – 82, dove si trovano tuttora. Nella fotografia, tra le dodici SS davanti a Leclerc si riconoscono: l’ultimo della prima fila è il tenente Paul Briffaut della Legion des Volontaires Francais (gruppo di volontari francesi arruolatisi a fianco della Wehrmacht per la campagna contro il bolscevismo) ferito sul fronte russo nel settembre del 1944. Tra gli altri, appartenenti alla divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”, si riconoscono il penultimo che è l’Unterstürmführer Robert Doffat; l’ultimo della seconda fila, del quale si vedono la nuca e la spallina d’ufficiale, è l’Oberstürmführer Serge Krotoff. L’unico altro conosciuto è Jean Robert: degli altri otto non si conoscono i nomi. Due rami di betulla incrociati ornano la tomba dei dodici caduti della Divisione Waffen-Grenadier delle SS “Charlemagne”. Sul muro del cimitero vi sono tre lapidi: la prima reca l'emblema della Divisione, i nomi di quattro caduti e l’indicazione che otto sono sconosciuti; la data di morte (8 maggio 1945) e il nome di un altro volontario francese, Raymond Payras, morto in combattimento nella stessa zona e negli stessi giorni, qui sepolto; la seconda reca il Tricolore francese e il motto, in lingua francese: “Il tempo passa, il ricordo resta”; il terzo reca il Giglio di Francia, dodici fiori a ricordo dei 12 fucilati e la dedica:

 

Ritratti:KARL HAUSHOFER PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Steuckers   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Presentazione della figura di Karl Hausofer, principale teorico della geopolitica

Nato il 27 agosto 1869 a Monaco, Karl Haushofer scelse la carriera militare a partire dal 1887. Ufficiale di artiglieria nell’esercito bavarese nel 1890, egli sposa l’8 luglio 1896, Martha Mayer-Doss, uscita da una famiglia di Monaco di origine israelita. Ella gli darà due figli, Albrecht (nato nel 1903) e Heinz (nato nel 1906). Salendo rapidamente tutti i gradi della gerarchia militare, Haushofer diviene professore all’Accademia di guerra nel 1904. Nel 1908 viene inviato in Giappone per organizzarvi l’esercito imperiale. Egli incontra in India Lord Kitchener, il quale gli predice che tutto il confronto tra Gran Bretagna e Germania costerà alle due potenze le loro posizioni nel Pacifico a vantaggio degli Stati Uniti e del Giappone; avvertimento profetico che Haushofer ricorderà sempre, soprattutto quando elaborerà le sue tesi sull’area pacifica. Dopo il suo lungo periplo, egli è destinato al Reggimento di artiglieria di campagna della 16" Divisione giapponese. Il 19 novembre 1909, egli viene presentato all’Imperatore Mutsushito (1852-1912), iniziatore dell’era Meiji e all’Imperatrice Haruko. Nel ritorno in Germania, passa per la Siberia servendosi della transiberiana, si rende conto de visu delle immensità continentali dell’Eurasia russa. Nel 1913, compare la sua prima opera destinata al grande pubblico, Dai Nihon (Il Grande Giappone), bilancio della sua esperienza giapponese che conoscerà un grande successo. Nell’aprile del 1913, comincia a seguire i corsi di geografia all’Università di Monaco, in vista di ottenere il titolo di dottore che egli raggiungerà di fatto otto il patronato del Professor August von Drygalski. Mobilitato nel 1914, egli parte dapprima per il fronte occidentale, dove combatterà in Lorena e in Piccardia. Nel 1915, è trasferito in Galizia per ritornare rapidamente in Alsazia e nella Champagne. Nel 1916, egli è sui Carpazi. Egli conclude la guerra in Alsazia. Durante le ostilità, si precisa il suo pensiero (geo)politico: gli storici inglesi Macaulay e Gibbon, il teorico tedesco della politica Albrecht Roscher gli forniscono il quadro in cui si inscriveranno le sue riflessioni storiche e politiche, mentre Ratzel e Kjellen gli procureranno l’armatura del suo pensiero geografico. Dopo l’armistizio, egli è nominato comandante della 1" Brigata di Artiglieria bavarese. Si reiscrive all’università, presenta una tesi sui mari interni del Giappone (17 luglio 1919), è nominato professore di geografia a Monaco e tiene il suo primo corso sull’antropogeografia dell’Asia orientale. Egli fa la conoscenza di Rudolf Hess il 4 aprile 1919; un’amicizia indefettibile legherà i due uomini. In quanto dirigente nazionalsocialista, Hess estenderà sempre la sua ala protettrice sulla sposa di Haushofer, discendente da parte di padre da un'antico lignaggio sefardita, e sui suoi figli, considerati come "semi-giudei" dopo la promulgazione delle leggi di Norimberga.
Durante gli anni 20, Haushofer

 
Il Bene contro il Male L'ERA POST-ATLANTICA PDF Stampa E-mail
Scritto da Alain de Benoist   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

In questi ultimi anni è stato intrapreso un indirizzo radicale in materia di relazioni internazionali, corso seguito peraltro anche in altri ambiti.

Dal 1993-194 sono state abbandonate le vecchie regole del gioco internazionale, e siamo entrati in un’era che potremmo definire "post-atlantica". Stiamo assistendo in effetti ad un dissolvimento di tutto un sistema di cui l’Alleanza atlantica era il cuore; di questa dissoluzione gli Stati uniti si sono presi la responsabilità in prima persona esigendo dai loro alleati un comportamento da vassalli. Tale crisi del legame transatlantico è strettamente connesso all’avvento di un mondo nuovo. In questo mondo nuovo le linee di battaglia sono meno internazionali che transnazionali. La geografia non è più fondamentalmente definita da frontiere nazionali, cosicché la divisione tra politica di sicurezza interna ed estera tende a sparire. I colpi decisivi non si producono tra le civilizzazioni (che non sono realtà di potenza, ma piuttosto crogioli di idee-forze), ma contemporaneamente al loro interno e su scala globale. Dappertutto si assiste all’affermazione di forme di potere transtatali o non statali, all’interno di uno spazio che non è più arborescente, ossia composto da organizzazioni tradizionali, ma ‘rizomico’, ossia composto da reti decentrate. Alla guerra fredda è subentrata la pace calda; al mondo bipolare, una globalizzazione in cui gli Stati uniti rappresentano la forza principale, ma la cui logica profonda è l’essenza tecnoeconomica e finanziaria, poiché è caratterizzata soprattutto dal dominio planetario della Forma-Capitale. Gli americani hanno sempre pensato che i loro valori ed il loro stile di vita siano superiori agli altri e che essi siano universalmente validi. Sin dalle loro origini, hanno sempre pensato di avere la missione di diffondere questi valori e di imporre questo stile di vita sulla superficie della terra. Da sempre credono alla divisione morale binaria del mondo: Da sempre ritengono di incarnare il Bene e immaginano, per riprendere i termini del presidente Wilson, che "l’infinito privilegio" che è stato loro riservato è di "salvare il mondo".

Il movimento verso l’unilateralismo e l’egemonia viene dunque da lontano. Come ha detto l’ex ministro degli affari esteri Hubert Vedrine, "non è George Bush che ha inventato la lotta del bene contro il male. È vecchia quanto l’America. "Ma di recente questo movimento ha subito un’accelerata, col risultato che "i miti fondatori della nazione americana si sono trasformati in politica americana operativa". L’equipe che è arrivata al potere con George Bush associa in effetti due diverse correnti. Il primo è quello dei fondamentalisti protestanti, iperreazionari e populisti, appartenenti ad un movimento "jacksoniano" il cui capofila era Billy Graham e che oggi è rappresentato da uomini come Pat Robertson, Franklin Graham, Paul Weyrich, Ralph Reed e Franklin Graham. Sono loro che hanno permesso a George W. Bush di essere eletto. La seconda corrente è quella dei "neoconservatori", spesso ex uomini di sinistra, molto legati all’estrema destr

 
San Galgano e la spada nella roccia PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

L'Abbazia di San Galgano sorge presso Chiusdino, nell'antico stato di Siena. La leggenda vuole che nel 1180 in quel luogo si ritirò a vita eremitica il cavaliere Guidotti dopo aver infisso la propria spada nelle fenditure di un masso.

Galgano visse in quel romitorio per un anno e vi morì il 3 dicembre del 1181 all'età di 33 anni.

Venne trovato morto da Ugo dei Saladini, vescovo di Volterra, e dal vescovo di Massa Marittima che gli diedero sepoltura assistiti da tre abati cistercensi i quali, di ritorno dal Capitolo generale del loro Ordine tenutosi in Francia e diretti a Roma, si erano smarriti per via ritrovandosi sul Monte Siepi.

Il Vescovo di Volterra promosse ben presto l'edificazione di una Cappella di forma circolare, che ancora esiste. e di un cenobio per alcuni monaci cistercensi dotandolo di tutte le pertinenze tramite l'acquisto dei terreni di Monte Siepi o Cerboli.

Nel 1185 Galgano venne canonizzato per opera del pontefice Lucio III; secondo altre versioni la canonizzazione avvenne nel 1186 per opera del pontefice Urbano III.

I CISTERCENSI

un monaco francese, di nume Buono, fu l'Abate dei primi cistercensi che si stabilirono sul Monte Siepi.. Nel XIII secolo la comunità monastica era numerosa e a quel tempo presero l'abito anche molti nobili e fra questi alcuni appartenti ale famiglie dei conti Guidi, degli Ardenghi, dei Visconti, dei d'Elci, dei Bandini, degli Aldobrandeschi...

Le donazioni che pervennero in quegli anni consentirono ai cistercensi di iniziare la costruzione della grande Abbazia di San Galgano nel piano della Merse, di cui oggi si ammirano le maestose rovine.

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Fin dall'origine l'Abbazia godette di molti privilegi ed immunità ne ricordiamo alcune più significative:

  • Nel 1191 l'Imperatore Enrico VI li prese sotto la sua protezione accordando loro l'immunità.

  • Ottone IV Imperatore confermò nell'anno 1209 tutte le immunità che avevano già attenute e gli accordò di ricevere prout sua ogni persona ed isuoi beni, dando anche faccoltà ai monaci di poter nominare un loro sindaco o procuratore nelle cause forensi.

  • Nel 1223 Federico II Imperatore, confermò al monastero le concessioni fattegli da Enrico VI, ponendolo sotto la sua protezione.

  • Innocenzo III nel 1206 esonera il monastero dal pagamento delle decime accordandogli anche altri privilegi ed immunità.

  • Alcuni sostengono che Federico Imperatore avesse accordato all'Abbazia anche il privilegio di battere moneta. Tale supposizione è in parte motivata dall'esistenza di qurteruoli false (monete d'ottone e di rame utilizzati per fare i conti) appartenuti all'Abbazia e portanti da un lato la spada infitta nel trimonte (stemma dell'Abbazia) dall'altra una mano che tiene un pastorale.

 

1914: Chiudiamo le scuole PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Papini   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Diffidiamo de' casamenti di grande superficie dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi.

. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto- contro la morte - contro lo

straniero - contro il disordine - contro la solitudine - contro tutto ciò che impaurisce l'uomo abbandonato a se stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi - in città e in campagna e sulle rive del mare - davanti a' quali non si passa senza terrore. Lì vi sono condannati al buio, alla fame, al suicidio, all'immobilità, all'abbrutimento, alla pazzia migliaia e milioni d’uomini che tolsero un po' di ricchezza a’fratelli più ricchi o diminuirono d'improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non mi intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita - e alla qualità e al diritto de’loro giudici e carcerieri .Ma per costoro c'è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivo verso qualcun di noialtri.

Ma che cosa hanno fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovinetti e i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore al giorno nelle vostre bianche galere a far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello ? Gli altri potete chiamarli - con morali e codici in mano - delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall'utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell'età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza ? Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista : le ragioni della civiltà, la educazione dello spirito, l'avanzamento del sapere...
Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall'insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e ma 

Il mondo intellettuale prova ad onorare Giovanni Gentile PDF Stampa E-mail
Scritto da www.noreporter.org   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Meglio tardi che mai. Augurandoci che per alcuni relatori non sia l'occasione per ardite obliquità nella lettura storica e ideologica di un uomo retto e cristallino

In occasione del sessantesimo anniversario dell'omicidio del filosofo Giovanni Gentile (15 aprile 1944-2004), l'Associazione Filosofica ''G. Gentile'', gia' ''Istituto Studi Gentiliani'' organizza il 7 maggio a Roma un Convegno con mostra sul tema: ''Nel sessantesimo anniversario dell'assassinio di Giovanni Gentile sta emergendo una necessaria ricerca filosofica e storica del suo pensiero"....

Ci auguriamo che l'opera filosofica, la riforma scolastica, la rettitudine morale, la coerenza politica, l'esempio stoico pagato con il sacrificio supremo, non vengano infangati da equilibrismi animati da pragmatismo salottiero. Che, insomma, l'occasione sia colta in pieno per rendere omaggio alla verità, inchinandosi all'uomo e all'opera che non sono strumentalizzabili.

 
Sicilia 1943, nello sbarco lo zampino della Piovra PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Un nuovo saggio di Alfio Caruso ricostruisce i retroscena dell’operazione militare che portò alla caduta di Mussolini

La scena del racconto si apre agli inizi degli Anni Trenta all’Hotel Drake di Chicago, dove è in corso la convention per la nomina del candidato democratico alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti: attorno ai protagonisti, i rivali Albert Smith e Franklin Delano Roosevelt, si aggirano tanti comprimari e una serie di supporter, figure di secondo piano, che sembrano stare lì soltanto per fare numero. Tra questi, due personaggi di origine italiana, un tale Charlie Lucky Luciano, all’anagrafe Salvatore Lucania, e Frank Costello, nome vero Francesco Castiglia. No, non è l’inizio di uno dei tanti film sulla mafia italo-americana, ma una delle scene da cui parte Alfio Caruso, giornalista che negli ultimi anni è diventato uno dei migliori divulgatori italiani di storia, per raccontare lo sbarco in Sicilia. Il libro, che esce oggi da Longanesi con il titolo Arrivano i nostri , è un’occasione per conoscere non soltanto la vicenda militare, ma gli intrighi diplomatici, i compromessi con la malavita, il ruolo della massoneria, del Vaticano, in quella che non è soltanto una delle più importanti pagine di storia della Seconda guerra mondiale, ma la svolta decisiva che porterà alla caduta del fascismo e, per il modo in cui fu condotta, avrà lunghi strascichi nell’Italia repubblicana.
Già autore di Italiani dove morire , sull’eccidio di Cefalonia, e di Tutti i vivi all’assalto , sulla ritirata di Russia, Caruso mette in questo nuovo saggio la passione del siciliano che conosce profondamente la sua terra d’origine e una sapienza da giallista che abbiamo già conosciuto in romanzi come Tutto a posto o Il gioco grande .
La trama è appassionante, ma i fatti sono tutti veri. Ecco, per esempio, come la malavita organizzata riesce a entrare e ad avere un ruolo importante nel grande gioco della guerra. La mattina del 9 febbraio 1942 il grande transatlantico Lafayette , che doveva essere adibito al trasporto di truppe in Europa, sta bruciando nel porto di New York. L’ombra del sabotaggio tedesco minaccia da vicino gli Stati Uniti. I moli dai quali partono le navi in soccorso dell’Inghilterra sono insicuri. Bisogna rendere il porto più sicuro e, nell’attesa di riorganizzare il servizio segreto, ecco che entrano in campo i padrini di Cosa nostra, anche se il boss dei boss, Luciano, è in galera, dove sconta una condanna per sfruttamento della prostituzione. Non importava, i funzionari del terzo distretto del Naval Intelligence, da cui dipendevano gli Stati di New York, del New Jersey e del Connecticut, in particolare il capitano Haffenden, si convinsero che senza Cosa nostra nessuno sarebbe riuscito a garantire la sicurezza nei porti. La coincidenza tra il patto con gli uomini d’onore e la cattura di otto sabotatori nazisti convinse gli agenti segreti che avevano visto giusto. Così, quando vennero riorganizzati i servizi segreti americani, l’Oss, alcuni uomini, come Earl Brennan, tenevano i contatti con la nobile e sparuta schiera del fuoriuscitismo italiano, Salvemini, Sforza, Pacciardi, Cianca, Sturzo, tanto per fare alcuni nomi, altri più spregiudicati trattavano con i fuoriusciti di rango minore o, addirittura, innominabili. Ma per quelle minute informazioni sul territorio, utili allo sbarco, questi personaggi umili, a volte fuorilegge, si rivelarono preziosi.
Il racconto di Caruso, come nei gialli che si rispettano, salta dall’America all’Europa, dalla Sicilia al Vaticano, dove, come ha raccontato Ennio Caretto su questo giornale, gli Stati Uniti potevano contare su un amico di altissimo rango, il discreto e acuto monsignor Montini, futuro Paolo VI. Naturalmente c’è anche la storia militare, fatta delle ombre sul comportamento degli alti ranghi della nostra Marina, degli eroismi dei nostri soldati, che nei giorni in cui già si respirava un clima da «tutti a casa» morirono per difendere le coste sicilia
 
L'uomo che sapeva troppo PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Fisk   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

E' stato narcotizzato, rapito ed imprigionato per 18 anni dopo che aveva rivelato i segreti nucleari di Israele al mondo intero. Il prossimo mese Mordechai Vanunu dovrebbe finalmente essere liberato, ma quanta libertà gli sarà concessa?

Un qualsiasi israeliano che avesse comprato il quotidiano Yedoth Ahronoth il 16 febbraio, avrebbe senz'altro creduto che dal carcere di Ashkelon fossero in procinto di rilasciare una persona decisamente malvagia. Ogni volta che un kamikaze si faceva esplodere, il detenuto esultava. Ancor peggio, diceva il giornale, quest' uomo - a cui, un tempo, erano stati affidati i segreti nucleari di Israele - una volta rilasciato, avrebbe messo ancora più in pericolo il proprio paese. Vengono citate le parole di un ex detenuto "Mi ha detto che lui ha ancora altro materiale e che rivelerà altri segreti?"

Dovrebbe sorprendere, quindi, il fatto che lo stesso detenuto, che si dice festeggi il massacro di innocenti mentre si prepara a tradire di nuovo il proprio paese, abbia ricevuto una bella sfilza di premi e riconoscimenti dai gruppi pacifisti europei, il premio per la pace Sean McBride e la laurea ad honorem dall'Università di Tromso. Nel 2000, la Chiesa dell'Umanesimo si è così rivolta a lui: "Sei un uomo onesto, coraggioso, dagli alti principi morali e possa il grande sacrificio che hai fatto servire a proteggere non solo quelli che vivono in Israele, ma tutti i popoli del Medio oriente e, forse, del mondo intero". Lo stesso uomo è stato anche candidato al premio Nobel per la pace.

Mordechai Vanunu, o si ama o si odia. Pare. Non è possibile rimanere indifferenti nei confronti dell'ex-tecnico nucleare israeliano, perché lui è l'uomo che, nel 1986, raccontò al Sunday Times tutta la storia sull' impianto segreto israeliano di armi nucleari a Dimona, nel deserto del Negev. completa di dati relativi al numero di bombe a fissione nucleare - allora 200 - e, fatto ancor più disturbante, di prove fotografiche. Raccontò che Israele aveva lavorato ad un progetto termonucleare e sembrava che avesse già a disposizione un bel numero di bombe termonucleari pronte all'uso. Da Londra fu poi attirato a Roma da una ragazza e poi rapito, narcotizzato e rispedito in Israele da agenti dei servizi segreti israeliani. Fra sole sei settimane, però, dopo 18 anni di carcere, 12 dei quali trascorsi in isolamento, il più famoso informatore del mondo, dovrebbe essere rilasciato. Israele , per non parlare del mondo intero, è con il fiato sospeso.

Rivelerà altri segreti su Dimona, sempre che ne abbia ancora da raccontare dopo 18 anni di prigionia, o maledirà il paese di cui è cittadino, per quanto cittadino che si è convertito al Cristianesimo prima dell'arresto e che vuole emigrare negli Stati Uniti? Sarà diventato un uomo piegato, ansioso di porgere le scuse per il terribile tradimento del proprio paese? Oppure, come sperano i suoi amici, i suoi sostenitori ed i suoi genitori adottivi americani, diventerà un apostolo della pace, uno dei più grandi detenuti politici della sua generazione, l'uomo che ha cercato di liberare il mondo dalla minaccia della distruzione nucleare?

Il governo israeliano è ancora incerto su come affrontare il rilascio di Vanunu il 21 aprile. Adesso stanno considerando, e forse hanno già deciso in proposito, "certi strumenti di supervisione" e "misure appropriate" per far tacere Vanunu. Nella seconda metà di gennaio, il primo ministro Ariel Sharon ha incontrato Menachem Mazuz, procuratore di stato di Israele, ed il ministro della difesa Shaul Mofaz, per discutere sull'opportunità di rifiutare il passaporto a Vanunu. Vanunu sarebbe quindi libero di andare ad abbronzarsi sulle spiagge di Tel Aviv ma non potrebbe andarsene in giro per il mondo a fare pubblicità alla potenza nucleare di Israele. Un segno di come il governo israeliano sia spaventato all'idea del rilascio di quest'uomo è rappresentato dal fatto che Sharon abbia invitato a questa riunione anche Yehiel Horev e la sua cosìddetta "Unità di sicurezza del Ministero della Difesa", i servizi segreti interni ed esterni del paese (Shin Beth e l'egualmente sopravvalutato Mossad), ed un rappresentante del Comitato Israeliano per l'Energia Atomica.

Horev, adesso lo s

 
Depistaggi su Ustica, tutti assolti gli imputati PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere.it   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Intervenuta prescrizione per due generali dell'Aeronautica. Assolti altri due ufficiali. Il Pm: «L'accusa ha comunque retto»

ROMA - Si chiude il processo sui presunti depistaggi nell'inchiesta sulla strage di Ustica (27 giugno 1980). La terza sezione della Corte d'Assise di Roma ha prosciolto per intervenuta prescrizione del reato due dei generali dell'aeronautica imputati di attentato agli organi costituzionali, mentre ha assolto gli altri due. La Corte, dopo 3 giorni di camera di consiglio, ha disposto il non doversi procedere nei confronti dell'ex capo di stato maggiore della Difesa Lamberto Bartolucci e per il suo vice Franco Ferri. Assoluzione, invece, per Corrado Melillo, ex capo reparto, e Zeno Tascio, ex responsabile del Sios dell'Aeronautica militare.

LA PUBBLICA ACCUSA - «L'impianto accusatorio ha retto, è stato riconosciuto che alcune cose non sono state fatte». È il primo commento del pubblico ministero Erminio Amelio, uno dei tre componenti dell'accusa, insieme con Maria Monteleone e Vincenzo Roselli, quest'ultimo assente dall' aula. «Rispettiamo la sentenza e ci auguriamo - ha proseguito Amelio - che sia un passo verso altre indagini. La sentenza dimostra che alcune cose non sono state dette alle autorità. La prescrizione, infatti non è intesa in questo caso come impedimento ma come turbativa alle prerogative del governo». L'accusa, che aveva chiesto la condanna soltanto per i generali Bartolucci e Serri, valuterà in seguito se presentare appello nei confronti della sentenza.

 
Un altro colpo alle teorie sull’evoluzione tanto in voga. PDF Stampa E-mail
Scritto da progettoeditoriale.com   
Venerdì 30 Aprile 2004 01:00

UNA CARTA GEOGRAFICA DEL 1513 RIPORTA CON ASSOLUTA ESATTEZZA IL PROFILO DELL’ANTARTIDE ANTECEDENTE ALLA GRANDE GLACIAZIONE AVVENUTA 3000 ANNI PRIMA. IL POLO SUD FU AVVISTATO E SCOPERTO SOLO 300 ANNI DOPO.

ll 9 novembre del 1929, durante i lavori di ristrutturazione del palazzo di Topkapi, dimora per secoli dei Sultani di Costantinopoli, nella zona degli harem, fu rinvenuta un’antica mappa geografica, disegnata su pelle di gazzella, firmata dall’Ammiraglio Piri Reis e datata 1513.


Nel 1953 l’Istituto Idrografico della Marina Militare degli Stati Uniti si rese conto dell’eccezionalità della scoperta: la “carta” riportava, con assoluta esattezza, il profilo dell’Antartide antecedente alla grande glaciazione avvenuta oltre 6.000 anni prima della nostra era. Per comprendere l’eccezionalità della carta basta pensare che il Polo Sud fu avvistato e scoperto solo 300 anni dopo, nel 1818.

Inoltre sulla mappa venivano indicate, con una precisione, “impensabile” per quei tempi, distanze longitudinali incalcolabili fino alla metà del ‘700.


Un vero mistero, reso ancor più fitto dagli studi del capitano Arlington Mallery esperto geologo della Difesa Americana, del professor Charles Hapgood, membro della Royal Geographic society e docente all’Università del New Hampshire, nonché del MIT, l’Istituto di Tecnologia del Massachussets, avanguardia nel mondo della ricerca scientifica e sperimentale.

Infatti dalle rilevazioni geosismiche più volte effettuate emerge che le planimetrie combaciavano in maniera sorprendente con i territori disegnati sulla carta, in assoluta mancanza però, per quei tempi sconfinatamente lontani, delle sofisticate tecnologie moderne, necessarie per rendere possibile questa mappatura nel 1513.

 

Sergio Ramelli: a 29 anni dall'assassinio PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 29 Aprile 2004 01:00

Il 29 apr. 1975 moriva, dopo 47 giorni di coma, Sergio Ramelli (18 anni).

Ucciso, sotto casa a colpi di chiave inglese, da un gruppo di universitari di Medicina. Non conoscevano nemmeno la loro vittima, colpirono solo in nome dell'odio politico.Ad armare la mano degli assassini fu una spietata ideologia, che in Italia aveva (ed ha ancora oggi) importanti complicità, potenti connivenze e forti leve di potere. Per la cronaca: Sergio non era un teppista, un picchiatore o "attaccabrighe" e forse proprio per questo è stato scelto come vittima. Era un ragazzo mite che per sua sfortuna pensava con la sua testa. La sua colpa? Essere un iscritto del Movimento Sociale Italiano. La mortefu solo la fine di un intenso periodo di soprusi, minacce e violenze.
 
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