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Storia&sorte
Santa Santa Evita PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Sartori   
Sabato 10 Luglio 2004 01:00

188º anniversario dell'indipendenza argentina. Ricordiamo con grande affetto questa nazione che accolse fraternamente molti europei perseguitati dai vincitori della 2ª guerra mondiale.

Il testo accluso è di "non piangere per me argentina", composta in occasione dei funerali di Evita Peron.
NO LLORES ARGENTINA!!!! NO PIERDAS LA ESPERANZA...TU GENTE TE AMA!!!
POR SIEMPRE!!!

POR LOS QUE LUCHAN,
POR LOS QUE DAN SIN MOSTRARSE,
POR LOS QUE A DIARIO OPTAN POR ESTA TIERRA NUESTRA,
POR LOS CAMPESINOS,
QUE MIRAN EN LA MAÑANA SUS TIERRAS Y DICEN SI,
.... AUN ME QUEDO AQUI.

POR LOS QUE SE VAN CON LAGRIMAS,
SABIENDO QUE SI HABRIA TRABAJO SE QUEDARIAN,
POR LOS AUSENTES,
POR LOS QUE SEMBRARON ESPERANZAS,
A PESAR DE SU SECUESTRO Y TORTURA,
POR LOS ANCIANOS QUE SIGUEN LUCHANDO,
A PESAR DE SUS CANSADOS HUESOS,
POR AQUELLOS MAESTROS,
POR LAS AMAS DE CASA,
POR LOS NIÑOS ,
POR LOS CARA SUCIAS,
POR LOS CREYENTES,
POR LOS QUE ESPERAN,
POR UN SOL DE JUSTICIA.

POR TODOS LOS QUE AÚN MANTENEMOS EL CONCEPTO PROFUNDO DE PATRIA!!!
HOY LEVANTAREMOS NUESTRAS COPAS,
PARA DECIR EN ESTE 2004
¡VAMOS PUEBLO ARGENTINO A PONERNOS DE PIÉ!,
SOÑEMOS SUEÑOS NUEVOS!!!

 
Fai paura anche da vinto son vigliacchi senza nome PDF Stampa E-mail
Scritto da I promotori della manifestazione   
Sabato 10 Luglio 2004 01:00

Rancori, minacce, digrignar di denti, vili prese di distanza: così il popolo dell’oscurità si contrappone alla commemorazione delle vittime del massacro di Schio compiuto a fine guerra dai partigiani sulla popolazione inerme.

Vandali in azione nella notte. E la tensione cresce in vista del corteo dei repubblichini di domenica. I muri della biblioteca civica e degli edifici adiacenti sono stati imbrattati da scritte giganti contro il fascismo. Slogan ieri mattina oggetto delle rimostranze della maggioranza degli scledensi, che reagivano indignati a questo modo di esprimere opinioni. Era già successo in passato, ma non con questa evidenza e soprattutto non alla vigilia di un fine settimana che si preannuncia bollente. Tutto questo nonostante gli appelli pubblici del sindaco Luigi Dalla Via ad isolare i manifestanti, e i segnali distensivi giunti dal comitato parenti delle vittime dell’Eccidio. Nella messa di suffragio celebrata mercoledì sera a S. Giacomo, Dalla Via si è presentato in fascia tricolore: una scelta particolarmente apprezzata dai familiari delle vittime presenti in chiesa.
Se la proposta di ricordare i tragici eventi del luglio 1945 in un convegno ed in alcune iniziative specifiche in occasione del sessantesimo anniversario del 2005 sta raccogliendo adesioni importanti, dall’altra sale la preoccupazione per quanto potrebbe accadere l’11 luglio. È confermato che il corteo dei repubblichini partirà dal sacrario militare di Ss. Trinità alle 11, per raggiungere il portone delle ex carceri d via Baratto, oggetto delle attenzioni dei vandali, dove sarà deposto un mazzo di fiori.
Gli organizzatori di Continuità Ideale, movimento di destra che ha legami con Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, data per presente ma che invece non sarà della sfilata, pensano di poter raggiungere quota mille partecipanti, provenienti da ogni angolo d’Italia. Anche l’associazione Veneto fronte skinheads ha annunciato ufficialmente la propria adesione. In un ristorante della zona sono stati prenotati 250 coperti, molti di più di quelli degli anni precedenti.
Lo schieramento delle forze dell’ordine sarà massiccio in città, ad evitare contatti con i contromanifestanti fra i quali, si è sparsa la voce, potrebbero esserci alcuni elementi dei "No global" ed una frangia dei "Disobbedienti". E’ questo uno dei principali allarmi a tener desta l’attenzione di chi dovrà garantire l’ordine pubblico. (m. sar.) Rifondazione Comunista in piazza ci sarà. Non solo con la mostra fotografica, prevista per sabato in piazzetta Garibaldi, ma anche con un presidio di protesta, nel medesimo posto, alle 10 alle 12 di domenica. «Rifondazione, nel solco della tradizione comunista di Schio - spiega Ezio Simini - riafferma la sua volontà di dimostrare in modo politico, civile e assolutamente pacifico la propria insofferenza verso un’amministrazione pubblica locale che non riesce ad andare oltre formali esecrazioni a stampa».
«A Roma Veltroni ha vietato la manifestazione nazifascista a favore di Priebke - precisa Simini -. Evidentemente lì non ci sono gli struzzi del caravanserraglio ulivista scledense che invita i propri concittadini a "starsene a casa". Noi vorremmo essere in tanti in piazza domenica, e lavoreremo per questo; ma anche se fossimo in quattro con quattro bandiere presidieremo piazzetta Garibaldi con l’orgoglio di chi non si rintana in casa aspettando che il cielo si rassereni».

 
Prove tecniche di occultamento. PDF Stampa E-mail
Scritto da Beowulf   
Martedì 06 Luglio 2004 01:00

La notte tra il 6 e 7 luglio 1945 oltre cinquanta civili, uomini e donne, furono massacrati a Schio. La guerra era finita da due mesi.

Domenica prossima, nel 59° anniversario dell'eccidio di Schio, in una delle città simbolo delle stragi partigiane, i combattenti reduci della RSI e i giovani di tutta Italia, organizzano una manifestazione per commemorare tutti gli italiani, civili e militari, vittime della cieca violenza "Resistenziale", affinché i tragici fatti di quei mesi non cadano nell'oblio.
In questi ultimi due anni si sono svolte manifestazioni pacifiche e sempre più numerose ... ma sembra che ricordare qualcosa diverso dal 25 aprile a qualcuno dia fastidio ...
da: "Il Giornale di Vicenza" - 6 luglio 2004:
Vicina l’intesa in grado di bloccare dal 2005 ogni altra manifestazione
Eccidio, verso la strada della riappacificazione
Il sindaco Dalla Via lancia un segnale importante insieme all’Anpi
di Mauro Sartori
...Oggi dovrebbe arrivare l’ok della Questura, con la determinazione degli spazi entro i quali il corteo dei repubblichini (fra reduci e giovani fiancheggiatori l’anno scorso sfilarono in 600). Rifondazione Comunista sembra intenzionata a rispondere con una contromanifestazione, ma è da registrare soprattutto il contenuto della lettera del comitato, inviata alle autorità e che riportiamo integralmente a parte, e l’apertura dell’Amministrazione comunale verso una riappacificazione completa. «Sarò presente domani sera alla messa di suffragio voluta dai parenti - premette il sindaco Luigi Dalla Via -. È un segno di attenzione con cui auspico che le riflessioni fatte in questi giorni consentano l’anno prossimo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’Eccidio, alla città di fare un passo avanti, sulla strada della riconciliazione».
Poche parole che valgono come un’attesa apertura di credito verso una commemorazione ufficiale di quanto accadde quella notte nell’edificio che attualmente ospita la biblioteca civica, una ferita aperta per Schio che sino ad oggi stenta a rimarginarsi. Concetti distensivi arrivano pure dall’Anpi vicentina e veneta che, nel condannare la manifestazione dei repubblichini, così si rivolge ai parenti: «Ribadiamo la nostra condanna nei confronti dei tragici fatti di Schio, siamo vicini al dolore dei famigliari delle vittime e auspichiamo ardentemente che essi, animati dallo spirito unitario che sorregge la comunità scledense, riconoscano il 25 aprile come festa della Libertà, della Pace e della Giustizia di tutti gli italiani».
Tutti segnali che indicano come fra comitato, Anpi e Comune ci sia spazio per un’intesa in grado di bloccare, dal 2005, ogni altro tipo di manifestazione.
 
Quei diritti che uccisero l’uomo PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 04 Luglio 2004 01:00

Il 4 luglio si celebra la proclamazione dei “Diritti dell’Uomo”. Una modena religione dell’individualismo che ha sgretolato le comunità, asservito l’uomo e paraliazzato gli entusiasmi di vita. La libertà inviata al patibolo ne è il simbolo più rappresentativo.

Domenica l’occidente ha celebrato se stesso. Duecentoventotto anni fa la sua estrema disperata appendice, l’America, proclamava i Diritti dell’Uomo, con tanto di maiuscola, ovviamente.

Aveva così luogo l’istituzione di una religione moderna: quella dell’individualismo. Scomparivano dall’immaginario giuridico e filosofico tanto i popoli quanto il sacro. In un fervore liberale e materialistico, che pure all’epoca riuscì a mobilitare coscienze forti, attratte dall’utopia, si mise così fine al principale legame che vincola un uomo ai suoi antenati, ai suoi discendenti e alla sua comunità: il dovere.

Il relativismo individualista – che poco o niente ha a che fare con l’anarchia – non poteva non rivelarsi in tempi rapidissimi per quello che esattamente è: la legge della jungla in cui il più forte sbrana i deboli.

Un salto indietro di secoli che rinnegava la tradizione grecoromana.

A questa regressione civilizzatrice restò inoltre quasi del tutto assente la “selezione naturale”. Gli eventi provarono da subito che in questa logica di discordia e di sopraffazioni egoistiche, non vi sarebbe stata competizione regolare.

La parte del leone l’avrebbero fatta il denaro e le clientele: ovverosia la capacità di servire i potenti e di essere subdoli ed ipocriti yes men.

Inoltre, contrariamente a quanto alcuni degli ideatori dei Diritti auspicavano, quell’individualismo pretenzioso e rivendicazionista che sarebbe presto divenuto il comun denominatore di un sindacalismo teatrale quotidiano (in famiglia, nei rapporti di lavoro, nei rapporti di coppia, nell’avanspettacolo della politica) non ci avrebbe reso più liberi ma avrebbe prodotto esattamente l’effetto opposto.

Un uomo libero dal dovere e dai vincoli reali infatti non riesce a vivere altrimenti che regolamentando comportamenti e divieti. Dal dovere si è così passati all’obbligo, alla costrizione.

Mai società umana è stata così prigioniera dei suoi meccanismi quotidiani e di una dittatura politica, nè mai è esistita altrettanta sottomissione da parte di un uomo che null’altro è se non un atomo disorganico, incapace di darsi la legge e di seguire l’imperativo della giustizia. Dunque è un androide con l’animo dello schiavo.

L’atomizzazione sta dando quegli effetti che tutti possono constatare su ogni piano (morale, emotivo, emozionale, comportamentale) e l’individuo medio oscilla tra l’accettazione di ogni corruzione (spirituale e caratteriale innanzitutto) e la fuga nell’inferno dei paradisi chimici. Sicchè, inacidito e privo di allegria, cerca di dimostrarsi vivo attraverso entusiasmi passeggeri e artificiali, e prolungando la sua agonia terrena mediante il salutismo.

I Diritti hanno insomma tagliato ogni legame organico esistente ed hanno criminalizzato il dovere: come risultato ci hanno schiavizzati, inchiodati all’obbligo e, soprattutto, hanno svuotato di senso e di entusiasmo, praticamente ucciso quell’uomo ch

 
Ora andiamo verso la scimmia PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Sabato 03 Luglio 2004 01:00

L’ennesimo “ritrovamento” paleoantropologico per confortare la sempre assai vaga teoria dell’evoluzione. L’unica cosa certa è che si parla di “Homo erectus”, Ovvero dei bei tempi in cui si andava a testa alta.

Un piccolo teschio trovato in Africa orientale ha offerto agli studiosi di paleoantropologia un anello di congiunzione nell'evoluzione dell'Homo Erectus, con la possibilita' di ridurre il vuoto di 400.000 anni nei fossili attualmente disponibili. "Potrei ipotizzare che si tratta di una femmina", ha dichiarato Richard Potts, della Smithsonian Institution di Washington, in una conferenza stampa qui a Nairobi, anche se ha poi ammesso che non e' possibile determinare il sesso di quella creatura semplicemente dall'arcata sopraccigliare, dalla zona della tempia sinistra e dagli altri frammenti della scatola cranica rinvenuti nel sito scavato a Olorgesailie, una novantina di chilometri a sud-ovest della capitale kenyota. Il frammento risale fra i 900.000 ed i 970.000 anni fa. Lo studioso kenyota Fredrick Manthi ha spiegato che la scoperta e' importante anche perche' consente di conferire una qualche identita' alle creature che, in quella zona, produssero le migliaia di ascie che vi sono state trovate.

 
Albo d'oro dei Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Beowulf   
Venerdì 02 Luglio 2004 01:00

La Fondazione della RSI - Istituto Storico (Onlus) ha pubblicato l'albo d'oro dei l'albo d'oro dei Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana.

 
I Ds si inventano l'assessorato al Duce PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Libero del 30-VI-2004   
Giovedì 01 Luglio 2004 01:00

Sotto le apparenze della tutela del patrimonio storico, il comune di Predappio si avvia a istituire un assessorato su misura per il suo cittadino più illustre.

Benito Mussolini, i suoi cimeli, la casa natale, meta di pellegrinaggio continuo dal dopoguerra, portano visitatori e denaro. Per gestirli, è in pole position Giorgio Frassinetti, capogruppo dei Ds in consiglio comunale,che, ancora prima di essere nominato, si è già conquistato l'appellativo di "assessore al Duce".
 
Evola pittore tra futurismo e dadaismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Fondazione Evola   
Giovedì 01 Luglio 2004 01:00

Nell'ambito delle celebrazioni evoliane, segnaliamo un breve ma interessante studio sul lato forse meno conosciuto di Julius Evola, quello di pittore, tra futurismo e dadaismo.

tratto da: http://www.fondazione-evola.it/pagine/pittura.htm

Giulio Cesare Evola, che ha sempre dimostrato attitudine per il disegno e che si accinge ad iniziare presso l’Università di Roma gli studi di Ingegneria, che non porterà mai a termine, appena diciassettenne, si accosta al mondo dell’arte d’avanguardia, incuriosito dalle manifestazioni futuriste che, aldilà dei clamori e degli scandali sollevati tra i “benpensanti” di anguste vedute, si concretizzavano a Roma in mostre di respiro perfino internazionale, presso la Galleria Sprovieri. Si aggregò alla pattuglia di giovani artisti - Prampolini, Depero, Marchi, i due fratelli Ginanni Corradini - che s’incontravano nello studio di Giacomo Balla. Di quest’ultimo, figura centrale della vita artistica romana nel primo quarto del secolo, Evola fu, come ha scritto Crispolti, “praticamente allievo”[1].

Quanti hanno letto l’autobiografia intellettuale evoliana, Il cammino del cinabro, sanno come il futuro autore di Rivolta contro il mondo moderno prendesse presto le distanze dal movimento marinettiano, da cui l’allontanavano lo stile comportamentale (“In esso mi infastidiva il sensualismo, la mancanza di interiorità, tutto il lato chiassoso ed esibizionistico, una grezza esaltazione della vita e dell’istinto curiosamente mescolata con quella del macchinismo e di una specie di americanismo, mentre, per un altro verso, ci si dava a forme sciovinistiche di nazionalismo”)[2], e soprattutto, appunto, l’acceso piglio interventista contro gli Imperi Centrali che, nonostante l’età giovanissima e la generalizzata infatuazione nazionalistica del tempo, Evola avvertiva come l’antemurale della vecchia Europa, delle sue tradizioni, del suo primato mondiale (Evola rammenta come Marinetti, avendo letto un articolo del giovane amico in cui erano esposte più o meno queste idee, gli replicasse: "Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese”).[3]

Eppure, in un primo periodo, circoscrivibile al quadriennio 1915-1918, Evola fu fortemente influenzato dal dinamismo plastico futurista e, in modo particolare, dalla ricerca di Balla, non senza suggestioni di spiritualismo orfico, destinate ad avere in lui successivamente una decantazione in chiave alchemico-magica.

Appartengono a questo primo periodo futurista (da Evola stesso definito dell’“Idealismo sensoriale”) opere come il celebre, e splendido nella sua cromia vivacissima, Mazzo di fiori e, sempre stilisticamente assai coerenti, Feste, Fucina - studio di rumori, Five o’ clock tea, Sequenza dinamica, Truppe di rincalzo sotto la pioggia (davvero uno straordinario acquerello, quest’ultimo).

Se possibile, ancor più ori

 
Evola sull'Ultima Vetta PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Una spedizione, nella commemorazione, ha voluto ricordare la figura di Julius Evola nella sua grandezza di Autore e Maestro e quale il grande alpinista che fu.

In occasione della celebrazione nel trentennale della morte di Julius Evola 20 volontari provenienti da varie zone d’Italia organizzati in 5 cordate, hanno raggiunto ai piedi del Liskamm Occidentale il Colle del Lys a quota 4151. Nel punto ove 30 anni fa furono deposte le ceneri dell’Autore è stato reso onore alla Sua figura e alla Sua imperitura memoria.

 
Il revisionismo buono del Corriere PDF Stampa E-mail
Scritto da John Kleeves   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Le brillanti tattiche cerchiobottiste del Corriere della Sera nel raccontare lo sbarco della mafia in Sicilia nel ’43: si abbozza un po’ di revisionismo per lavarsi la coscienza e poi si confondono le acque come al solito. L’importante è non svelare verità proibite: guai a far sapere che nel 45 l’unico vincitore della guerra è stato il Crimine Organizzato!

Vorrei esporre il mio pensiero riguardo agli articoli di Gianluca di
Feo sui crimini degli Usa in Sicilia nel 1943, e sui loro rapporti
con la Mafia, che sono apparsi sul Corriere il 23 (Sicilia 1943,
l'ordine di Patton ''Uccidete i prigionieri italiani'') e il 24
giugno 2004 («I prigionieri italiani uccisi? Dite che erano
cecchini»). Ho letto anche i commenti sul sito Come donchisciotte.net
che ha ripubblicato i due articoli
(http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1835)
Ebbene, solo Eresiarca dice il giusto.

Cosa sono quei dopo tutto pochi italiani uccisi in soprappiù dagli
americani dopo lo sbarco in Sicilia se non le solite durezze di
guerra, quelle compiute da tutti ma dico proprio tutti gli eserciti?
Anzi, almeno gli statunitensi cercarono di limitare gli eccessi
portando per tempo qualche accusa a Patton, il furibondo o il super zelante di turno.

Dopo tutto, ci suggerisce il Corriere della Serva, ecco quello che è
successo e che sta succedendo in Iraq: come in Sicilia nel 1943,
quando le brutture di guerra non mancarono ma, vedete?, sono state così
presto e totalmente dimenticate che
per ricordarle c'è voluto il nostro articolo di studiosi imparziali.
Sì, noi del CdS siamo imparziali : siamo quasi sempre dalla parte
degli USA e carabattole connesse ( ONU, Diritti Umani, Save the
Children and Fuck the Grown-ups, Nessuno tocchi Caino perché basta
lapidarlo; NATO, PAPA e WTO; FMI, UEFA, FIFA e cha cha cha,
eccetera ) perché hanno ragione, ma quando
sbagliano lo diciamo. In breve, l'articolo del CdS non esce
dall'iconografia ufficiale dello
sbarco in Sicilia, un'iconografia che tollera anzi entro certi limiti
sollecita deviazioni e furbeschi sguardi di intesa tra specialisti.

Però la deviazione più grave a mio avviso è quella che riguarda i
rapporti tra gli USA e la Mafia, prima, durante e soprattutt

 
FLAGELLUM DEI, SERVUS DEI PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Appunti “revisionisti” sulla figura di Attila re degli Unni. Contro i pregiudizi sulla “barbarie asiatica” e sulle “orde assetate di sangue”, alla riscoperta di un grande impero eurasiatico.

Quell’Attila che fu flagello in terra
Dante, Inf. XII, 134

Turbinò infesto con il suo esercito
soggiogatore il grande Attila,
allor che predava le terre
del nemico e imponeva il tributo.
I suoi trionfi ancor spaventano
perfin di Roma l’altero popolo;
la pace gli chiesero, ed ecco
lui fu pronto, magnanimo, a darla.
Mihaly Vörösmarty, 1818 (trad. C. M.)

“Su un’aspra via, per una notte oscura, - chissà il destin dove ci porterà… - Guida ancor la tua gente alla vittoria, - principe Csaba, sul sentier celeste!” (1). Sono i primi versi del Székelyhimnusz (Inno székely), che viene cantato ancor oggi da una popolazione di 350.000 - 400.000 anime insediata sui Carpazi orientali. Il principe Csaba invocato nell’Inno è il figlio che Attila avrebbe avuto da una figlia dell’imperatore Onorio. Secondo una leggenda, prima di “andare a cercare nuovi alleati nelle terre degli antenati, in Asia, e ritemprare la spada di Dio nelle onde del vasto Oceano” (2), Csaba lasciò a guardia della Transilvania una parte del suo popolo, i Székely (it. Siculi o Secleri; Zaculi e Ciculi nei documenti latini) (3), i quali si sono tramandati l’attesa di un suo futuro ritorno, sicché Csaba costituisce una manifestazione dell’archetipo del Dux rediturus, al pari di altri personaggi: Artù, Carlo Magno, Federico I e Federico II Hohenstaufen, Muhammad al-Mahdi…

La spada di Dio, alla quale Csaba doveva restituire vigore perché si era macchiata del sangue di suo fratello Aladár (figlio di Ildikó, la Chriemhilt nibelungica), è quel medesimo gladius Martis che i re sciti ritenevano sacro. Ne parla il retore bizantino Prisco di Panion, citato da Giordane:

“Un mandriano, osservando che una giovenca della sua mandria zoppicava e non trovando la causa di così grave ferita, segue attentamente le tracce di sangue. Finalmente arriva a una spada, che la giovenca, pascolando l’erba, aveva incautamente calpestata; la estrae dal suolo e la porta subito ad Attila. Questi si compiace del dono e, nella sua grandezza d’animo, ritiene di essere destinato a diventare il signore del mondo intero e che attraverso la spada di Marte sia concesso a lui di avere in mano le sorti delle guerre” (4).

 
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