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Storia&sorte
Malga Zonta: a quando la verità? PDF Stampa E-mail
Scritto da l'Adige   
Venerdì 20 Agosto 2004 01:00

Sono sempre di più le nubi che si addensano sopra uno episodio del Trentino del '44 e assunto come simbolo della ferocia nazista. Nel sessantesimo triste anniversario di celebrazione della vulgata resistenziale ancora polemiche e denigrazione verso chi cerca la verità.

il sopravvissuto chiede i danni
bruno fabrello batte cassa
«per riduzione in schiavitù»
il caso
la storia dell´eccidio di malga zonta vista da un malgaro di arsiero, protagonista sessant´anni fa

folgaria - per iniziativa di francesco piscioli, capogruppo del gruppo consigliare «insieme per la comunità» e di lorenzo fleck trenti, l´ultimo sopravvissuto di malga zonta, bruno fabrello nato ad arsiero il 18 maggio1927, ha richiesto attraverso il collaboratore del difensore civico di trento saverio agnoli un indennizzo per riduzione in schiavitù all´organizzazione internazionale per la migrazione con sede a ginevra. nella dichiarazione molto dettagliata fabrello sostiene che la dicitura delle fotografie dell´eccidio di malga zonta («gli ultimi istanti degli eroi di malga zonta») è falsa. afferma infatti che dieci persone ritratte nella fotografia non erano partigiani come la maggior parte e sono sopravvissuti all´eccidio: domenico bauce, antonio brunello, ilario busato, luigia busato,antonio fabrello, giuseppe fabrello, ernesto piccoli, francesco scatolaro, ernesto storti, gino e pietro storti.
bruno fabrello era addetto a malga piovernetta come malgaro e fu portato dai soldati dell´esercito tedesco in quanto sospettato di essere partigiano insieme a dino dal maso, gildo depretto, domenico fabrello ed angelo losco.
menziona nella sua dichiarazione il «griso», un partigiano che lasciò malga zonta poco prima del rastrellamento assieme a due cani. fabrello non ricorda il vero nome del griso ma fa presente che qualche anno dopo alla commemorazione di malga zonta fu riconosciuto, rincorso da alcuni familiari delle vittime. venne messo in macchina dai carabinieri presenti alla cerimonia e fu fatto allontanare in quanto correva il pericolo di essere linciato.
nelle ultime fasi concitate che hanno preceduto l´azione di fuoco il padre di bruno fabrello, che conosceva qualche parola in tedesco, si rivolse ai tedeschi ripetendo più volte in dialetto mostrando i pantaloni «kuche hosen» (guarda i pantaloni). uno dei comandanti tedeschi ha allora capito: links, raus ed ha allontanato con un gesto i malgari.
«non tutti - ricorda fabrello - perché tre di loro lontani dal luogo in cui si era svolto il dialogo tra il padre e i tedeschi rimasero nel gruppo dei fucilandi. angelo losco, dino dal maso e gildo depretto».
nella dichiarazione fabrello afferma che «il tedesco, in seguito alle parole di mio padre, aveva compreso dai pantaloni che era malgaro e gli altri li aveva allontanati. noi malgari eravamo sporchi di stallatico e fra l´altro portavamo le sgalmere (zoccoli) anziché calzature idonee ad azioni partigiane». al termine dell´operazione bruno fabrello fu costretto dai tedeschi a collocare nella fossa i cadaveri dei fucilati.
«il 24 agosto 1944 alle 4 di mattina io e dal molin fummo accompagnati sul treno assieme a molti altri, deportati in germania, costretti a lavorare per l´industria tedesca a smachalden in prussia.
il 22 novembre 1944 fui portato in westfalia ed il 24 dicembre a regenhausen presso l´ospedale in quanto, a causa delle durissime condizioni in cui avevo vissuto durante quel periodo, ero deperito fino a pesare solo 35 chili. rientrai ad arsiero il 2 settembre 1945».
«è un atto fondamentale per la verità e soprattutto per il rispetto dei diritti di bruno fabrello bruno - dichiara piscioli - ma soprattutto dimostra ancora una volta come non sia mai stata fatta una ricerca storica completa. è ora che, nel sessantesimo anniversario della resistenza, l´evento di malga zonta venga celebrato come deve essere: un eccidio di persone che non volevano essere coinvolte e che lo furono loro malgrado, certamente non eroi».

da: "l'Adige" - 19 agosto 2004

(in foto:Bruno e Antonio Fabrello con, sullo sfondo, l´immagine simbolo dell´eccidio di Malga Zonta avvenuto il 15 agosto 1944)

 
Terrore antifascista PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Corriere della Sera   
Venerdì 20 Agosto 2004 01:00

Francia, agosto ’44. È l’ora della “liberazione”: fucilazioni, torture disumane, crocifissioni, unghie strappate, occhi infilati e estratti con forbici, vendette personali spacciate per atti esemplari di giustizia, donne violentate con bastoni e rasate soltanto per aver sorriso a un tedesco. Pochi mesi dopo toccherà anche all’Italia provare le delizie del mondo democratico ed antifascista. Inizieranno nel ’44. Non la smetteranno più.

PARIGI - Sul palcoscenico pareva una gran festa: balli, bevute, amplessi, fuochi d’artificio, la Marsigliese a tutto volume e a squarciagola. Nella Francia dell’agosto 1944, grazie al generale de Gaulle che aveva trasformato tradimento e sconfitta in vittoria, si celebrava la Liberazione. Le Leica e le macchine da presa di allora inquadravano volti ridenti e soprattutto i partigiani dai tratti infantili. Erano i ragazzi del maquis , usciti da boschi e macchie, il popolo li guardava con fierezza, li accarezzava, erano tutti suoi figli. In realtà, la Liberazione, dietro le quinte, impugnava la falce, aveva la faccia livida della morte: si uccise spesso senza alcuna giustificazione con i tribunali sommari dei comunisti, con gli agguati, con le torture disumane come, in alcuni casi, la crocifissione; le unghie erano strappate una a una, gli occhi infilati e estratti con forbici e coltelli; i linciaggi erano episodi frequenti; le vendette personali per corna subite o debiti che non si volevano pagare diventavano atti esemplari di giustizia; molte donne erano violentate con bastoni e talora con picchetti usati per le tende e poi rasate soltanto per aver sorriso a un tedesco, l’accusa era di collaboration horizontale , collaborazione orizzontale.

Lo storico Fabrice Virgili, nel suo libro La France virile (Payot et Rivages, pp. 392, 22,11), ha tentato di calcolare il numero delle donne rasate, il che avveniva più per misoginia che per fatti di collaborazionismo o per aver avuto rapporti sessuali coi tedeschi: ebbene, a detta di Virgili, le presunte putains des boches punite tra il 1943 e il 1946 sono state ventimila e avevano l’età media di vent’anni. I miliziani di Vichy venivano assassinati a decine, è vano tenerne il conto. E in tutto questo orrore quanti erano i veri colpevoli? Chi meritava effettivamente una sorte del genere? Non si è mai saputo, né mai si saprà.
Mentre Charles Trenet cantava «Douce France, cher pays de mon enfance», si scatenò l’epurazione più selvaggia d’Europa. Ben pochi ebbero il coraggio di protestare e dire che i francesi, semmai, dovevano essere epurati in massa. Una grande fetta della popolazione (80-90 per cento, una percentuale ancora non accertata) accettò o subì troppo passivamente il governo collaborazionista, tenuto a briglia dal venerando maresciallo Pétain che si era fatto onore sui campi di battaglia del 1914-1918. Pétain fu processato dall’Alta corte e condannato, ma intervenne subito la grazia di un de Gaulle che lo aveva ammirato. Nel 1945, Laval, capo del governo di Vichy, fu condannato a morte e in cella, per evitare la fucilazione, si avvelenò: fu trascinato lo stesso, mentre rantolava, davanti al plotone d’esecuzione schierato nel carcere di Fresnes. Il generale de Gaulle si mostrò spietato come tanti altri. Nel 1940, da Londra, aveva già invocato vendetta e punizione per i traditori.
In questi giorni i cittadini celebrano gioiosamente lo sbarco in Provenza e la Liberazione, escono libri e i settimanali rievocano i fatti in apparenza senza timori reverenziali per la storiografia ufficiale. Oggi, forse perché il Pcf è ridotto a proporzioni ridicole, si rievoca il «terrore rosso» esercitato da decine di Robespierre usciti dall’ombra. I principali autori dell’epurazione furono i comunisti. E de Gaulle, forse per quel famoso appello del 1940, li lasciò liberi di agire per qualche tempo.
Henri Amouroux, massimo storico degli anni 1940-45 e membro dell’Académie française, dice: «I comunisti sapevano che, a causa della presenza delle truppe americane, non avrebbero mai potuto conquistare il potere sul piano nazionale. Ma si sfogarono sanguinosamente sul piano locale. Gli esempi sono infiniti. Viene a mente quell’ex tenutario di bo

 
Hiroshima: lo Stato-Canaglia si presenta PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 05 Agosto 2004 01:00

6 Agosto 1945: gli americani compiono il più ignobile, il più vile, il più atroce delitto della storia dell’uomo. Chi conosceva la nascita e la storia di questo leviatano animato dall’odio e dal rancore non rimase stupito.

Il 6 agosto 1945 la seconda guerra mondiale volgeva al termine. L’Italia soverchiata malgrado l’eroica resistenza di oltre ottocentomila volontari che avevano reagito al “tradimento” per antonomasia, la Germania invasa, martoriata, soggetta a genocidio, non combattevano più.

In armi rimaneva solo l’eroico Giappone, fermo nei suoi principi di onore, nella guida esistenziale fornita dal plurisecolare Bushido.

La grande potenza progressista e democratica, gli Stati Uniti d’America, decise allora di “abbreviare le sofferenze abbreviando la guerra” mediante una duplice catastrofe atomica.

Concepita e realizzata dai fisici di Los Alamos del Manatthan Project, la bomba atomica, quell’ordigno che Hitler si era rifiutato di confezionare, fu così sperimentata sulla popolazione civile di Hiroshima. Quei civili conobbero sulla propria pelle quell’ armageddon che tanto si confà allo stile ed alla concezione degli americani. Si trattava di una bomba all'uranio, chiamata " Little Boy", e fu sganciata dal B12 "Enola Gay", pilotato dal comandante Paul Tibbets. Due giorni dopo fu sganciata su Nagasaki la seconda bomba, questa al plutonio, chiamata "Fat Man".

Duecentocinquantamila vittime, quasi tutte tra atroci sofferenze, molte in lunghe agonie, trasformate in veri e propri mutanti.

Gli Stati Uniti – tuttora l’unica nazione al mondo ad aver usato la bomba atomica contro un altro popolo – mostravano così al mondo il loro volto.

Cosa ci si poteva attendere, del resto, da una nazione fondata sul fanatismo di sette millenariste che si era stabilita in un continente vergine sterminando i pellirosse (un olocausto assoluto e pienamente realizzato) senza disdegnare di provocare a tale scopo epidemie di colera con la fornitura di coperte infette ? Da una nazione che aveva costituito la sua ossatura economica sul rapimento degli africani, sull’istituzione della schiavitù e, peggio ancora, sulla successiva trasformazione della schiavitù nel più assoluto sfruttamento delle insalubri fabbriche del nord ?

Cosa ci si poteva attendere da una nazione che – avendo deliberato mediante uno speciale “patto con Dio” – che l’intero continente le apparteneva, si era messa a tagliare le braccia ai maschi delle popolazioni occupate per tema che un giorno potessero imbracciare il fucile ?

Cosa era lecito attendersi da una nazione che aveva appena sperimentato quel

 
Sessant’anni dopo rendiamo onore a Michel Wittmann PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Giovedì 05 Agosto 2004 01:00

Il giovane eroe dei Panzer cadeva eroicamente in Normandia il 7 agosto del 1944. Uno dei tanti Leonida dimenticati che hanno realizzato l'essere uomo nella gloriosa guerra del Sangue contro l’Oro

…gli Inglesi tentano di prender Caen, disperatamente difesa dalla Divisione Hitlerjugend.

Le avanguardie della 7" Divisione Corazzata britannica, i “topi del deserto” di Montgomery, sgusciano da una breccia aperta da Caumont fino a Villers-Bocage. Ma dai boschi sbuca un solitario Tigre. Lo comanda Michel Wittmann. Non ha ancora trent’anni, ma ha già distrutto 119 carri armati sul fronte russo e porta la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia. L’88 del Tigre tuona, Wittmann percorre il fianco della colonna britannica e colpisce uno a uno i veicoli. In pochi minuti, la strada è un inferno. Presa dal panico la 7" Divisione Corazzata britannica fa dietro-front. Il fronte di Tilly resisterà ancora per settimane. (…)

La sera del 7 agosto, Montgomery passa all’assalto con ben 600 carri armati, “operazione Totalize”, si tratta di totalizzare quel che le precedenti offensive non sono riuscite a cogliere. “Panzermeyer” getta al contrattacco gli ultimi 50 carri della Divisione Hitlerjugend. Gli aerei alleati planano rabbiosamente su di lui; ma è tardi, i Panzer sono già partiti.

I Tigre avanzano nel cuore dell’arera dell’offensiva nemica. In testa a loro Michel Wittmann, l’intrepido distruttore di carri di Villers-Bocage. Gli Inglesi sono presi di contropiede. Ancora una volta il fronte tedesco tiene. Il fronte: un’espressione ambiziosa per disegnare quei poveri, martoriati, chilometri dove i brandelli di quelle che furono le migliori divisioni tedesche cercano scampo. Ma si è gettato un cuneo di ferro nel petto dell’avanzata nemica. I Canadesi perdono tempo. Le linee germaniche si rafforzano.

A sera, i carri di Meyer tornano in posizione nel bosco di Quesney. Michel Wittmann non è più con loro. È caduto, dopo aver distrutto il suo centotrentesimo carro. Ma le forze corazzate del maresciallo Montgomery sono state fermate 12 chilometri prima di Falaise. Per la terza volta, l’offensiva britannica è finita.

Da: “Le ultime ore dell’Europa”, riedito nel 2004 da Settimo Sigillo, 15 euro

 
Mussolini tiene sempre banco PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della sera   
Mercoledì 04 Agosto 2004 01:00

Il fascino di Mussolini ha soggiogato anche i suoi avversari e persino i suoi assassini, morbosamente legati all’arma del delitto che, sembra, rispunti fuori in Albania

TIRANA - Il legno del calcio è scuro e un po’ lesionato. La parte metallica arrugginita, con la canna sottile, sulla quale non c’è più il nastrino rosso annodato dai partigiani. Eccolo qui il mitra che sparò addosso a Benito

Mussolini. Una bella impresa, ritrovarlo. Era chiuso in un ripostiglio del Museo

nazionale di Tirana ed è stato necessario richiamare dal mare, dov’era in vacanza, un funzionario di nome Ilyr, perché solo lui ha le chiavi del sotterraneo del Museo. Ilyr si è messo a rovistare fra uniformi della Seconda guerra mondiale,

scarponi sfondati, pacchi con dentro lettere di soldati. E a un certo punto salta fuori lo storico reperto avvolto nel cartone.

Come quest’arma sia finita in Albania l’hanno raccontato sul Corriere il

31 luglio Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci, e Shaban Sinani, direttore dell’Archivio di Stato albanese. Una vicenda romanzesca alla quale siamo in grado di aggiungere nuovi particolari. «Due anni fa - spiega il professor Sinani - catalogavo i documenti dell’archivio storico. E salta fuori quella strana lettera». Era firmata da Walter Audisio, il partigiano «colonnello Valerio», che si è sempre dichiarato autore dell’assassinio del Duce. Del trasporto si occupa un funzionario dell’ambasciata albanese a Roma, Edip Cuci.

In una valigia diplomatica, esente da controlli, il mitra approda a

Tirana. Lettera e arma arrivano sul tavolo del viceministro degli Esteri Vasil Nathanaili.

Il quale se ne libera subito. Il 30 novembre 1957 manda il mitra a Hysni Kapo, spiegandogli che Audisio chiede di mantenere il segreto. Non a caso quel cimelio finisce nelle mani di Kapo. E. l’uomo forte del regime, braccio destro

del

 
Trent’anni fa la strage dell’Italicus PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Martedì 03 Agosto 2004 01:00

Quell’attentato segnava il momento clou della strategia della tensione, la spallata decisiva del colpo di stato che liquidava del tutto la libertà e la vitalità in Italia rispondendo così alle recenti direttive della Trilateral. Il ruolo di alcuni vecchi partigiani.

l 4 agosto 1974, in una galleria tra Firenze e Bologna, un ordigno esplodeva facendo scempio di una dozzina di passeggeri. Il treno delle vacanze si trasformava in un inferno. Perché avveniva tutto questo ? Quale sinistra e cinica mente poteva averlo ideato ?

Andiamo con ordine.

Nel 1973 la Commissione Trilateral (tra i cui ideologi c’era Gorge Ball, uno di quelli che avevano deciso il bombardamento al fosforo su Dresda) aveva varato una nuova strategia internazionale, di collaborazione tra intelligentsia finanziaria e nomenklature comuniste. Durante l’estate, come per incanto, il maggior numero delle testate italiane cambiavano di proprietà e, insidiosamente, spostavano l’opinione pubblica “moderata” a considerare il Pci con occhio più benevolo.

In ottobre la “guerra del kippur” faceva levitare il prezzo del petrolio e dei petroderivati, tanto che il Pci si trovava con i conti in rosso, specie nella voce “stampa”.

Nella primavera del ’74 si svolgeva il referendum sul divorzio. Solo il Msi del divorziato Almirante si batteva contro il divorzio insieme ad una Dc assai molle che affidava quella battaglia all’uomo delle liquidazioni, Amintore Fanfani, mentre tutti i big si defilavano avendo già chiari i risultati della competizione elettorale e preparandosi per il dopo.

Il fronte “progressista” era capeggiato dal Pci ma faceva il suo clamoroso ingresso sulla scena italiana l’uomo delle massonerie e di Israele, Pannella.

A sinistra in molti premevano per una scelta insurrezionale o rivoluzionaria ed il partito di Berlinguer, preso tra due fuochi, continuava a mostrarsi ambiguo benché anelasse chiaramente ad una svolta socialdemocratica.

I registi della strategia della tensione compirono allora diverse mosse. Innanzitutto costituirono delle bande paramilitari anticomuniste, i Mar, affidate a vecchi partigiani. Poi commisero la strage di Brescia (maggio) e prepararono il terreno per le trattative decisive.

Un incontro tra Giulio Andreotti, Gianni Agnelli ed Enrico Berlinguer in estate portava ai seguenti risultati. Il patronato s’impegnava a sanare i deficit dei comunisti e questi ultimi lanciavano la linea del “compromesso storico”.

Le conseguenze che tanto sapevano di compensazioni furono quattro. Lo scioglimento dei Mar, lo scompaginamento (seguito dall’incriminazione) dello stato maggiore

 
Ventiquattro anni fa veniva bombardata Bologna PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 01 Agosto 2004 01:00

La strage alla stazione del capoluogo emiliano s’inquadra in un’ampia strategia della tensione su scala internazionale. I depistatori smascherati continuano a nuocere imperterriti

Il 2 agosto 1980 saltava in aria la stazione di Bologna. Uno dei più efferati e corposi massacri del dopoguerra: 85 morti. Ancora si cercano esecutori e mandanti del misfatto. Si sa, per certo, quanto segue.

Il massacro di Bologna s’inserisce in una serie internazionale che si estende a Monaco e Parigi.

La strage è stata preceduta dall’abbattimento di un aereo di linea sui cieli di Ustica.

Quest’azione pirata, attribuita agli israeliani che pensavano di aver intercettato il mezzo con il quale i francesi stavano rifornendo di uranio la centrale nucleare irachena, fu coperta in tutti i modi dalla Nato.

In pochi anni oltre quindici testimoni sono poi morti per suicidi, incidenti, o vittime di attentati.

Tutti i giudici che per Bologna hanno imboccato le piste della Nato o della massoneria (Superloggia di Montecarlo) sono stati sollevati dall’incarico.

La P 2 ha operato sempre e comunque per depistare le indagini e per incriminare i fascisti.

I massimi dirigenti del Sismi, i pidduisti Belmonte, Santovito e Musumeci, sono stati condannati, dopo le confessioni del maresciallo Sanapò, per aver tentato d’incastrare i dirigenti di Terza Posizione. Il depistaggio fu particolarmente inquietante perché i servizi misero e “fecero ritrovare” sul rapido Taranto-Milano “lo stesso esplosivo di Bologna”. Ovviamente la condanna nei loro riguardi si è limitata al reato di calunnia (!)

La pista fu ordita sotto la regia del responsabile della Cia, Michael Ledeeen (nella foto), un falco sionista, oggi consigliere di Rumsfeld. Ledeen fu dichiarato “persona non grata” in Italia.

Oggi si è riciclato ed ha rapporti trasversali con la destra massonica e atlantistica.

 
EURASIA COME DESTINO PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Sabato 31 Luglio 2004 01:00

Quello che ci domina non è un Impero. L'America ha un esercito e un'industria molto forti: ed è tutto. Le sue multinazionali ú assai più agevolmente dei suoi eserciti ú occupano qua e là nazioni e intere aree.

Poi, però, l'America perde sempre la pace. Contrariamente a quanto ne pensano Luttwak, il geostratega dei finanzieri, oppure Toni Negri, il parafilosofo della borghesia parassita, gli USA non sono affatto un Impero, ma la sua grottesca parodia: non un segno di interiore potenza, non un cenno di superiore civiltà, nessun grandioso disegno valoriale, che non sia l'ottusa ripetizione di una vuota parola, in cui non crede più nessuno: democrazia, solo e sempre lo stesso logoro slogan. Il disegno politico di opporre al Nulla planetario la sostanza di un vero Impero portatore di tradizione culturale, di civiltà e di autentico potere di popolo ha i confini precisi dell'Eurasia. In quello spazio geostorico che va da Lisbona a Vladivostok ú l'Europa decenni or sono indicata da Jean Thiriart ú numerose intelligenze politiche europee dell'ultimo secolo hanno visto la giusta risposta agli interrogativi posti dalla moderna politica mondiale. Se proprio quest'anno si ricordano i cento anni della conferenza londinese in cui Sir Halford Mackinder gettò le prime basi della moderna geopolitica, è proprio per rammentare che fin da allora l'Eurasismo poté dirsi una via ideologica e politica prettamente europea. Si voleva la risposta del blocco di terraferma nei confronti della talassocrazia mercantilista anglo-americana, già allora ben delineata. Behemoth contro Leviathan. La schmittiana, solida e immutabile Terra, contro il liquido, infido e mutevole Mare. Oppure, per dirla con le parole antiche di Pound: contadini radicati al suolo contro usurai apolidi. L'Eurasismo è il disegno geopolitico di assicurare l'Asia centrale all'Europa, per farne un blocco in grado di reggere la contrapposizione con il mondo occidentale-atlantico. Antica idea russa, questa. I Russi avevano ú (hanno?) ú come una doppia anima: temono l'Asia (specialmente l'Asia gialla), ma ne amano il mistero, gli spazi. Dostoewskij ben rappresenta quest'angoscia russa. Maksim Gorkij, ad esempio, che pure stava dalla parte dei bolscevichi, era terrorizzato dalla possibile mongolizzazione della Russia bianca. Savickij invece, uno dei primi "eurasisti", proclamava l'Oriente come fatale terra del destino europeo. Per parte sua, Karl Haushofer ú lo studioso tedesco che con Ratzel fu il vero fondatore della geopolitica ú aveva un'idea ben chiara: "Europa alleata della Russia contro l'America". Intorno a questa nuova scienza ú la geopolitica ú da lui energicamente divulgata, si ritrovarono in molti. L'Eurasismo come movimento politico storico fu cosa effimera: nato nel 1921 a Sofia per iniziativa di alcuni russi fuggiti dalla rivoluzione, si diceva erede dei vecchi slavofili: sognavano una grande Russia eurasiatica avversa all'Occidente. Cristiani ortodossi, alla maniera di Spengler pensavano che l'Occidente stesse tramontando e che al suo posto dovesse sorgere la "terza Roma" moscovita. Ma già nel 1927 l'organizzazione, infiltrata dai bolscevichi, sparì dalla scena. Ma non le sue idee. Che l'Europa dovesse sottrarsi all'egemonia anglosassone e al crescente predominio americano, appoggiandosi invece alla Russia e al suo prolungamento asiatico, rimase una convinzione diffusa. Il nazional-bolscevismo fu una viva espressione di questa tendenza, soprattutto nella Germania di Weimar, ma anche nell'URSS. Furono in diversi - a cominciare da Ernst Niekitsch ú a pensare a una forma di comunismo nazionale e a un asse Berlino-Mosca, per creare una nuova forma di politica europea macro-continentale. E persino Alfred Rosenberg rifletté su un blocco russo-germanico. Erano orientamenti politici, ma al di sotto si animavano forti suggestioni culturali. L'Asia centrale, il Tibet, la Mongolia: realtà mitiche e mistiche, di cui alcuni personaggi subivano uno strano fascino. Era la terra magica del "Re del Mondo", una specie di ombelico terrestre che si diceva racchiudesse tradizioni, saperi, occulte potenze. Questo mito era alimentato da figure al limite del fantastico: Roman Ungern-Sternberg, ad esempio. Det
 
Benito Mussolini PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 29 Luglio 2004 01:00

Centoventuno anni fa nasceva in Romagna l'italiano più amato del Ventesimo secolo. Ancora oggi presso la sua tomba, nella natia Predappio , si recano in visita oltre duecentomila persone all'anno. I calendari del Duce sforano il milione di copie vendute. E' vero amore.

Giornalista, maestro elementare, rivoluzionario, schedato in Italia e in Svizzera durante gli anni ruggenti, l'uomo che Lenin definì l'unico che poteva effettuare la rivoluzione bolscevica in Italia, preferì mettersi alla testa di una rivoluzione vera, al contempo nazionale e sociale, pragmatica e spirituale.

La svolta si ebbe all'avvio della Grande Guerra quando Mussolini ed altri, come Corridoni, stimarono che la visione classista del socialismo fosse datata, conservatrice ed ontologicamente reazionaria. Interventista, Mussolini identificò nella nazione la forza rivoluzionaria, popolare ed anticlassista. Volontario sul fronte, dove venne ferito, Mussolini si fece il portavoce degli Arditi. Nell'Italietta allo sbando del dopoguerra riuscì ad unire intorno a sé forze apparentemente contraddittorie: anarchici, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, combattenti, cattolici, anticlericali, nazional/liberali e massimalisti. Tutte le verghe di un Fascio.

Durante il Ventennio Mussolini realizzò lo stato sociale: statuto dei lavoratori, assistenza medica e sociale, mutuo sociale per la proprietà della casa, aiuto alle ragazze madri, emancipazione delle donne, progressiva emancipazione delle masse. Per farlo dovette vedersela sempre con la resistenza della Corona, dell'Azione Cattolica, della Massoneria e del potentato industriale.

Dopo il doppio tradimento del '43 (25 luglio ed 8 settembre) Mussolini riuscì a salvare una nazione lasciata allo sbando dal re vigliacco e dal primo ministro fellone, il massone Badoglio.

Alla Repubblica Sociale che fu istituita nel settembre di quello stesso anno, parteciparono ottocentomila volontari: una cifra incredibile, forse inimmaginabile altrove, sicuramente impossibile per un altro Regime ed un altro Capo. Nel 1944 Mussolini ed il Segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini, ideatore e comandante in capo delle Brigate Nere, socializzarono seimila imprese mettendosi definitivamente contro la plutocrazia mondiale ed i suoi lacché, tra i quali i comunisti che, per ordine di Togliatti, abrogarono immediatamente (fu il primo provvedimento del governo antifascista insediatosi dietro i carri armati americani) la socializzazione da tutte le fabbriche del Paese.

Per quei vent'anni l'Italia visse un'aria nuova, una crescita, uno spirito d'iniziativa, una ventata d'orgoglio, un socialismo autentico e l'unico periodo di vera e propria unità nazionale.

In seguito, per inorgoglirci, non ci sono rimasti che Mennea, Bearzot e le scalate al K 2.

Non è quindi sorprendente quell'amore che lega ancor oggi il popolo a l'unico capo che l'abbia amato e stimato, agendo disinteressatamente, solo per esso.

 
Nel suo nome PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Giovedì 29 Luglio 2004 01:00

Egli è stato un rivoluzionario: un uomo che ha messo in movimento la ruota della storia; che ha aperto strade, demolito pregiudizi, fondato uno stato, costruito città, creato uno stile, suscitato un mito. È stato un Romano in mezzo agli Italiani. È stato il migliore di noi. A Benito Mussolini, nel centoventunesimo anniversario della sua nascita.

Di Mussolini spesso abbiamo pensato molto male. D’accordo, i suoi critici ed i suoi detrattori erano infami, ma c’era qualcosa, nella sua opera e nella sua condotta, che non persuadeva neppure noi. Aveva parlato di guerra per vent’anni e ci pareva avesse evitato di prepararla sul serio, trascurando gli armamenti e circondandosi di generali inetti. Aveva predicato l’idea della nuova gerarchia e si era circondato non di una aristocrazia di uomini ma di un entourage di retori e di adulatori. Aveva proclamato la rivoluzione ma tollerato l’immobilismo borghese e qualunquistico dei salotti e dei circoli ufficiali. Infine, per due volte, al momento decisivo, lui, il duce, il massimo interprete della dottrina della forza e dell’azione, si era rassegnato senza combattere: il 25 luglio, quando era andato dal re senza prendere nessuna misura protettiva, e il 25 aprile, quando aveva lasciato Milano con animo rassegnato alla fine.

Ma oggi, al di là di queste ombre, noi sentiamo intera la positività della sua natura e della sua creazione. Egli è stato un rivoluzionario: un uomo che ha messo in movimento la ruota della storia; che ha aperto strade, demolito pregiudizi, fondato uno stato, costruito città, creato uno stile, suscitato un mito. Soprattutto, ha saputo incarnare ed interpretare l’esigenza posta dalla cultura del suo tempo: superare l’ideologia borghese scientista ed egualitaria del XVIII secolo.

Il Fascismo, quale egli lo ha realizzato, è la grande breccia aperta d’assalto nel grigio orizzonte della modernità razionalistica ed economicistica.

In un’ora di tramonto e di decomposizione, egli ha saputo raccogliere intorno a sé le forze migliori della gioventù italiana per prendere d’assalto lo stato e farne il faro di una nuova fede europea. L’hitlerismo, che ha impegnato l’estrema battaglia dell’Europa contro l’imperialismo russo e americano, è uscito dallo spirito della rivoluzione di Mussolini.

Che tutto ciò sia venuto dall’Italia, da questo paese di straccioni e di avvocati, di cattolici e di opportunisti, è quasi incredibile.

 

26 luglio 1956, Nasser sfida l’Occidente PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Lunedì 26 Luglio 2004 01:00

Quarantotto anni fa la crisi di Suez. In seguito il vittorioso Nasser avrebbe costretto gli Americani e gli Israeliani a preoccuparsi tanto da suscitare e foraggiare i fondamentalisti islamici contro il nazionalismo che aveva risvegliato.

26 luglio 1956. La nazionalizzazione del canale di Suez, decisa a sorpresa dal regime del colonnello Nasser, al potere in Egitto dal 1952 provoca una crisi internazionale. Israele, Francia ed Inghilterra attaccano militarmente gli egiziani, ma l'Onu e gli Stati Uniti, impegnati nella “decolonizzazione” , di fatto per la “nuova colonizzazione delle multinazionali” mettono freno all’aggressione. I giovani del Msi avevano frettolosamente allestito un barcone per partire volontari ad appoggiare le forze amiche dell’Egitto. Il nuovo governo egiziano, che aveva instaurato canali preferenziali economici e diplomatici con il Msi, grazie a Filippo Anfuso, era l’espressione dei giovani ufficiali nazionalisti che si erano battuti contro l’Inghilterra nelle fila dell’Asse. Nasser avrebbe rappresentato di lì a poco il punto di riferimento del nazionalismo panarabo (tanto che trasformò l’Egitto in R.A.U. Repubblica Araba Unita) ed osteggiò fattivamente le mire neo/imperialistiche americane. A partire dagli anni Sessanta gli Usa utilizzarono contro di lui e contro il regime che gli è succeduto il pupazzo Gheddafi – sempre pronto ad attribuirsi la paternità di ogni attentato che porta alla Cia e indisturbato tranne che sotto Reagan – e gli integralisti islamici. Fu un attentato dei Fratelli Musulmani che mise significativamente fine alla vita del successore di Nasser, Sadat, la cui politica aveva costretto gli israeliani a retrocedere dai territori occupati. Da allora la politica nell’area non è mutata. Contro il Nasserismo e contro i partiti Ba’as, contro il nazionalismo palestinese, gli Usa e Israele alimentano il fondamentalismo islamico.

 
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