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Storia&sorte
Tora ! Tora ! Tora ! PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Martedì 07 Dicembre 2004 01:00

Il 7 dicembre 1941 il Giappone, costretto alla guerra dal ricatto americano, si lanciava all’attacco bombardando dal cielo la base navale di Pearl Harbour.

Il 7 dicembre 1941 il Giappone, costretto alla guerra dal ricatto americano, si lanciava all’attacco bombardando dal cielo la base navale di Pearl Harbour. Per la coraggiosa nazione nipponica, strangolata dalla piovra statunitense, iniziava la lotta per la vita: uno scontro mortale che avrebbe contrapposto due visioni del mondo assolutamente diverse e inconciliabili. L’una, quella americana, fondata sull’usura, sul bluff, sul cinismo e sul gangsterismo, rappresentava, nel peggior modo possibile, l’archetipo del mercante. L’altra, forgiata come le sue Katana sull’onore e sulla fedeltà, sul coraggio e sul sacrificio era la più sublime espressione dell’archetipo del guerriero: il Samurai.

Lo scontro fu impari né l’Impero del Sole mai aveva supposto altrimenti. Di fronte ad un popolo in armi, a guerrieri decisi che avrebbero conteso ogni metro di terra all’invasore usuraio facendolo tremare e rendendolo letteralmente pazzo, la cieca, informe e difforme rabbia dell’omuncolo d’affari indusse quest’ultimo ad utilizzare l’atomica contro le città di Hiroshima e Nagasaki suggellando, con quell’atto d’infamia, di viltà e di sordida ferocia, l’inferiorità ontologica prima che culturale del modello vincente, quello stesso che ai nostri giorni ha ridisegnato l’intera mappa mondiale sulla base dell’economia del Crimine Organizzato.

In quest’anniversario nel quale non si può non festeggiare la grandezza giapponese non possiamo neppur dimenticare che, ben dopo l’olocausto atomico consumato in Giappone, gli americani incontrarono più volte soldati nipponici come Onoda che erano sopravvissuti per venti o trent’anni in atolli sperduti del pacifico dove ancora tenevano le posizioni e da dove accolsero i marines sparando loro addosso.

Nel nome e nel segno dei kami kazé: il vento divino che sospinge, nel sacrificio supremo e gioioso, i fiori di ciliegio.

Banzai !

 
Quelle strane basi sarde PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Messaggero   
Sabato 04 Dicembre 2004 01:00

Un giovane commette una rapina in un campo militare e scompare nel nulla. I genitori indagano e sono uccisi a fucilate. In Sardegna ci sono da sempre misteri: da basi militari a disposizione della Gladio a cupole massoniche.

NUORO Padre e madre di Marco Ferrai, il giovane scomparso a settembre dopo una rapina alla base militare di Capo Bellavista, sono stati uccisi ieri a Tortolì. L’agguato è scattato in un frutteto dove Nino Ferrai e Mariangela Bangoni, entrambi di 63 anni, sono stati colpiti con un fucile caricato a pallettoni. Il figlio era scomparso il 21 settembre scorso e il padre si era rivolto, un mese dopo, alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?” per un appello. Poi aveva indagato personalmente. E probabilmente il genitore si era avvicinato alla verità. Ieri la spietata esecuzione.

 
La Terra degli Avi PDF Stampa E-mail
Scritto da Pino Tosca   
Giovedì 02 Dicembre 2004 01:00

Il 1° agosto 1927, in tutte le edicole di Romania usciva il primo numero di una rivista quindicinale dalla testata strana e affascinante, Pamantul Stamoscesc, La Terra degli Avi.

Il 1° agosto 1927, in tutte le edicole di Romania usciva il primo numero di una rivista quindicinale dalla testata strana e affascinante, Pamantul Stamoscesc, La Terra degli Avi. Questa pubblicazione rivendicava di essere “Organ al Legiunarii Archanghelul Michal”, “Organo della Legione dell’Arcangelo Michele”. Era il primo tentativo editoriale di Corneliu Codreanu, il capitano che, col suo esempio di vita e di lotta, ha affascinato diverse generazioni di tutta l’Europa.

Se mi dovessero chiedere “secondo te chi era Codreanu?” non avrei dubbi sulla risposta. Un Santo, era un Santo. Sì, potrei anche rispondere: un eroe, un condottiero, un martire. Ma sarebbero tutte definizioni troppo riduttive e schematiche, Codreanu è uno dei tantissimi santi non canonizzati dalla Chiesa e, forse, destinati a rimanere tali. Ma per me, cattolico romano, lui, Corneliu, cristiano ortodosso, santo lo era davvero. Anche se non aveva fatto i famosi tre miracoli (due da vivo e uno da morto), previsti dalla Congregazione, lui santo lo era lo stesso. Nonostante che molti ex-fascisti paganoidi o "nazional-bolscevichi" abbiano fatto tutte le possibili acrobazie alchemiche per tramutarlo in musulmano, in neo-pagano dell'antica Dacia, in neo-cataro dell'Est Europa. Operazioni di confusionarismo illimitato, destinate al registro nazionale del Ridicolo. Coma ha raccontato sua moglie lleana prima di morire alcuni anni or sono quando, dopo due anni dalla sua uccisione, furono dissotterrati i suoi resti, gettati in una fossa comune, questi furono ritrovati intatti, immacolati, ad eccezione del volto, su cui gli sgherri del Re Carol avevano versato acido solforico e calce viva. Sì, è vero: è questa una delle caratteristiche della santità. Ma sarebbe mortificante se, solo per un fatto "miracolistico", Codreanu divenisse il nostro primo e intramontabile punto di riferimento, dopo Gesù Cristo. Vi è di più, molto di più. Quest'anno, ricorrono i sessantanni da quando, il 29 novembre 1938, Corneliu Codreanu veniva strangolato, insieme con altri tredici legionari, da poliziotti di regime. Dissero poi che li avevano uccisi nel tentativo d’evasione. Una balla colossale di un copione (maldestro, oltre che criminale) di quella strategia poliziesca che, purtroppo, sarà riedito tante volte nella storia. L’ltalia stessa lo ha sperimentato nel 1943 alla pineta di Fregene (con Ettore Muti) e nei cosiddetti "anni di piombo" italiani (con le "strane" morti, di Giancarlo Esposti, Riccardo Minetti, Giorgio Vale e Nanni De Angelis). Ricordiamo Codreanu, quindi. Ma ricordiamolo non per la sua morte, non per il suo martirio, ma per la sua vita, per il suo esempio esistenziale, per ciò che ha insegnato a tanti giovani del dopoguerra, per come questa figura tragica ed eroica ha saputo cambiare il cuore di generazioni intere. Migliaia di ragazzi che avevano identificato nell'attivismo politico l'unico metodo di una sfida personale alla società borghese, prima o poi (a meno che non fossero deficienti o analfabeti) dovevano fare i conti con la sua apparizione sulla terra. Egli ci ha insegnato che la politica ha un senso solo in funzione di una metapolitica. Egli ci ha fatto capire che quello che chiamiamo attivismo politico o è pura testimonianza di una crociata o è tempo perso ed impiegato male. lon Motza, il capo legionario che morirà combattendo in Spagna, aveva scritto sul primo numero de La Terra degli Avi: Dall'Icona e dall' Altare siamo partiti...Noi non facciamo e non abbiamo fatto

 
Addio Capitano PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Martedì 30 Novembre 2004 01:00

Il 30 novembre 1938 Corneliu Zelea Codreanu, fondatore e capo della Guardia di Ferro veniva assassinato dai suoi carcerieri che lo strangolavano, insieme ad altri Legionari , nella foresta di Jaliva.

Il 30 novembre 1938 Corneliu Zelea Codreanu, fondatore e capo della Guardia di Ferro veniva assassinato dai suoi carcerieri che lo strangolavano, insieme ad altri Legionari , nella foresta di Jaliva.

 
Età d’argento PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Senesi   
Martedì 23 Novembre 2004 01:00

Theodor Kittelsen (Kragerø 1857 - Oslo 1914) : alla radice del nostro imaginario, un magnifico trascrittore di favole per l’infanzia, dalla Norvegia delle vastità e del silenzio, immolato sul rogo dall’eterodossia del conformismo.

viene riconosciuto sia in Norvegia che all’estero come uno dei maggiori illustratori di favole e si ritiene che sia stato l’autore di molte delle più famose raffigurazioni contenute nella raccolta di fiabe popolari di Asbjørnsen e Moe. Kittelsen era estremamente sensibile e suscettibile, il suo carattere passionale e malinconico celava energie deleterie (come tutti i grandi) e del resto è capibile viste le lunghe lotte tenute durante la sua carriera per ottenere qualche riconoscimento.
Nato nella città costiera di Kragerø, si distinse presto a scuola per le sue doti artistiche ispirate soprattutto dal suo paese che offriva ottimi spunti. I suoi genitori non condividevano la sua passione, volevano imparasse un mestiere utile, quindi lo mandarono ad Arendal come apprendista orologiaio da un certo Stein. Il suo capo presto intuì il suo talento e lo spinse verso il suo destino che sembrava già segnato. Dimorò grazie alle raccomandazioni del gentile orologiaio, da uno degli uomini più abbienti di Arendal, Diedrik Maria Aall che divenne il mecenate che sostenne il giovane Kittlesen e che dopo qualche anno convinse lo stesso a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Kristiania. Quello che sappiamo è che si distinse molto come studente a Monaco e che in seguito si sposò e che ebbe diversi figli. E tutto questo penso interessi poco il nostro lettore che vuole sapere più delle mere notiziuole da manualetto bibliotecario…
Il segreto per comprendere la magia di Kittelsen è la Norvegia. In un Europa sovrappopolata, la Norvegia è ancora il regno della natura. Nel folto delle sue immense foreste, il silenzio ha da sempre il sopravvento. Qui la vita moderna non conta. Il silenzio dinnanzi al ritmo vigoroso della Natura fa sì che l’uomo moderno, abituato a pensare in termini di ore e minuti, si senta impotente. Camminando per campi e foreste, Kittelsen vedeva esseri soprannaturali ovunque: nelle foschie sovrastanti gli acquitrini, nel crepuscolo che avvolge vecchi pini schiantati al suolo e negli abeti gocciolanti nei giorni di pioggia. La Natura che egli descrive è pura e mai doma e necessaria al suo genio che esige la Norvegia anche quando è lontano dalla patria: "Quello che mi strugge è il misterioso, romantico, e magnifico aspetto dei nostri panorami, ma se d'ora innanzi non riuscissi a combinare questo sentimento con un salubre studio della Natura, temo che mi incamminerò verso la stagnazione. Mi diventa sempre più chiaro quello che dovrò fare ed ho avuto molte ispirazioni - ma io devo, devo tornare a casa, altrimenti non produrrò nulla...".
 
Vite parallele: José Antonio PDF Stampa E-mail
Scritto da geocities.com   
Venerdì 19 Novembre 2004 01:00

Il 20 novembre 1936 ad Alicante veniva assassinato il fondatore della Falange. Poche ore dopo sarebbe stato ucciso anche il comandante anarchico Durruti

José Antonio Primo de Rivera y Saez de Heredia, figlio del Comandante Miguel, già primo ministro, nacque il 24 aprile 1903 a Madrid

Si dà alla politica nel 1930 e si presenta, senza esito, alle elezioni del 1931. Nel 1932 viene arrestao per aver partecipato al tentative insurrezionale capitanato dal generale Sanjurjo. Nel 1933 scrive sulla rivista “Fascio” e, insieme all’aviatore Ruiz de Alda, crea il Movimiento Sindicalista Español embrione della futura Falange. Questa viene ufficializzata il 29 ottobre nel teatro de la Comedia de Madrid.

Il 13 febbraio del 1934 la Falnge si fonde con le JONS (Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista) di Ramiro Ledesma Ramos, che si orienta al modello tedesco e possiede una base sociologicamente più interessante. La Falange de la Jons si distacca completamente dal panorama reazionario perché si batte contro la legge agraria che favorisce i latifondisti. Tutto il 1934 è contrassegnato da scontri violenti tra falangisti e socialcomunisti.

Nel 1936 il frente popular vince le elezioni, la falange de la Jons è dichiarata fuorilegge, diversi dirigenti sono incarcerati, tra questi José Antonio che continua a dirigere il movimento dalla prigione. Il 5 giugno José Antonio viene trasferito ad Alicante. Il 17 novembre viene giudicato per “ribellione militare”. Anarchici e socialisti sono riluttanti al suo assassinio che viene commesso dai comunisti la mattina del 20 novembre.

Quasi tutti i capi falangisti rimasti in libertà muoiono in azioni belliche, alla testa dei loro uomini, entro il 1937. La falange, fino al 1936 assai minoritaria, diviene un mito e una calamita durante la Guerra civile trsformandosi nel più forte soggetto politico spagnolo. In seguito sarà speso in contrasto col regime e con il Caudillo, specie a proposito della Division Azul e poi della Legion Azul in Urss, il quale, ironia della sorte, morirà anch’egli un 20 novembre, terntanove anni dopo, e sarà sepolto di fronte a José Antonio al Valle de los Caidos, presso Madrid.

 
Vite parallele: Buenaventura Durruti PDF Stampa E-mail
Scritto da digilander.libero.it   
Venerdì 19 Novembre 2004 01:00

L’eroico comandante anarchico cadeva in combattimento il 20 novembre 1936 a poche ore da José Antonio

Buenaventura Durruti y Domingo nasce a Leòn il 14 luglio 1896 da una famiglia operaia. Partecipa allo sciopero generale ed insurrezionale dell'agosto del 1917. Si mobilita l'esercito che affrontando gli scioperanti col fuoco della mitragliatrice, causerà la morte di un centinaio di persone. Durruti fa parte di un gruppo di giovani sabotatori che incendiano locomotive e depositi. Sconfessati dai sindacati, alla fine dello sciopero sono licenziati. Nel 1920 rientrato in Spagna, fonda con altri compagni il gruppo Los Justicieros alla fine di contrastare i pistoleros, sicari al soldo del padronato. Nel '22 Los Justicieros si stabiliscono a Barcellona e con alcuni militanti catalani danno vita al gruppo Los Solidarios, embrione della Federazione Anarchica Iberica (FAI).

Nel 1933 la CNT, che in un anno è passata da 800.000 a 1.200.000 aderenti, scatena una nuova insurrezione, sotto forma do sciopero generale offensivo. Gli insorti fanno saltare alcuni ponti e locali dell'autorità. Assemblee popolari decretano l'abolizione della proprietà privata. La difesa della rivoluzione è affidata alle milizie armate. Ma il contagio rivoluzionario non si diffonde e l'insurrezione viene vinta. Durruti nuovamente arrestato, dalla sua cella organizza l'attacco al tribunale che sta istruendo il dossier del sollevamento. Il 24 luglio la colonna Durruti lascia Barcellona alla volta dell'Aragona. Dopo aver liberato un territorio esteso dal rio Cinca all'Ebro, la colonna Durruti priva di artiglieria pesante, deve arrestarsi il 28 luglio a trenta chilometri da Saragozza. Durruti è il delegato responsabile di questa colonna, diretta da un comitato di guerra assistito da un consiglio tecnico militare. La colonna è composta da raggruppamenti di 5 centurie, formate da 4 gruppi di 25 combattenti. Vi prendono parte anche un gruppo internazionale (400 tra francesi, italiani, tedeschi, inglesi, marocchini, americani) e alcuni gruppi di guerriglieri incaricati di compiere azioni dietro le linee nemiche. Ogni raggruppamento elegge un delegato revocabile in qualunque momento. Questa responsabilità non consente alcun privilegio gerarchico. Il Comitato di Guerra d'Aragona è formato da delegati delle colonne presenti sul fronte.

In seguito, la colonna, forte dei seimila uomini con tremila fucili, ma gravemente priva di armi moderne stabilisce una linea difensiva sul fronte di Saragozza lungo 70 Km.

All'inizio del novembre del 1936 la colonna lascia l'Aragona per Madrid, gravemente minacciata dalle truppe franchiste. Dopo sanguinosi combattimenti quest'ultime sono sconfitte. La colonna vi perderà i tre quarti dei suoi effettivi tra cui il suo delegato responsabile caduto il 20 novembre (ucciso da chi ? Gli anarchici sospetteranno i comunisti)

Il corpo di Durruti viene trasportato nella sede CNT madrilena dove i miliziani lo vegliano tutta la notte. I funerali si svolgono il 23 novembre Barcellona. Nemmeno un mese dopo, la Pravda pubblica queste righe: "In Catalogna, l'epurazione degli elementi trotkisti e anarco-sindacalisti è iniziata; que

 
I liberatori PDF Stampa E-mail
Scritto da Trentino   
Lunedì 15 Novembre 2004 01:00

Spesso viene dimenticato qual è stato il prezzo pagato da molti paesi e città per la "liberazione". Per fortuna c'è chi non dimentica, e anche la scuola, talvolta, insegna veramente.

dal Trentino del 07-11-04

 
Chi siamo ve lo dirò… PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 14 Novembre 2004 01:00

Il 14 novembre 1943 il Congresso di Verona determinava il programma della Repubblica Sociale mettendo politicamente fuorigioco tutte le reazioni, ivi compresa quella marxista. Contemporaneamente nasceva il terrorismo partigiano, ultima ratio per sfuggire al confronto dei fatti.

Il 14 novembre 1943, sotto la presidenza di Alessandro Pavolini, si chiudeva il Congresso di Verona che stipulava i 18 punti programmatici della Repubblica Sociale Italiana dando così vita al più comunitario, progressivo e ghibellino prodotto della storia moderna, tuttora all’avanguardia.

6000 fabbriche sarebbero state socializzate nei mesi successivi.

Il governo partigiano insediatosi nel 1945 al seguito dei carri armati angloamericani, come prima decisione assoluta, avrebbe revocato il provvedimento di socializzazione. I comunisti, tra i quali il loro leader Togliatti, avrebbero votato questo procedimento impopolare: sia perché esso contraddiceva, con l’esempio, il modello utopico sovietico, sia perché i comunisti erano in debito con gli industriali del nord che avevano finanziato le bande partigiane e favorito l’eliminazione dei rappresentanti dei lavoratori, alcuni dei quali non fascisti ma socialisti.

Contrariamente alle convinzioni comuni, infatti, la RSI non era assolutamente modellata all’uniformità dittatoriale. Al contrario, credendo nella forza di persuasione, essa aveva subito aperto il dialogo permettendo comizi in piazza a socialisti e comunisti, questo nello stupore e nello sconcerto dell’alleato tedesco.

La completa perdita di consensi spinse allora i comunisti al terrorismo, unica soluzione per spezzare la spirale del confronto.

Il primo atto terroristico si ebbe proprio durante il Congresso, la notte tra il 13 e il 14 novembre, con l’assassinio del federale di Ferrara, il Maggiore Gino Ghisellini, uomo di pensiero e d’azione, in possesso di ben tre lauree, volontario nella I Guerra Mondiale, in Etiopia, in Spagna, e nella II guerra. Alla testa dei reparti d’assalto, si era guadagnato ben 3 medaglie d’argento e 3 di bronzo. Grazie all’esempio di Ghisellini, uomo rispettato e amatissimo, Ferrara fornì il nerbo della RSI. Ci furono ben 15.000 iscritti al Partito Fascista Repubblicano (Ferrara fu quinta in numero di tessere dopo Roma, Genova, Milano e Bologna ma sicuramente prima in proporzione al numero di abitanti). Oltre 10.000 ferraresi si arruolarono volontari nelle forze armate della RSI.

Il 14 novembre è dunque una data emblematica: la Repubblica Sociale esprime il programma migliore della storia moderna e conosce la reazione dei terroristi, rivoltatisi contro la giustizia, la magnanimità e la forma. E rappresenta, quindi, uno scontro di civiltà: forse l'unico vero.

 
Arafat è giunto a Ramallah PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos   
Venerdì 12 Novembre 2004 01:00

In un oceano di folla che straripa da ogniddove. Fortuna che, dicono gli altri,aveva perso consensi, altrimenti la marea umana sarebbe arrivata fino a Tel Aviv !

Migliaia di palestinesi a Ramallah per dare l'ultimo saluto a Yasser Arafat. La folla ha circondato l'elicottero con le spoglie di Yasser Arafat e le forze di sicurezza stanno sparando in aria per respingerla. Urla di saluto hanno accolto la leadership palestinese scesa dal secondo elicottero....

 
Un nome famoso, forse troppo. PDF Stampa E-mail
Scritto da V. de Santis   
Giovedì 11 Novembre 2004 01:00

SUHL (Germania), 11 nov – Il generale Mikhail Kalashnikov con in mano il fucile d’assalto a cui ha dato il nome. Oggi compie 85 anni.



AK 47 - KALASHNIKOV

AUTORE: V. de Santis

L'Ak-47 é forse l'arma leggera più famosa del mondo. Questa arma, nelle sue diverse versioni, é stata utilizzata in tutti i conflitti del dopoguerra. In questo articolo verranno brevemente trattate le versioni principali nelle quali l'AK-47 è stato prodotto.

Lo sviluppo
L'esercito sovietico ha da sempre privilegiato la potenza di fuoco. Durante la Seconda Guerra Mondiale le truppe dell'URSS disponevano del PPSH, un mitragliatore di costruzione molto spartana, ma capace di restare efficiente anche con una scarsa manutenzione e, cosa di non poco conto, nel duro clima russo. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale si cominciò a progettare un sostituto per l'ormai anziano PPSH. I sovietici erano rimasti molto impressionati dalla efficienza dell' MP 44 introdotto dai tedeschi nelle fasi finali del conflitto e ne proposero uno sviluppo. A capo del progetto, al quale sembra parteciparono anche ingegneri tedeschi trasferitisi in Russia, fu posto Michail Kalasnicov, da cui derivò poi il nome dell'arma. Lo sviluppo dell'AK-47 fu piuttosto lento ed i primi esemplari furono consegnati solo nel 1951. La produzione di questa arma avvenne, oltre che in URSS, in quasi tutti i paesi del Patto di Varsavia. Inoltre Cina, Finlandia e Israele ne proposero una loro versione o ne svilupparono il progetto. Dall'AK-47, e dalla sua successiva versione AK-74, fu realizzata anche una mitragliatrice da utilizzare sui mezzi corazzati denominata RPK. Si stima che la produzione totale di AK-47 e derivati sia stata di circa 50 milioni di esemplari. A livello tecnico l'Ak-47 é un fucile d'assalto automatico. L'arma ha la possibilità di poter sparare sia a colpo singolo che a raffica. Il meccanismo di funzionamento é "a sottrazione di gas". In pratica l'otturatore (il caricamento di un nuovo colpo) viene azionato dalla forza di una parte dei gas prodotti nella canna dallo sparo del colpo precedente, ed indirizzati attraverso apposite canalizzazioni.
Nelle due foto si può vedere un AK-47 montato in un veicolo corazzato e il relativo supporto
fonte "avtomat kalashnikov" Allegato Rivista Diana Armi n° 2/1986 - pubblicazione autorizzata da Editoriale Olimpia
Le versioni dell'Ak-47
 
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