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Storia&sorte
Prove tecniche di occultamento. PDF Stampa E-mail
Scritto da Beowulf   
Martedì 06 Luglio 2004 01:00

La notte tra il 6 e 7 luglio 1945 oltre cinquanta civili, uomini e donne, furono massacrati a Schio. La guerra era finita da due mesi.

Domenica prossima, nel 59° anniversario dell'eccidio di Schio, in una delle città simbolo delle stragi partigiane, i combattenti reduci della RSI e i giovani di tutta Italia, organizzano una manifestazione per commemorare tutti gli italiani, civili e militari, vittime della cieca violenza "Resistenziale", affinché i tragici fatti di quei mesi non cadano nell'oblio.
In questi ultimi due anni si sono svolte manifestazioni pacifiche e sempre più numerose ... ma sembra che ricordare qualcosa diverso dal 25 aprile a qualcuno dia fastidio ...
da: "Il Giornale di Vicenza" - 6 luglio 2004:
Vicina l’intesa in grado di bloccare dal 2005 ogni altra manifestazione
Eccidio, verso la strada della riappacificazione
Il sindaco Dalla Via lancia un segnale importante insieme all’Anpi
di Mauro Sartori
...Oggi dovrebbe arrivare l’ok della Questura, con la determinazione degli spazi entro i quali il corteo dei repubblichini (fra reduci e giovani fiancheggiatori l’anno scorso sfilarono in 600). Rifondazione Comunista sembra intenzionata a rispondere con una contromanifestazione, ma è da registrare soprattutto il contenuto della lettera del comitato, inviata alle autorità e che riportiamo integralmente a parte, e l’apertura dell’Amministrazione comunale verso una riappacificazione completa. «Sarò presente domani sera alla messa di suffragio voluta dai parenti - premette il sindaco Luigi Dalla Via -. È un segno di attenzione con cui auspico che le riflessioni fatte in questi giorni consentano l’anno prossimo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’Eccidio, alla città di fare un passo avanti, sulla strada della riconciliazione».
Poche parole che valgono come un’attesa apertura di credito verso una commemorazione ufficiale di quanto accadde quella notte nell’edificio che attualmente ospita la biblioteca civica, una ferita aperta per Schio che sino ad oggi stenta a rimarginarsi. Concetti distensivi arrivano pure dall’Anpi vicentina e veneta che, nel condannare la manifestazione dei repubblichini, così si rivolge ai parenti: «Ribadiamo la nostra condanna nei confronti dei tragici fatti di Schio, siamo vicini al dolore dei famigliari delle vittime e auspichiamo ardentemente che essi, animati dallo spirito unitario che sorregge la comunità scledense, riconoscano il 25 aprile come festa della Libertà, della Pace e della Giustizia di tutti gli italiani».
Tutti segnali che indicano come fra comitato, Anpi e Comune ci sia spazio per un’intesa in grado di bloccare, dal 2005, ogni altro tipo di manifestazione.
 
Quei diritti che uccisero l’uomo PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 04 Luglio 2004 01:00

Il 4 luglio si celebra la proclamazione dei “Diritti dell’Uomo”. Una modena religione dell’individualismo che ha sgretolato le comunità, asservito l’uomo e paraliazzato gli entusiasmi di vita. La libertà inviata al patibolo ne è il simbolo più rappresentativo.

Domenica l’occidente ha celebrato se stesso. Duecentoventotto anni fa la sua estrema disperata appendice, l’America, proclamava i Diritti dell’Uomo, con tanto di maiuscola, ovviamente.

Aveva così luogo l’istituzione di una religione moderna: quella dell’individualismo. Scomparivano dall’immaginario giuridico e filosofico tanto i popoli quanto il sacro. In un fervore liberale e materialistico, che pure all’epoca riuscì a mobilitare coscienze forti, attratte dall’utopia, si mise così fine al principale legame che vincola un uomo ai suoi antenati, ai suoi discendenti e alla sua comunità: il dovere.

Il relativismo individualista – che poco o niente ha a che fare con l’anarchia – non poteva non rivelarsi in tempi rapidissimi per quello che esattamente è: la legge della jungla in cui il più forte sbrana i deboli.

Un salto indietro di secoli che rinnegava la tradizione grecoromana.

A questa regressione civilizzatrice restò inoltre quasi del tutto assente la “selezione naturale”. Gli eventi provarono da subito che in questa logica di discordia e di sopraffazioni egoistiche, non vi sarebbe stata competizione regolare.

La parte del leone l’avrebbero fatta il denaro e le clientele: ovverosia la capacità di servire i potenti e di essere subdoli ed ipocriti yes men.

Inoltre, contrariamente a quanto alcuni degli ideatori dei Diritti auspicavano, quell’individualismo pretenzioso e rivendicazionista che sarebbe presto divenuto il comun denominatore di un sindacalismo teatrale quotidiano (in famiglia, nei rapporti di lavoro, nei rapporti di coppia, nell’avanspettacolo della politica) non ci avrebbe reso più liberi ma avrebbe prodotto esattamente l’effetto opposto.

Un uomo libero dal dovere e dai vincoli reali infatti non riesce a vivere altrimenti che regolamentando comportamenti e divieti. Dal dovere si è così passati all’obbligo, alla costrizione.

Mai società umana è stata così prigioniera dei suoi meccanismi quotidiani e di una dittatura politica, nè mai è esistita altrettanta sottomissione da parte di un uomo che null’altro è se non un atomo disorganico, incapace di darsi la legge e di seguire l’imperativo della giustizia. Dunque è un androide con l’animo dello schiavo.

L’atomizzazione sta dando quegli effetti che tutti possono constatare su ogni piano (morale, emotivo, emozionale, comportamentale) e l’individuo medio oscilla tra l’accettazione di ogni corruzione (spirituale e caratteriale innanzitutto) e la fuga nell’inferno dei paradisi chimici. Sicchè, inacidito e privo di allegria, cerca di dimostrarsi vivo attraverso entusiasmi passeggeri e artificiali, e prolungando la sua agonia terrena mediante il salutismo.

I Diritti hanno insomma tagliato ogni legame organico esistente ed hanno criminalizzato il dovere: come risultato ci hanno schiavizzati, inchiodati all’obbligo e, soprattutto, hanno svuotato di senso e di entusiasmo, praticamente ucciso quell’uomo ch

 
Ora andiamo verso la scimmia PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Sabato 03 Luglio 2004 01:00

L’ennesimo “ritrovamento” paleoantropologico per confortare la sempre assai vaga teoria dell’evoluzione. L’unica cosa certa è che si parla di “Homo erectus”, Ovvero dei bei tempi in cui si andava a testa alta.

Un piccolo teschio trovato in Africa orientale ha offerto agli studiosi di paleoantropologia un anello di congiunzione nell'evoluzione dell'Homo Erectus, con la possibilita' di ridurre il vuoto di 400.000 anni nei fossili attualmente disponibili. "Potrei ipotizzare che si tratta di una femmina", ha dichiarato Richard Potts, della Smithsonian Institution di Washington, in una conferenza stampa qui a Nairobi, anche se ha poi ammesso che non e' possibile determinare il sesso di quella creatura semplicemente dall'arcata sopraccigliare, dalla zona della tempia sinistra e dagli altri frammenti della scatola cranica rinvenuti nel sito scavato a Olorgesailie, una novantina di chilometri a sud-ovest della capitale kenyota. Il frammento risale fra i 900.000 ed i 970.000 anni fa. Lo studioso kenyota Fredrick Manthi ha spiegato che la scoperta e' importante anche perche' consente di conferire una qualche identita' alle creature che, in quella zona, produssero le migliaia di ascie che vi sono state trovate.

 
Albo d'oro dei Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Beowulf   
Venerdì 02 Luglio 2004 01:00

La Fondazione della RSI - Istituto Storico (Onlus) ha pubblicato l'albo d'oro dei l'albo d'oro dei Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana.

 
I Ds si inventano l'assessorato al Duce PDF Stampa E-mail
Scritto da Da Libero del 30-VI-2004   
Giovedì 01 Luglio 2004 01:00

Sotto le apparenze della tutela del patrimonio storico, il comune di Predappio si avvia a istituire un assessorato su misura per il suo cittadino più illustre.

Benito Mussolini, i suoi cimeli, la casa natale, meta di pellegrinaggio continuo dal dopoguerra, portano visitatori e denaro. Per gestirli, è in pole position Giorgio Frassinetti, capogruppo dei Ds in consiglio comunale,che, ancora prima di essere nominato, si è già conquistato l'appellativo di "assessore al Duce".
 
Evola pittore tra futurismo e dadaismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Fondazione Evola   
Giovedì 01 Luglio 2004 01:00

Nell'ambito delle celebrazioni evoliane, segnaliamo un breve ma interessante studio sul lato forse meno conosciuto di Julius Evola, quello di pittore, tra futurismo e dadaismo.

tratto da: http://www.fondazione-evola.it/pagine/pittura.htm

Giulio Cesare Evola, che ha sempre dimostrato attitudine per il disegno e che si accinge ad iniziare presso l’Università di Roma gli studi di Ingegneria, che non porterà mai a termine, appena diciassettenne, si accosta al mondo dell’arte d’avanguardia, incuriosito dalle manifestazioni futuriste che, aldilà dei clamori e degli scandali sollevati tra i “benpensanti” di anguste vedute, si concretizzavano a Roma in mostre di respiro perfino internazionale, presso la Galleria Sprovieri. Si aggregò alla pattuglia di giovani artisti - Prampolini, Depero, Marchi, i due fratelli Ginanni Corradini - che s’incontravano nello studio di Giacomo Balla. Di quest’ultimo, figura centrale della vita artistica romana nel primo quarto del secolo, Evola fu, come ha scritto Crispolti, “praticamente allievo”[1].

Quanti hanno letto l’autobiografia intellettuale evoliana, Il cammino del cinabro, sanno come il futuro autore di Rivolta contro il mondo moderno prendesse presto le distanze dal movimento marinettiano, da cui l’allontanavano lo stile comportamentale (“In esso mi infastidiva il sensualismo, la mancanza di interiorità, tutto il lato chiassoso ed esibizionistico, una grezza esaltazione della vita e dell’istinto curiosamente mescolata con quella del macchinismo e di una specie di americanismo, mentre, per un altro verso, ci si dava a forme sciovinistiche di nazionalismo”)[2], e soprattutto, appunto, l’acceso piglio interventista contro gli Imperi Centrali che, nonostante l’età giovanissima e la generalizzata infatuazione nazionalistica del tempo, Evola avvertiva come l’antemurale della vecchia Europa, delle sue tradizioni, del suo primato mondiale (Evola rammenta come Marinetti, avendo letto un articolo del giovane amico in cui erano esposte più o meno queste idee, gli replicasse: "Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese”).[3]

Eppure, in un primo periodo, circoscrivibile al quadriennio 1915-1918, Evola fu fortemente influenzato dal dinamismo plastico futurista e, in modo particolare, dalla ricerca di Balla, non senza suggestioni di spiritualismo orfico, destinate ad avere in lui successivamente una decantazione in chiave alchemico-magica.

Appartengono a questo primo periodo futurista (da Evola stesso definito dell’“Idealismo sensoriale”) opere come il celebre, e splendido nella sua cromia vivacissima, Mazzo di fiori e, sempre stilisticamente assai coerenti, Feste, Fucina - studio di rumori, Five o’ clock tea, Sequenza dinamica, Truppe di rincalzo sotto la pioggia (davvero uno straordinario acquerello, quest’ultimo).

Se possibile, ancor più ori

 
Evola sull'Ultima Vetta PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Una spedizione, nella commemorazione, ha voluto ricordare la figura di Julius Evola nella sua grandezza di Autore e Maestro e quale il grande alpinista che fu.

In occasione della celebrazione nel trentennale della morte di Julius Evola 20 volontari provenienti da varie zone d’Italia organizzati in 5 cordate, hanno raggiunto ai piedi del Liskamm Occidentale il Colle del Lys a quota 4151. Nel punto ove 30 anni fa furono deposte le ceneri dell’Autore è stato reso onore alla Sua figura e alla Sua imperitura memoria.

 
Il revisionismo buono del Corriere PDF Stampa E-mail
Scritto da John Kleeves   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Le brillanti tattiche cerchiobottiste del Corriere della Sera nel raccontare lo sbarco della mafia in Sicilia nel ’43: si abbozza un po’ di revisionismo per lavarsi la coscienza e poi si confondono le acque come al solito. L’importante è non svelare verità proibite: guai a far sapere che nel 45 l’unico vincitore della guerra è stato il Crimine Organizzato!

Vorrei esporre il mio pensiero riguardo agli articoli di Gianluca di
Feo sui crimini degli Usa in Sicilia nel 1943, e sui loro rapporti
con la Mafia, che sono apparsi sul Corriere il 23 (Sicilia 1943,
l'ordine di Patton ''Uccidete i prigionieri italiani'') e il 24
giugno 2004 («I prigionieri italiani uccisi? Dite che erano
cecchini»). Ho letto anche i commenti sul sito Come donchisciotte.net
che ha ripubblicato i due articoli
(http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1835)
Ebbene, solo Eresiarca dice il giusto.

Cosa sono quei dopo tutto pochi italiani uccisi in soprappiù dagli
americani dopo lo sbarco in Sicilia se non le solite durezze di
guerra, quelle compiute da tutti ma dico proprio tutti gli eserciti?
Anzi, almeno gli statunitensi cercarono di limitare gli eccessi
portando per tempo qualche accusa a Patton, il furibondo o il super zelante di turno.

Dopo tutto, ci suggerisce il Corriere della Serva, ecco quello che è
successo e che sta succedendo in Iraq: come in Sicilia nel 1943,
quando le brutture di guerra non mancarono ma, vedete?, sono state così
presto e totalmente dimenticate che
per ricordarle c'è voluto il nostro articolo di studiosi imparziali.
Sì, noi del CdS siamo imparziali : siamo quasi sempre dalla parte
degli USA e carabattole connesse ( ONU, Diritti Umani, Save the
Children and Fuck the Grown-ups, Nessuno tocchi Caino perché basta
lapidarlo; NATO, PAPA e WTO; FMI, UEFA, FIFA e cha cha cha,
eccetera ) perché hanno ragione, ma quando
sbagliano lo diciamo. In breve, l'articolo del CdS non esce
dall'iconografia ufficiale dello
sbarco in Sicilia, un'iconografia che tollera anzi entro certi limiti
sollecita deviazioni e furbeschi sguardi di intesa tra specialisti.

Però la deviazione più grave a mio avviso è quella che riguarda i
rapporti tra gli USA e la Mafia, prima, durante e soprattutt

 
FLAGELLUM DEI, SERVUS DEI PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Appunti “revisionisti” sulla figura di Attila re degli Unni. Contro i pregiudizi sulla “barbarie asiatica” e sulle “orde assetate di sangue”, alla riscoperta di un grande impero eurasiatico.

Quell’Attila che fu flagello in terra
Dante, Inf. XII, 134

Turbinò infesto con il suo esercito
soggiogatore il grande Attila,
allor che predava le terre
del nemico e imponeva il tributo.
I suoi trionfi ancor spaventano
perfin di Roma l’altero popolo;
la pace gli chiesero, ed ecco
lui fu pronto, magnanimo, a darla.
Mihaly Vörösmarty, 1818 (trad. C. M.)

“Su un’aspra via, per una notte oscura, - chissà il destin dove ci porterà… - Guida ancor la tua gente alla vittoria, - principe Csaba, sul sentier celeste!” (1). Sono i primi versi del Székelyhimnusz (Inno székely), che viene cantato ancor oggi da una popolazione di 350.000 - 400.000 anime insediata sui Carpazi orientali. Il principe Csaba invocato nell’Inno è il figlio che Attila avrebbe avuto da una figlia dell’imperatore Onorio. Secondo una leggenda, prima di “andare a cercare nuovi alleati nelle terre degli antenati, in Asia, e ritemprare la spada di Dio nelle onde del vasto Oceano” (2), Csaba lasciò a guardia della Transilvania una parte del suo popolo, i Székely (it. Siculi o Secleri; Zaculi e Ciculi nei documenti latini) (3), i quali si sono tramandati l’attesa di un suo futuro ritorno, sicché Csaba costituisce una manifestazione dell’archetipo del Dux rediturus, al pari di altri personaggi: Artù, Carlo Magno, Federico I e Federico II Hohenstaufen, Muhammad al-Mahdi…

La spada di Dio, alla quale Csaba doveva restituire vigore perché si era macchiata del sangue di suo fratello Aladár (figlio di Ildikó, la Chriemhilt nibelungica), è quel medesimo gladius Martis che i re sciti ritenevano sacro. Ne parla il retore bizantino Prisco di Panion, citato da Giordane:

“Un mandriano, osservando che una giovenca della sua mandria zoppicava e non trovando la causa di così grave ferita, segue attentamente le tracce di sangue. Finalmente arriva a una spada, che la giovenca, pascolando l’erba, aveva incautamente calpestata; la estrae dal suolo e la porta subito ad Attila. Questi si compiace del dono e, nella sua grandezza d’animo, ritiene di essere destinato a diventare il signore del mondo intero e che attraverso la spada di Marte sia concesso a lui di avere in mano le sorti delle guerre” (4).

 
Salve o popolo di PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Sabato 26 Giugno 2004 01:00

Tre secoli prima della Rivoluzione Industriale, e anticipando di cento anni le realizzazioni dei primi ingegneri del Nord Europa, Leonardo da Vinci stava progettando una fabbrica tessile secondo una moderna concezione dei processi di produzione industriale.

FIRENZE - Tre secoli prima della Rivoluzione Industriale, e anticipando di cento anni le realizzazioni dei primi ingegneri del Nord Europa, Leonardo da Vinci stava progettando una fabbrica tessile secondo una moderna concezione dei processi di produzione industriale.

Lo hanno evidenziato nuovi studi fatti dal Museo Leonardiano di Vinci in collaborazione con l' universita' di Firenze - facolta' di Ingegneria ed Architettura - e culminati nella realizzazione di alcuni modelli di macchine tessili che saranno esposti a Vinci in nuove sale allestite nel Museo Leonardiano delle quali e' prevista domani l' inaugurazione.

Le macchine tessili visibili sono un ''battiloro'' (adatto nella lavorazione dei broccati), un ''binatoio a casse-fil'' (unisce due fili di seta per farne uno piu' forte) ed una ''filatrice multipla''; modelli digitali, realizzati al computer, ne dimostrano il funzionamento. Sono state realizzate in base ad approfondimenti condotti su disegni e manoscritti originali, tra i quali quelli di Madrid, che risalgono agli ultimi anni del '400 ed ai primi del '500 e che contemplano anche altre macchine - di cui non sono stati riprodotti modelli - tutte, comunque, considerabili segmenti di un piu' complesso corpo industriale riferibile alla comune industria tessile dell' epoca.

''E' proprio durante gli esami di questi disegni e la realizzazione dei modelli - ha spiegato il direttore del Museo leonardiano Romano Nanni - che ci siamo resi conto che Leonardo stava lavorando alla meccanizzazione di quella che era la maggiore industria manifatturiera dell' epoca, ovvero quello che oggi definiamo settore tessile''.

E' la prima volta, e' stato ancora affermato, che l' approccio sistematico di Leonardo alle problematiche della produzione manifatturiera della sua epoca viene indagato con questa consapevolezza. C' e' anche un indizio in piu' che dimostrerebbe questa ulteriore intuizione di Leonardo, una specie di caso da ''spionaggio industriale'' che il genio di Vinci ritenne di aver subito.

''In una lettera al Papa del 1515 - ha riferito ancora Nanni - Leonardo si lamenta di 'un tedesco' che lo aveva copiato. In realta' erano comparsi a Danzica gruppi di telai simili a quelli che aveva progettato e se ne doleva''. Le macchine verranno esposte nelle nuove sale del Museo Leonardiano il cui percorso e' stato ampliato utilizzando la Palazzina Uzielli, edificio ristrutturato con funzione espositiva che si trova distante un centinaio di metri dalla sede storica del museo, il castello dei Conti Guidi. Oltre alle macchine tessili, ospitate in due sale, saranno visibili nel nuovo edificio anche la riproduzione di un modello ligneo in scala 1:2 della ''gru a piattaforma anulare'' con cui Brunelleschi pote' realizzare la cupoletta della lanterna del Duomo di Firenze.

 
Dresda, risorge la chiesa ridotta in cenere PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Giovedì 24 Giugno 2004 01:00

Distrutta dai bombardieri della Raf nel ’45, ricostruita con il contributo dei reduci britannici

BERLINO - Il 13 febbraio 1945, il pilota della Royal Air Force , Frank Smith, guidò il suo Lancaster nel cielo sopra Dresda. Faceva parte della cinquantassettesima squadriglia di fortezze volanti, incaricata di portare la prima ondata dell’attacco. In meno di due ore, la «Firenze dell’Elba» venne trasformata in un gigantesco incendio, che l’avrebbe divorata per giorni. Il bombardamento provocò la morte di 40 mila persone e distrusse l’80 per cento degli edifici, inclusa la celebre Frauenkirche , gioiello barocco considerata la San Pietro del protestantesimo. Fu l’azione alleata più drammatica e controversa della Seconda Guerra Mondiale.
Ieri pomeriggio, a Dresda, l’orafo inglese Alan Smith, il figlio di Frank, ha simbolicamente consegnato la croce d’oro, alta quasi 8 metri, che lui stesso ha forgiato e cesellato, e che, da ieri, svetta nuovamente sulla cupola della ricostruita Frauenkirche. Iniziato con la prima volta di un cancelliere tedesco alle cerimonie per il D-Day in Normandia, il mese della riconciliazione della Germania con i suoi antichi nemici si è concluso ieri in Sassonia, con la posa della cupola e della croce, ultimo tocco alla parte esterna dell’edificio.
«Questa ricostruzione porta un messaggio di speranza, amicizia e perdono», ha detto il Duca di Kent, che rappresentava la corona britannica e presiede il «Dresden Trust», uno dei più attivi sostenitori del progetto, costato 130 milioni di euro, oltre due terzi dei quali raccolti attraverso donazioni da tutto il mondo.
Ricostruita dov’era e com’era, nella stessa pietra arenaria dell’originale barocco del 1743, la nuova Frauenkirche , con le parole del cugino di Elisabetta II, da simbolo di distruzione e sofferenza diventa adesso testimonianza di un legame, «memoria di un passato da ricordare perché non si ripeta e segno tangibile della volontà comune di costruire un’Europa unita, libera e in pace».
La ricostruzione era stata pensata come un sogno impossibile, da un gruppo di cittadini di Dresda nel 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino. Ci sono voluti quindici anni, ma è diventata un’incredibile storia a lieto fine.
L’iniziativa popolare ha trovato infatti appoggi entusiasti in ogni angolo del pianeta: donazioni milionarie e legati testamentari, piccoli risparmi e collette, stanziamenti speciali nei bilanci di banche e aziende private, per un totale di 92 milioni di euro, hanno cominciato ad affluire nelle casse della Fondazione. In nessun momento della costruzione c’è stato un problema di fondi.
Il nuovo atto di riconciliazione cade in mezzo alle controversie, sorte intorno alle missioni aeree alleate contro il Terzo Reich e in particolare al bombardamento di Dresda. Per la prima volta, non solo da parte dei cosiddetti storici revisionisti, la guerra nazista è discussa anche nella prospettiva dei tedeschi come vittime e viene formulato apertamente l’argomento, che non tutti i devastanti raid alleati fossero necessari o giustificati sul piano militare, tranne quello di voler terrorizzare la popolazione. In cinque anni, un milione di tonnellate di bombe cadde su oltre mille città tedesche, causando la morte di 635 mila civili.
Aperto da W.G.Sebald con il saggio Luftkrieg und Literatur , guerra aerea e letteratura, dove lo strazio fisico dei corpi viene descritto con raccapricciante precisione, il nuovo filone interpretativo ha avuto un avvocato eccellente nel premio Nobel, Günther Grass, che nel suo romanzo Il passo del gambero ha ripercorso la tragedia di una nave passeggeri, piena di 5 mila civili tedeschi in fuga, affondata dai russi nel Mare del Nord nel 1945. A infrangere il tabù del «politicamente corretto» è stato poi, un anno fa, lo storico Jörg Friedrich, con il saggio Der Brand , l’incendio, dove ha accusato i comandi inglesi di crimini di guerra, sostenendo che le centinaia di migliaia di morti, provocati dalle bombe, costituivano «lo scopo principale delle missioni».
Friedrich è stato accusato dagli sto
 
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