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Storia&sorte
Il sole non sorge più ad est PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Giovedì 14 Ottobre 2004 01:00

Ottobre 1956: inizia la leggendaria rivolta di Budapest che verrà schiacciata sotto i cingolati sovietici. Ricordiamo quei magiari mandati allo sbaraglio, vittime dei carri sovietici, delle macchinazioni americane, dei giochi di potere dell’oligarchia comunista e dell’indifferneza generale (“sull’orlo della nostra fossa il mondo è rimasto seduto”).

Claudio Mutti

Se lo sconquasso provocato nel febbraio 1956 dal XX Congresso del PCUS e dalle "rivelazioni" di Khrushciov coinvolse tutto quanto l'impero sovietico, fu l'Ungheria a subire le ripercussioni più traumatiche.Il 20 febbraio 1956, a settant'anni dalla nascita di Béla Kun, la Pravda khrushcioviana rievocava il leggendario ebreo d'Ungheria che, dopo aver fondato il Partito Comunista Ungherese e instaurato la Repubblica dei Consigli, era caduto vittima della purga staliniana del 1937 insieme con altri esponenti della vecchia guardia.

A Budapest, dove la leggenda di Béla Kun era stata soppiantata da quella creata intorno a Mátyás Rákosi (alias Mátyás Roth), l'articolo della Pravda suonò come un nuovo avvertimento. Nuovo, perché l'anno precedente aveva visto la defenestrazione di Malenkov, che era il protettore moscovita di Rákosi; e, sempre nel 1955, Khrushciov era andato a Belgrado per riconciliarsi con Tito, sconfessando così la campagna antititoista orchestrata a Budapest nel 1949 all'epoca del processo contro László Rajk e altri dirigenti comunisti.

Il 17 marzo 1956, il fermento prodotto in Ungheria dal XX Congresso dà luogo alla nascita del Circolo Petöfi. Costituito da membri dall'organizzazione giovanile del Partito dei Lavoratori Ungheresi, il Circolo Petöfi indice numerose conferenze e assemblee, nelle quali si manifesta un'opposizione sempre più decisa verso il regime di Rákosi e si propugna il ritorno di Imre Nagy (primo ministro dal 1953 al 1955) alla testa del governo. A questa campagna partecipano attivamente molti esponenti dell'intelligencija mondialista; "moltissimi ebrei comunisti, come Tibor Déry, Gyula Háy, Tibor Tardos, Tamás Aczél, furono i principali animatori, nel 1956, dell'Associazione degli scrittori e del Circolo Petöfi"1. Così scrive François Fejtö alias Ferenc Fischel, lui stesso ebreo ed ex comunista (ora neocattolico e neoliberale), il quale dimentica però, stranamente, di menzionare in quel contesto il più illustre di tutti: György Lukács (alias Georg Löwinger)2, "il più rispettato filosofo del regime comunista (...) figlio di un banchiere ebreo (...) divenuto un attivo militante comunista nel 1918"3.

Sotto la pressione delle proteste e delle rivendicazioni, consapevole che il "nuovo corso" voluto da Khrushciov comporta inevitabilmente un avvicendamento nei vertici dei partiti comunisti, il 21 giugno Rákosi vola a Mosca "per sottoporsi a cure mediche". Berija lo accoglie con queste parole: "Sei stato il primo e l'ultimo re ebreo dell'Ungheria!"4 In realtà è stato

 
Così nacque Zarathustra. Centosessanta anni fa PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 14 Ottobre 2004 01:00

“Lo spirito è la vita che incide in se stessa: che con il proprio tormento accresce il proprio sapere. Lo sapevate già ?” “Io sono d’oggi e del passato, ma v’è in me qualcosa che appartiene al domani, e al dopodomani, e al futuro”.

Friedrich Nietzsche è il pensatore che forse più d’ogni altro ha tagliato la modernità come una lama affilata, sollevando impietose questioni esistenziali e risolvendole in modo impegnativo: ponendo l’uomo sempre e solo di fronte a se stesso. “Corda tesa” (tra il bruto e il superuomo nella formulazione nietzscheana), l’uomo è considerato valido solo in quella tensione, venendo meno la quale, si affloscia e si spegne. Così come “l’ultimo uomo, saltellante e longevo come una pulce” che Nietzsche aveva annunciato e che oggi ritroviamo un po’ ovunque. Il grande nemico è in noi stessi: anche questo ci ricorda Nietzsche quando ci rammenta che il nostro nemico è lo “spirito di gravità”. E la grandezza sta nella prova, nella conoscenza di sé, nella capacità di riconoscere ogni propria bruttura e di farne materia per un rimodellamento. “Le mie altezze sono le mie profondità”.

Il meraviglioso poeta ribelle, il pensatore aristocratico e nichilista, forte però di un nichilismo attivo, guerriero e perfino trascendente, nasceva 160 anni fa a  Röcken, in Sassonia, il 15 ottobre 1844.

Dopo aver studiato teologia ed averla lasciata per la filologia classica a Lipsia, ove conobbe Richard e Cosima Wagner, Nietzsche ottenne la cattedra di lingua e letteratura greca all’università di Basilea.

La sua produzione:

La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), le quattro Considerazioni inattuali (1873 – 1876),

Nel 1878 esce la prima parte di Umano, troppo umano. Un libro per gli spiriti liberi, mentre per la seconda parte bisognerà aspettare l’anno successivo, il 1879. 1881 è la volta di Aurora, l’anno seguente conobbe a Roma Lou Andreas Salomè e pubblicò La gaia scienza (1882). Tra il 1883 e il 1885 uscì quello che da molti è considerato il suo capolavoro: Così parlò Zarathustra, al quale fanno seguito Al di Là del bene e del male (1886), Genealogia della morale (1887) e, tra l’88 e l’89, L’Anticristo, il Crepuscolo degli idoli, Ecce homo. Nell’aprile del 1888 Nietzsche andò ad abitare all’ultimo piano di via Carlo Alberto n. 6 a Torino. Internato in seguito in clinica psichiatrica (“i pazzi e i fanciulli sono i più cari agli dei”) ne uscì a metà anni Novanta.

Nell’aprile del ’97, alla morte della madre, la sorella Elisabeth portò Nietzsche con sé a Weimar. Morì verso mezzogiorno del 25 agosto 1900.

Ci ha lasciato tante e tali di quelle massime di saggezza che è impossibile riportarne un numero sufficiente per varietà e qualità. Ne scegliamo una per tutte, soprattutto una

 
Onore a Giovanni D’Espinosa PDF Stampa E-mail
Scritto da Gioventù Nazionale Palermo   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

I suoi alunni e i suoi giovani camerati lo ricordano con affetto

A nome di tutti i Camerati della Federazione Palermitana della Fiamma, desidero ricordare il carissimo Camerata Giovanni D'Espinosa, uomo di grande cultura e carisma che si è sempre distinto nella scena Fascista palermitana per via del suo attivismo politico. Esprimiamo il dolore verso un professore che non si è mai vergognato di essere ciò che era nella sua facoltà, storicamente nota per il sinistro sinistrismo che la caratterizza, e che anzi ha chiesto spesso negli ultimi tempi a noi giovani di GN di organizzare un convegno sulla nostra cultura.

Camerata D'Espinosa PRESENTE!

 
Mon Commandant ! PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

Il 10 ottobre di cinquantanove anni fa andava superbamente incontro alla morte l’eroe di due guerre mondiali, il francese Joseph Darnand.

Il 10 ottobre di cinquantanove anni fa andava magnificamente incontro alla fucilazione Joseph Darnand.

Su quest’uomo è sceso il silenzio, cosa che sovente accade per chi è integro e straordinario, trovandosi i sopravvissuti più a loro agio nel celebrare chi abbia manifestato qualche debolezza umana in quanto li rassicura, permettendo di coltivare l’indulgenza verso di sé.

Darnand era della medesima tempra di Pavolini sicché un certo sgomento, uno stupore esistenziale, ha finito col creare una distanza tra di lui e quei borghesi piccoli piccoli che pur tifano per il suo campo.

Nato a Coligny nel 1897, Darnand era appena diciassettenne allo scoppio della Grande Guerra. Vi partecipò da volontario e moltiplicò le azioni audaci e temerarie oltre le linee divenendo il sottufficiale più decorato dell’esercito francese. Fu all’epoca che il Maresciallo Pétain ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo al punto di farne, una ventina d’anni più tardi, uomo perno nei governi definiti della Collaborazione.

Nazionalista e guerriero, Joseph Darnand, di ritorno dal fronte aderì all’Action Française, sezione nizzarda. Scalpitante, giunse presto in conflitto con Charles Maurras. L’adesione successiva all’organizzazione nazionalista della Croix de Feu fu ancor più deludente. Uomo d’azione, Joseph Darnad passò allora al gruppo clandestino della Cagoule dove, forse, incontrò il futuro Presidente francese François Mitterrand. All’avvento della guerra ritroviamo Darnand nel Parti Populaire Français, creato da Jacques Doriot, fino ad allora vicesegretario comunista e rappresentante, anche in seguito, delle periferie proletarie che circondano Parigi.

Le scelte politiche non prevalgono, in Darnand, sui sentimenti nazionalistici. Nel 1940, allorché le truppe italiane entrano in Francia non senza atti di sconosciuto valore (ad esempio Mentone è conquistata alla baionetta) i nostri soldati subiscono sconfitte in montagna proprio dalle truppe alpine comandate da Darnand.

La Francia allo sbando, per trovare una via d’uscita si rivolge ad un uomo generoso dalle larghe spalle. Il Parlamento riunitosi in seduta plenaria affida il governo di una nazione dimezzata (una parte resterà sotto l’occupazione militare tedesca) al Maresciallo Pétain, quello stesso che le ha permesso di resistere nei momenti fatali della Prima Guerra a Verdun, che ha messo fine alla falcidie di decimazioni praticata dall’Armée e che ha infine colto la vittoria nel ’18.

Questa generosità verrà pagata carissima da Pétain che, vegliardo, sarà poi condannato all’ergastolo per collaborazionismo con una serie di atrocità giuridiche. Probabilmente il Maresciallo firmò la sua condanna il giorno stesso che decretò lo scioglimento di quella massoneria di cui faceva parte la maggioranza dei suoi “grandi elettori”.

 

I rubli di Mosca PDF Stampa E-mail
Scritto da Libero   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

Quei comunisti italiani che oggi criticano tanto il lecchinaggio nei confronti della superpotenza straniera rappresentata dagli Usa, dal post-fascismo fino alla caduta del muro di Berlino non han fatto altro che eseguire gli ordini (spesso molto ignobili) dell'altra superpotenza dell'epoca, l'Urss.

« Ricordo la volta in cui Domenico Rea, una firma prestigiosa di “ Paese Sera”, fece un viaggio in Russia. Tornò inorridito per quello che vide. Me ne parlò a lungo. Quello che scrisse fu di tutt’altro tono. Del resto, come facevi? Sapevamo tutti da dove venivano i soldi. Il limite era nei fatti » . Chi parla è Ruggiero Guarini, oggi editorialista e scrittore. Dal 1952 al 1957 è stato capo della redazione napoletana di “ Paese Sera”, il quotidiano comunista diventato organo della corrente più filo- sovietica del Pci. Armando Cossutta, che lo prese in mano nel 1982, ha raccontato di aver ricevuto da Mosca 10 miliardi per risanare il giornale. Ma anche prima di quella data, il condizionamento si sentiva. Guarini ricorda bene quegli anni: « Non era concepibile che si scrivesse una riga anche solo lievemente critica nei confronti dell’Urss » . Ai suoi tempi, ricorda, furoreggiava il movimento dei partigiani della pace, un’invenzione di Stalin.
 
Aprendemos a quererte PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Venerdì 08 Ottobre 2004 01:00

Trentasette anni fa veniva ucciso per la prima volta, dalla rozza reazione, il Comandante Che Guevara. Da trentasette anni è ucciso ogni giorno dall’impudicizia della borghesia progressista.

L’otto ottobre di trentasette anni fa cadeva in un’imboscata Ernesto Guevara detto il Che. Ferito al ventre, veniva lasciato agonizzare fino alla morte che sarebbe  sopraggiunta per dissanguamento nelle prime ore del giorno successivo. Da allora Che Guevara è divenuto un mito, una leggenda e, purtroppo, soprattutto un prodotto di marchandising.

Il Che si ritrova ovunque: stampato sulle t-shirts della borghesia più annoiata, dipinto nei pins, tatuato sulle braccia del miliardario Maradona, stampato sugli striscioni delle tifoserie che si pretendono orientate a sinistra. Emblema di una trasgressione formale, di un nostalgismo scialbo, il Che viene ucciso ogni giorno da quella borghesia decadente contro il cui strascicato dominio di classe aveva deciso, egli, indomito leone, di ruggire e morire.

Lo aveva ucciso una prima volta la reazione rozza e feroce che vestiva la casacca dei militari boliviani. Lo ha poi iniziato ad uccidere una seconda volta, senza mai smettere di commettere il crimine, facendone scempio, il tifo del popolo “progressista” che con la rivoluzione del Che nulla, ma proprio nulla ha in comune.

E intanto, controcorrente, discretamente, con delicatezza, molti di coloro che avrebbero dovuto odiarlo hanno maturato una passione per questo condottiero.

Il Che infatti aveva affascinato ancor prima della sua epica morte, e cioè sin dal tempo in cui si era messo in viaggio verso l’utopia più impossibile, molti di coloro che  a sinistra non avevano alcuna intenzione di militare, che stando alla logica dei clichets che impera nella società dello spettacolo, e, quindi  nello spettacolo della politica, avrebbero dovuto essere i suoi più accaniti nemici.

Oggi che i tempi sono cambiati sono in tanti, tra quelli che hanno scelto di tifare per l’ultradestra, a detestare visceralmente il guerrigliero perché in un’ottica speculare con i centri sociali, non possono non disprezzare quel che gli altri incensano. Se tu dici a io dico b, se dico b, tu dirai c: una stupidità diffusa e oramai persino comprensibile.

Allora però che le passioni erano vive e non virtuali, il Che fece breccia nei nostri cuori. Fece breccia ispirando a uno dei più acuti e brillanti pensatori dell’estrema destra francese, Jean Cau, il magnifico “Una passione per il Che”, un libro che in esilio fu tra i preferiti e più riletti di Walter Spedicato, il quale, d’altronde, provava per il Che una passione non certo inferiore a quella di Cau.

Aveva fatto breccia immediatamente dopo la sua barbara uccisione nei cuori dell’allora fascistissimo Bagaglino che produsse persino un 45 giri veramente double face. Conteneva da una parte “Il legionario di Lucera” e dall’altra “Addio Che”.  Spiegava, il Bagaglino, nel retro copertina, la ragione che l’aveva spinto a rendere quest’omaggio a due figure così opposte in apparenza: la

 
Cervantes PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 07 Ottobre 2004 01:00

Il 7 ottobre del 1571 partecipava alla vittoriosa battaglia di Lepanto, dove perdeva la mano sinistra, il grande poeta guerriero, creatore del Don Chisciotte.

Quattrocentotrentatre anni orsono il futuro autore del Don Chisciotte partecipava alla battaglia di Lepanto nella quale avrebbe perduto la mano sinistra. L’autore di una delle più stupende opere cavalleresche della letteratura europea ci avrebbe di lì a poco lasciato delle figure emblematiche  tutt’oggi : Sancho Panza, Dulcinea, il Ronzinante, quei giganti che « al solo colpirli si tramutano in mulini a vento » e quello straordinario, ineguagliabile Don Chisciotte al quale non tanto tempo fa Vecchioni ha dedicato una canzone sublime. Il poeta guerriero partecipò quel 7 ottobre alla battaglia di Lepanto, vinta dagli europei sui turchi soprattutto grazie alle fortificazioni delle navi veneziane ed alla loro formidabile  potenza di fuoco che sovrastava quella nemica.

Oggi che s’intrattengono le relazioni per l’entrata della Turchia nell’Unione Euoropea, per quanto quest’ultima sia europea solo di fatto, che lo spirito di Cervantes possa fornire consiglio.

 
Abracadabra ... e compare il carteggio. PDF Stampa E-mail
Scritto da Trentino   
Giovedì 07 Ottobre 2004 01:00

Una veggente individua nella tomba del Vate il nascondiglio segreto del carteggio Mussolini-Churchill.

Tomba di D'Annunzio

VANE RICERCHE AL VITTORIALE

La vecchia tomba di Gabriele D'Annunzio riaperta ieri invano alla ricerca dell'oro di Dongo e del carteggio tra Churchill e Mussolini, sulla base delle dichiarazioni di una veggente, M.Rosa Busi.

da: "Trentino" - 26 settembre 2004

 
Nanni PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Martedì 05 Ottobre 2004 01:00

Il 5 ottobre 1980 trapassava in una cella di Rebibbia una delle figure più belle e magnifiche che abbiano calcato la nostra terra.

Nel pieno cuore degli anni di piombo, il 5 ottobre 1980, in una cella del supercarcere di Rebibbia, trapassava il giovanissimo Nanni De Angelis. Era l'epoca della caccia alle streghe. Sfuggito al blitz contro Terza Posizione effettuatosi il 23 settembre precedente e che aveva condotto in cella decine di innocenti che ne sarebbero usciti, asssolti, solo cinque anni più tardi, Nanni era latitante da circa due settimane. Venne arrestato nel centro di Roma dove cadde in un'imboscata per la quale erano stati mobilitati oltre cento agenti, molti dei quali in borghese, travestiti da spazzini, gelatai, commercianti. Ammanettato, sdraiato, ad un lampione, Nanni venne massacrato di botte ricevendo numerosi calci alla testa. Contro il parere del medico del carcere che ne aveva richiesto il ricovero, Nanni venne trasferito ad un braccio speciale di Rebibbia. Poche ore più tardi venne trovato impiccato ad un termosifone della cella d'isolamento. Suicida secondo i secondini. La famiglia ed i suoi camerati hanno sempre contestato questa tesi propendendo per una serie di ragioni logiche, alla messa in scena effettuata per mascherare le vere cause della morte, determinata dai traumi del linciaggio al quale egli era stato sottoposto per strada. Di quel linciaggio ci furono diversi testimoni. Alcuni, subendo pressioni, ritrattarono in seguito, altri mantennero le accuse. Né questo né un'interrogazione parlamentare sortirono però alcun effetto. La giustizia in Italia è quella che è.
Sarebbe comunque inappropriato celbrare il 5 ottobre nel segno della tristezza e della richiesta di giustizia. È soprattutto il giorno del trapasso di un giovane splendido, pieno di vita, leale e generoso come altri mai che fu esempio e simbolo di una generazione allegramente ruggente, che è rimasto nel cuore di tutti i suoi camerati ed è divenuto un emblema negli anni a venire. Uno dei rarissimi casi in cui la figura idealizzata che diverse generazioni hanno celebrato è persino inferiore alla realtà, il Mito essendo in lui storia e vita come accade per uomini davvero eccezionali.

 
Quegli inglesi da non stramaledire PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimiliano Afiero   
Lunedì 04 Ottobre 2004 01:00

Accanto all’Inghilterra anti-europea e filo-atlantica esiste un’altra Inghilterra che si sente europea e che ha partecipato alla guerra di liberazione del continente (1939 – 1945) combattendo sul Fronte dell'Est. Furono i Britisches Freikorps, i volontari inglesi di Hitler. Parola d’ordine: “Non ci sono inganni: l’Inghilterra fa parte dell’Europa”.


Tra le tante nazionalità dei volontari stranieri arruolati nelle forze armate tedesche, desta sicuramente curiosità e perplessità l'apprendere che ci furono anche cittadini anglo-sassoni che, durante la seconda guerra mondiale, indossarono l'uniforme germanica.

In Inghilterra, prima della guerra, come era già accaduto in tutta l'Europa, erano sorti movimenti nazionalisti di destra, allineati ideologicamente alla Germania nazionalsocialista e all'Italia fascista, principalmente nella lotta e nell'avversione contro il bolscevismo e le lobbies giudaiche. Subito dopo l'inizio della seconda guerra mondiale, il governo inglese ordinò l'arresto, a scopo preventivo, di tutti i membri dei partiti filo-nazisti inglesi. Alcuni di essi per sfuggire alla prigione fuggirono dal paese, riparando in Francia e Germania.

John Amery

L'idea di formare un'unità di volontari inglesi per partecipare alla guerra sul fronte dell'est, nacque proprio per iniziativa di uno di questi esiliati, John Amery. Figlio di un ministro conservatore inglese, Amery dopo aver tentato invano di intraprendere la carriera politica sfruttando le conoscenze e le amicizie del padre, venne attratto dall'ideologia dei primi movimenti inglesi di ispirazione fascista. L'odio verso la Russia comunista ed il Bolscevismo lo fecero arruolare volontario nel 1936 nelle forze nazionaliste del generale Francisco Franco, durante la guerra civile spagnola. Come molti suoi connazionali si battè valorosamente contro i comunisti spagnoli, guadagnandosi una medaglia d'onore mentre serviva con il Corpo di Spedizione italiano. Dopo la vittoria delle forze nazionaliste in Spagna, si trasferì in Francia dove ebbe contatti con i numerosi partiti filofascisti transalpini, partecipando a dibattiti, seminari e scrivendo diversi articoli sulla stampa di destra. Nel luglio del 1940, dopo la disfatta della Francia, Amery si trasferì nella zona di Vichy, dove si era insediato il governo del maresciallo Petain. Il servizio di propaganda del Terzo Reich aveva intanto iniziato ad interessarsi all'inglese: a Vichy infatti Amery venne avvicinato dal diplomatico francese Graf Ceschi che lo invitò a trasferirsi in Germania per lavorare attivamente e politicamente al nuovo ordine europeo. Amery rifiutò l'invito: Hitler si era alleato con la Russia bolscevica nel 1939 e lui, profondamente anti-comunista, non aveva gradito la cosa.

Operazione Barbarossa

La collaborazione con i tedeschi era solo rimandata. Il 22 giugno 1941, i tedeschi invasero l'Unione sovietica. In tutta l'Europa si formarono legioni volontarie per andare a combattere sul fronte dell'est. Dallo stesso giorno dell'inizio dell'Operazione Barbarossa Amery capì che anche lui doveva fare qualcosa, anche l'Inghilterra doveva essere rappresentata sul fronte dell'est da una legione volontaria anti-comunista. Il problema era però dove trovare i volontari. L'Inghilterra era e restava un nemico della Germania, e gli unici inglesi che si potevano reclutare erano quelli presenti nei campi di prigionia tedeschi. Il suo progetto restò solo una ipotesi e senza alcun interesse da parte tedesca.

Solo nell'ottobre del 1942, grazie all'aiuto dell'Hauptmann Werner Plack, Amery fu ricevuto ufficialmente a Berlino: al ministro della propaganda tedesco G

 
HYPERBOREA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Giovedì 30 Settembre 2004 01:00

Degli Iperborei, il popolo che dimorava nell'estremo Settentrione, si trova menzione presso numerosi autori dell'antichità latina e greca. La prima testimonianza risale a Ecateo di Mileto (VI sec. a. C.), che li situa all'estremo nord della terra, tra l'Oceano e i Monti Rifei.

Dati analoghi, ma più ampi, vengono forniti da Erodoto, che scrive: "Aristea di Proconneso figlio di Castrobio, componendo un poema epico, disse di essere arrivato, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini monocoli, e al di là di questi i grifi custodi dell'oro, e oltre a questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare. Tutti costoro, eccetto gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi aggrediscono di continuo i loro vicini; e così dagli Arimaspi furono scacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti; e i Cimmeri, che abitano sul mare australe, premuti dagli Sciti, abbandonarono il paese" (IV, 13). Ecateo di Abdera (IV-III sec. a. C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci son pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca anch'egli a nord, in un'isola dell'Oceano "non minore della Sicilia per estensione". Su questa isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei Monti Rifei.

Altre citazioni si trovano nel primo Inno a Dioniso pseudomerico, in Pindaro, in Eschilo, in Diodoro Siculo, in Luciano. Da parte sua, Strabone colloca gli Iperborei tra il Mar Nero, il Danubio e l'Adriatico: "Tutti i popoli verso nord ebbero nome, da parte degli storici greci, di Sciti o Celtosciti, ma gli scrittori dei tempi ancora più antichi, ponendo distinzioni tra loro, chiamavano Iperborei quelli che vivevano intorno al Ponto Eusino, all'Istro e all'Adriatico" (Geografia, 11, 6, 2).

Tra i latini, troviamo questo passo di Virgilio: "tale è la gente selvaggia che sotto l'iperboreo Settentrione viene sferzata dal vento rifeo e si avvolge il corpo in fulve pellicce di animali" (Georgiche, 3, 381-383). Ma la testimonianza più ricca è quella di Plinio il Vecchio: "Poi ci sono i Monti Rifei e la regione chiamata Pterophoros per la frequente caduta di neve, a somiglianza di piume, una parte del mondo condannata dalla natura ed immersa in una densa oscurità, occupata solo dall'azione del gelo e dai freddi ricettacoli dell'Aquilone. Dietro quelle montagne e al di là dell'Aquilone, un popolo fortunato (se crediamo), che hanno chiamato Iperborei, vive fino a vecchiaia, famoso per leggendari prodigi. Si crede che in quel luogo siano i cardini del mondo e gli estremi limiti delle rivoluzioni delle stelle, con sei mesi di chiaro e un solo giorno senza sole; non, come hanno detto gl'inesperti, dall'equinozio di primavera fino all'autunno: per loro il sole sorge una volta all'anno, nel solstizio d'estate, e tramonta una volta, nel solstizio d'inverno” (Naturalis Historia, IV, 88).

Come non ricordare il dialogo di Zarathustra e di Ahura Mazda in Vendidad, II, 39-41? “’O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono, nella fortezza edificata da Yima?’ Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Una volta sola si vedono sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle. E là viene considerato un giorno ciò che invece è un anno’”.

 
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