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Storia&sorte
Guarda guarda, un’altra vecchia conoscenza… PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Giovedì 16 Settembre 2004 01:00

Si torna a parlare di Silvano Russomanno, il dirigente del Sisde che, detenuto per aver fornito notizie alle Brigate Rosse, nell’agosto 1980 confezionò la prima falsa pista per la strage di Bologna. A quanto pare già negli anni Sessantaoperava in modo non dissimile in Alto Adige.

6 Settembre 1964: In una baita della Val Pusteria viene ucciso Louis Amplatz e ferito George Klotz, entrambi ricercati perche' sospettati di essere gli autori di numerosi attentati in Alto Adige . Subito dopo il fatto Christian Kerbler , irredentista anche lui, ma che risultera' essere un informatore della squadra politica della questura, presente al fatto, si presenta spontaneamente in una caserma degli alpini, ma durante il trasferimento fra Merano e Bolzano , Giovanni Paternel , capo della squadra politica di Bolzano , lo fa fuggire; 22 anni dopo sara' condannato in contumacia per l'uccisione di Amplatz . Paternel pero' dichiarera' che a far fuoco erano stati in realta' i carabinieri, cio' verra' confermato da altre testimonianze. Risultera' poi dalle indagini del giudice Mastelloni che il gen. De Lorenzo "...voleva esperire la possibilta' di uccidere uno o due terroristi sudtirolesi..." e che in tale intento erano implicati anche il questore di Bolzano Ferruccio Allitto Bonanno e il funzionario dell'Ufficio Affari Riservati Silvano Russomanno .

Il medesimo Russomanno, nell’agosto dell’80, trovandosi in stato di detenzione a Rebibbia per aver fornito, da dirigente del servizio d’informazioni del ministero degli interni, Sisde, notizie confidenziali alle Brigate Rosse, costituirà la prima pista falsa per sviare le indagini sulla strage di Bologna ai danni dell’estrema destra. Istruirà un mitomane, tal Piergiorgio Farina e quindi, preso contatto con il collaboratore di questura Marco Affaticato, darà vita ad una montatura giudiziaria che indurrà il magistrato Persico ad emettere ventotto ordini di cattura il 28 agosto. La montatura verrà smascherata alcuni mesi più tardi.

 
Un giorno infausto per i Palestinesi PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Sabato 11 Settembre 2004 01:00

11 settembre: una data che ha segnato più volte un vero e proprio disastro per il popolo più martoriato del ventesimo secolo.

11 settembre 1922

Viene instaurato il mandato britannico sulla Palestina. Gli Arabi dichiarano una giornata di lutto

11 settembre 2001

Viene sventato il riconoscimento mondiale dello Stato di Palestina previsto per il giorno 14.

 
Anni di piombo: non li rimuovo PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della Sera Magazine   
Venerdì 10 Settembre 2004 01:00

Erri De Luca racconta Lotta Continua. E prende le distanze dallo spirito di dissociazione che coinvolge un po’ tutti: in particolare quello 0,0001 per cento di vecchi compagni, oggi dei VIP che fanno lobby di potere.

Rivoluzionario. Operaio. Muratore. Scrittore. Alpinista. Io sono «numeroso», ha detto una volta Erri De Luca, 54 anni, oggi semplicemente autore di libri di successo e arrampicatore di difficili vie dolomitiche.

Cominciamo da rivoluzionario. Quando, come, perché? Dice: «Ero di Lotta Continua e Lotta Continua era un movimento rivoluzionario. Era un movimento che credeva nelle possibilità rivoluzionarie dell¹Italia anni Settanta e che agiva di conseguenza».
Lotta Continua si sciolse nel 1976. Tu andasti a fare l¹operaio. Altri cominciarono la loro carriera. Chi nei giornali, chi nell¹industria, chi nelle televisioni.
«No, il grande blocco di quelle decine di migliaia che eravamo è rimasto lì, inapplicabile alla vita civile, inutilizzabile per i poteri. Inservibile. Tanti anni di antagonismo ci avevano reso intrattabili e inassimilabili. Molti si sono demoliti con le droghe, altri sono entrati nelle formazioni armate. Ma la gran parte sono rimasti lì, nei mestieri che facevano, insegnanti, operai».
Marcenaro, Rinaldi, Liguori, Lerner, Capuozzo, Briglia, Pietrostefani, Sofri, Ravera, Deaglio «operai»?
«Alcuni sono riusciti a entrare in un circuito di visibilità e di rappresentanza. Ma sono quelli che numericamente, nelle analisi organolettiche, vengono chiamati ”trace”. Zero virgola zero zero zero zero uno».
E la grande parte, il nove virgola nove nove nove nove?
«Sono rimasti lì dove erano, senza fare né carriera né fortuna. Desaparecidos, politicamente assenti. Quelli che sono al potere oggi sono quelli che erano latitanti ai tempi di Lotta Continua. Disertori».
Tracce, dici tu. Ma tracce molto visibili.
«Tracce fastidiosamente visibili».
E sono andati dovunque. A destra, a sinistra?
«Io non faccio tanta differenza tra il dovunque di Liguori e quello di Deaglio».
La scelta di Deaglio sembra più coerente.
«Per me non fa differenza se uno va con i socialisti e l¹altro con i democristiani».
Tu hai continuato ad avere rapporti con quelli di Lotta Continua?
«Ho rapporti con un mucchio di compagni che vengono da lì e che nessuno conosce. Più a lungo di questi militi ignoti ho avuto rapporti con Ovidio Bompressi. Siamo stati amici per la pelle».
Le tue origini sono borghesi o proletarie?

«Un misto. La mia era una famiglia borghese impoverita dalla guerra. Abitavamo in un quartiere popolare di Napoli. Un’infanzia da bambino povero col fastidio di essere comunque un privilegiato, uno che a sei anni andava a scuola invece che a lavorare, che non andava scalzo, che in classe non era rasato a zero per via dei pidocchi, che parlava italiano e non napoletano».

Amori napoletani?

«Nessuno. Napoli mi ha dato altri sentimenti, le collere, le vergogne, lo schifo, le commozioni. Sentimenti fondanti, di quelli che ti attrezzano il sistema nervoso».
Ad un certo punto hai mollato tutto.
«Me ne sono andato a 17 anni, come un evaso, non sapevo niente di quello che c’era fuori, non sapevo che esisteva una generazione che si stava muovendo, ci sono finito dentro per cooptazione perché era lì, era in mezzo alle strade».

Cos’è che ti soffocava a Napoli?

 
Quattro ruote per il Führer PDF Stampa E-mail
Scritto da Ricciotti Lazzero "storia illustrata" nr.338 del 1986   
Giovedì 09 Settembre 2004 01:00

La chiameremo Volkswagen, auto del popolo. Così volle il capo del Reich deciso a fare decollare anche in Germania, come era accaduto in America, la motorizzazione di massa. L’obiettivo era di produrre 1 milione e mezzo di vetture ogni anno. Ma lo scoppio della guerra mandò all’aria il progetto…

«Herr Doktor Porsche: voglio un'automobile popolare, ein Kleinauto [una piccola auto] con la quale gli operai tedeschi possano andare in fabbrica motorizzati come gli americani, e non più in bicicletta. Il prezzo non deve superare i 1.000 marchi. Mi presenti delle proposte».
La Volkswagen, cioè l'«auto del popolo», nacque cosi, nell'autunno del 1933, con un monologo di Hitler davanti a Ferdinand Porsche, pilota austriaco e costruttore di vetture da corsa, convocato a Berlino, alla cancelleria del Reich. Il leader nazista, assunto il potere con le sue «camicie brune», si preparava a far piazza pulita di tutto cche potesse ricordare la repubblica di Weimar e la sua traballante democrazia. Pochi in Europa compresero allora il suo programma, ma agli industriali tedeschi fu subito chiaro che quell'uomo avrebbe dato, con il rapido riarmo della Germania, una spinta impressionante all'economia nazionale. La Reichswehr (cioè l'esercito democratico del primo dopoguerra) non era ancora diventata la Wehrmacht, ma Hitler, pur legato dalle restrizioni del trattato di Versailles, sapeva come districarsi. La Volkswagen è, appunto, uno dei tanti episodi del riarmo nazista.

Tornato a Stoccarda, Porsche si mise subito al lavoro e il 17 gennaio 1934 era già in grado di presentare al führer un memorandum. «La vettura popolare che io concepisco» scrisse «non è un'automobilina di misure e di prestazioni ridotte, ma una macchina che può entrare in concorrenza con tutte le altre della sua classe. Perché una tale macchina possa trasformarsi in una vettura popolare sono necessarie soluzioni totalmente nuove». I dati tecnici intorno a cui lavorare dovevano essere i seguenti: motore posteriore a sogliola (cioè a cilindri contrapposti) di 1.250 centimetri cubici raffreddato ad aria, potenza massima 26 Hp a 3.500 giri al minuto, passo 2,50 m, carreggiata 1,10 m, peso a vuoto 650 kg, velocità massima 100 chilometri all'ora, capacità di superare pendenze del 30 per cento, 8 litri di benzina ogni 100 chilometri.

Secondo i calcoli di Porsche quell'auto non poteva costare meno di 1.500 marchi. Ma alla firma del primo contratto, il 22 giugno 1934, con la Rda (Reichsverband der deutschen Automobilindustrie, Associazione del Reich dell’Industria automobilistica tedesca), per una serie di 50.000 vetture, il costruttore bavarese si vide ridurre drasticamente la cifra a 900 marchi. I nazisti gli diedero 20.000 marchi al mese per le spese di proget

 
L’ARTE GLADIATORIA RIVIVE IN ORIENTE. PDF Stampa E-mail
Scritto da Giampaolo   
Mercoledì 08 Settembre 2004 01:00

Nelle arti marziali filippine , in particolare nel Kali , si possono rintracciare tecniche portate in Oriente da mercenari italiani, veri eredi dei gladiatori, al seguito dei primi esploratori portoghesi.

Quando Magellano giunse nelle Filippine aveva all’interno del suo equipaggio diversi italiani, quasi tutti mercenari ed unici eredi dell’Ars Gladiatoria romana, la quale era sopravvissuta nei secoli attraverso le varie scuole di combattimento sparse lungo la penisola italica e che in alcuni casi era stata addirittura codificata , come nel “Flos Duellatorum” del maestro d’armi friulano Fiore dei Liberi. Nel Kali, arte filippina del combattimento totale , ritroviamo , specialmente nella scherma di coltello e nell’uso delle varie armi da taglio , colpi , ma anche leve e chiavi articolari mutuate direttamente dall’antichissima arte gladiatoria romana. Lo stesso vale per le altre forme di combattimento sviluppatesi posteriormente o contemporaneamente a quella filippina, come il Silat indonesiano. La piu’ antica tradizione guerriera d’Occidente rivive in Oriente.

("Le arti marziali italiane" di Maurizio Maltese, Edizioni Mediterranee.)

 
Giuliano e la Mater deorum PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 08 Settembre 2004 01:00

Che la religione solare avesse uno stretto rapporto con il mito di Cibele e Attis e con il rituale corrispondente, lo dimostra l’esistenza di altari dedicati alla Madre degli dèi da parte di pontefici di Helios (1).

Questo rapporto è ben evidente nell’opera di Giuliano: molti elementi in comune con l’Inno al Re Helios si trovano nell’Inno alla Madre degli dèi (2), che l’Augusto scrisse a Costantinopoli in una sola notte, tra il 22 e il 25 marzo 362, ossia nel periodo dell’equinozio di primavera, quando una festa annuale riattualizzava il mito di Cibele e Attis. Variamente attestate da Erodoto, Pausania e Luciano (3), esistono di questo mito due versioni fondamentali, “che possiamo chiamare lidia e frigia dai paesi che sono teatro del mito stesso” (4); ma qui sarà opportuno riassumere il mito con le parole di Salustio: “Si dice che la Madre degli dèi, avendo visto Attis coricato presso il fiume Gallo, se ne innamorò e, preso il suo pileo adorno di stelle, glielo mise in capo, e in seguito lo tenne con sé; ma egli, innamoratosi d’una ninfa, lasciata la Madre degli dèi, si unì alla ninfa. Ed è per questo che la Madre degli dèi fa sì che Attis impazzisca e, tagliatisi i genitali, li lasci presso la ninfa, poi ritorni di nuovo a convivere con lei” (5).

Le feste della Gran Madre cominciavano alle Idi di Marzo, con la processione dei cannofori che si dirigevano al tempio di Cibele per depositarvi le canne del fiume Gallo. Seguiva poi, per alcuni giorni, un digiuno di purificazione che comportava l’astinenza dal pane, dal maiale, dal pesce e dal vino. Il 22 marzo la confraternita dei dendrofori si recava nel bosco di Cibele per abbattere il pino consacrato ad Attis; spogliato quasi completamente dei rami, avvolto in bende di lana, ornato degli oggetti pastorali di Attis (vincastro, siringa, cembali) e delle violette nate dal suo sangue, il tronco veniva trasportato nel santuario, dove era esposto alla venerazione pubblica, come un cadavere prima della sepoltura. Le manifestazioni di lutto (lamentazioni, percussione del petto ecc.) giungevano al culmine il 24 marzo (giornata del sangue). All’interno del recinto sacro venivano eseguite musiche frenetiche, danze vorticose e flagellazioni, finché, all’acme dell’estasi, aveva luogo l’autoevirazione dei sacerdoti del culto, i Galli. (Nel mondo greco-romano l’evirazione dei Galli venne sostituita da quella di un toro o di un ariete). Aveva luogo poi la sepoltura del pino, che rimaneva nei sotterranei del tempio per un anno intero, fino al taglio del nuovo pino. Al calar delle tenebre aveva inizio la veglia. Ad un certo momento, un sacerdote introduceva un lume nel santuario, ungeva le gole dei lamentatori e pronunciava queste parole: “Confidate, o iniziati: il dio è salvo; e a noi dalle pene verrà salvezza” (6). Il 25 marzo, giorno che si riteneva coincidesse con l’equinozio di primavera, si celebravano le Ilarie, festa del Sole e dell’inizio del ciclo annuale; in quel giorno avveniva la resurrezione di Attis, che rappresentava la liberazione delle anime dal ciclo della generazione. Con una processione solenne veniva esaltata la ierogamia di Cibele ed Attis: in mezzo allo strepito dei flauti, dei cembali e dei tamburini, la Gran Madre avanzava su di una quadriga con Attis al proprio fianco. Dopo un giorno di pausa e una cerimonia di purificazione, il 27 marzo le feste giungevano al termine: tra canti e danze, la dea ritornava nel suo santuario.

 

Coloro che risvegliano i popoli: Kurt Eggers PDF Stampa E-mail
Scritto da Harm   
Mercoledì 08 Settembre 2004 01:00

Se c’è un personaggio emblematico tra coloro che risvegliano i popoli questo è senza dubbio il “poeta-guerriero” in cui s’incarnano il lirismo ed il coraggio, virtù essenziali a chi vuole far sentire la propria voce quando bisogna salvare la patria dal nulla o dal sonno. Affascinato fin dalla giovinezza dall’idea del sacrificio fondante, Kurt Eggers ha voluto che la sua vita fosse l’immagine della sua opera e che il suo messaggio alla gioventù fosse sigillato dal suo stesso sangue.

Pochi uomini hanno esaltato con tanta forza il sacrificio della “morte in combattimento”. Poeta, scrittore, drammaturgo, storico, polemista scelse di affrontare il suo destino dalla torretta di un panzer alla testa di una formazione corrazzata di volontari germanici.

Ucciso in combattimento nel trentottesimo anno della sua vita Kurt Eggers ha incarnato fino al suo ultimo minuto l’ideale che aveva esaltato nei suoi libri: l’incontro indissolubile tra le due sue vocazioni quella dello scrittore e quella del combattente. Vocazioni unite eternamente, oltre ogni legame di parte, fino ad acquisire un significato eroico essenziale. Nato a Berlino il 10 novembre 1905 il giovane Kurt Eggers non ha nemmeno nove anni quando scoppia la prima Guerra mondiale. Il bambino è affascinato dai racconti di guerra dei più grandi e sogna di diventare anch’egli un soldato. Dagli undici ai tredici anni Kurt riesce ad essere ammesso al veliero-scuola “Berlin”. Ma dopo la disfatta tedesca prende la decisione d’entrare nella scuola per cadetti di Plön. La reazione che egli proverà in quel frangente si ritrova nelle prime pagine del magnifico libro “I proscritti” di Ernst von Salomon più vecchio di Kurt di tre anni. L’adolescente ha mantenuto i contatti con il vecchio comandante della nave-scuola e diviene suo attendente partecipando ai combattimenti contro gli spartachisti nel 1919 e al tentativo di putsch di Kapp nel 1920. Terminate queste esperienze guerresche torna sui banchi si scuola. Non ha ancora sedici anni quando lascia l’aula scolastica per unirsi ad un Corpo Franco che combatte contro i polacchi in alta Slesia nel 1921. Il giovane volontario Kurt Eggers, staffetta della formazione “Schwarze Schar” (Schiera Nera), parteciperà alla battaglia sull’Annaberg luogo simbolo della saga dei Freikorps. Dall’esperienza di questo assalto trarrà il racconto “Von jungen Herzen” ed una poesia:

Le grigie file dei morti cospargono le alture

Davanti all’Annaberg.

Le granate esplodono in mezzo ai gruppi d’assalto dei corpi franchi

Davanti l’Annaberg

Lanzichenecchi, combattiamo abbandonati e traditi dalla patria,

i fucili sono caldi e i cuori duri come la pietra

 

Il giorno in cui morimmo tutti PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Mercoledì 08 Settembre 2004 01:00

L’8 settembre del ’43 non segna soltanto la data del Tradimento, il passaggio agli ordini di chi bombardava le nostre città, i nostri ospedali, i nostri orfanatrofi seminando le strade di bombe nascoste in bambole, in giocattoli, in penne, per mutilare perfidamente i bambini, ma rappresenta un tornante storico: da quel giorno nel mondo, anche tra chi trasse vantagio del tradimento, italiano è sinonimo di fifone, di voltagabbana, di essere infimo.

Ezra pound lo ribattezzò Mezzo feto. Di monarchi così se ne conoscono davvero pochi. Già il 26 luglio aveva fatto arrestare alla chetichella Benito Mussolini affidando il governo al Maresciallo Badoglio, noto da tempo immemore per i suoi trascorsi di pessimo militare, di ambizioso, ambiguo e servile massone, di intrigante dirigente calcistico, infine minacciato da un’accusa infamante di criminale di guerra. Quell’8 settembre insieme, il re fellone e il ministro intrallazzone gettarono la Nazione allo sbando, firmando frettolosomante e alla chetichella un armistizio con il nemico che, di fatto, prevedeva e giustificava il tradimento; ovverosia il passaggio dalla parte di chi aveva invaso l’Italia, l’aveva bombardata e continuava a martoriarla.

Fuggirono a sud, tra le accoglienti braccia delle forze che ci trucidavano, senza lasciare ordini certi, gerarchie precise, continuità giuridiche, amministrative.

L’esercito allo sbando non aveva molte scelte. O seguire la via della parola data (e già dal 9 settembre molti si arruolarono in vari corpi di combattimeto, primo tra i quali la Hermann Goering che difese Cassino con un decimo degli effettivi composto di volontari italiani spesso giovanissimi) o quella del “tutti a casa”. Altri si trovarono a far fronte alla naturale rabbia dei tedeschi traditi. E si spacciò più tardi la fierezza di manipoli di prodi come episodi di resistenza. Falso: a Roma in quella che è stata poi chiamata piazza dei partigiani rimasero, l’arma al piede, ufficiali e soldati che avrebbero aderito pochi giorni più tardi alla RSI.

La Repubblica Sociale, per giudizio comune del nemico salvò l’onore, la dignità, le istituzioni ed il vivire civile. E ciò a prescindere dalla sua valenza eroica e della politica rivoluzionaria su cui troppo poco si è insistito.

Quell’8 settembre, che da poco è stato considerato da Ciampi come giorno fondante della repubblica di oggidì, ha trasformato profondamente la concezione che gli italiani hanno di se stessi ed ha fornito nel mondo di noi quell’idea ignobile che si ripete sempre e comunque.

“Gli italiani ? Hanno inventato la Marcia indietro nei carri armati !” “Ho detto alla baionetta, non alla camionetta !”.

Durante la guerra delle malvine un Lord inglese ebbe a dire: “Gli argentini sono per metà spagnoli per metà italiani: se prevale il sangue italiano scapperanno a gambe levate !” Questo non è vero, è ingeneroso, ma è strettamente legato a quei due episodi laceranti: il tradimento infame di quell giorno fondatore e lo scempio canagliesco e indegno di Piazzale Loreto. Da allora abbiamo cessato di essere considerati uomini nel resto del mondo. Come dire che quell’ 8 settembre non solo vide il passaggio dell’Italia dal campo della libertà, della fierezza, dell’autodeterminazione, della giustizia sociale, a quello dell’asservimento ai potentati sfruttatori, alle cupole del Crimine Organizzat

 
LA NUOVA RUSSIA RISCOPRE L’ANTICA RUS PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Domenica 05 Settembre 2004 01:00

Nel vuoto del post-comunismo la Russia neoliberista di Putin riscopre l'antica Rus, la Russia ancestrale e pagana

“Rus” , parola che identificava la Russia ancestrale, pagana e precristiana , precedente a quello che fu l’impero russo, e’ tornata prepotentemente ad imporsi come mito fondante per molti giovani russi.

Non a caso negli ultimi gruppi politici come l'Unita' Nazionale Russa (destra politically uncorrect) hanno raggiunto quota 70000 iscritti. Nella Russia post-comunista che gia' arranca nella tela del ragno neoliberista, svuotata di ogni suo valore spirituale e umano, il proletariato che sostenne il bolscevismo riscopre le sue origini , nell’antica Rus, terra misteriosa e mitica.

Come a dire :” Radici profonde non possono gelare “
 
Quando il Crimine Organizzato dichiarò guerra al mondo PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Venerdì 03 Settembre 2004 01:00

Sessantacinque anni fa, Francia ed Inghilterra, indotte dalle oligarchie, dichiaravano guerra alla Germania, colpevole di mettere in discussione il monopolio finanziario, aprendo così le ostilità della Seconda Guerra Mondiale. Subiamo ogni giorno di più le conseguenze dell’egemonia planetaria delle mafie.

Il 3 settembre di sessantacinque anni fa la Francia e l’Inghilterra dichiaravano l’avvio della Seconda Guerra Mondiale. Il pretesto: l’entrata delle truppe germaniche nei territori tedeschi che erano occupati dai polacchi per metter freno, dopo diversi ultimatum inascoltati, all’eccidio dei civili. In teoria Francia e Inghilterra volevano garantire l’integrità territoriale dell’alleato polacco. Teoria pura: il 17 dello stesso mese l’armata sovietica occupava oltre metà Polonia ma nessuno si sognava di dichiararle guerra. Anzi, di lì a poco gli “alleati” avrebbero iniziato ad armarla mentre le banche americane avevano iniziato già dal ’19 ed avrebbero proseguito fino al termine degli anni ottanta a mantenerla economicamente in vita. Le ragioni della guerra furono tre: la geopolitica, l’economia e l’odio. Un odio antitedesco, anticlassico ed antieuropeo. Geopoliticamente la ripresa di potenza della Germania metteva in discussione il monopolio mondiale britannico che gli inglesi volevano salvaguardare e al quale gli americani intendevano sostituirsi. Economicamente l’avvento di vaste aree autarchiche, ricche di ogni risorsa economica ed energetica, ed il ridimensionamento delle banche (in Germania venivano soppiantate dalle Casse di Risparmio, una parola maledetta da tutti gli usurai) rischiavano di far saltare un’egemonia planetaria cui i banchieri e la mafia non volevano assolutamente rinunciare. Sin dal 3 settembre l’intenzione tedesca di risolvere pacificamente la controversia fu manifesta. Le lobbies angloamericane tuttavia vollero che la guerra fosse lunga, sanguinosa e devastante: il genocidio europeo era nei loro piani.

Anche tutti i più atroci esperimenti - bombardamenti al fosforo, al napalm (il primo della storia si ebbe nell’agosto del ’44 contro gli italiani al largo di Saint Malo), nucleari, vennero tutti compiuti platealmente da una sola parte.

Il Crimine Organizzato, la cui cupola dominava già gli Stati Uniti, avanzava impietosamente ed inesorabilmente. La grande piovra, dietro la copertura fatua di una presunta democrazia a pretesa globale, avrebbe conquistato, spogliato, devastato, il pianeta, i popoli, l’ambiente. I “liberatori” avrebbero imposto il loro modello che si fonda etologicamente sull’ipnotismo mediatico, sul servilismo diffuso e sostanzialmente su tutti i traffici illeciti, i due principali (insieme al mercato d’armi) essendo quelli della droga e degli schiavi. Per farla breve, il 3 settembre 1939, il Crimine Organizzato dichiarava guerra alla libertà, alla civiltà, all’autodeterminazione, alla dignità dell’uomo e all’identità dei popoli. La sua opera prosegue oggi imperterrita.

 
Forza e gioia PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos/Dpa   
Giovedì 02 Settembre 2004 01:00

Germania: all’asta il mega hotel voluto da Hitler sul mar Baltico nel segno di “Kraft durch Freude”. La forza mediante la gioia. Un ricordo di tempi sociali.

Va all'asta il 23 settembre, al prezzo base di 125 mila euro, l'enorme comprensorio turistico fatto costruire da Adolf Hitler sulle rive dell'isola di Ruegen, nel mar Baltico, per garantire una sana vacanza ai funzionari tedeschi. Avveniristica costruzione per l'epoca, l'edificio del 'Prora' e' lungo 4,5 chilometri, poteva ospitare ottomila vacanzieri in 8 mila stanze, tutte vista mare. Ora il governo tedesco lo mette in vendita. Secondo gli storici fu proprio Hitler a volere la costruzione, per mettere in pratica il programma del ''Kraft durch Freude'', la forza attraverso la gioia, ovvero garantire divertimento e vacanza a chi lavora. I lavori del 'Prora' iniziarono nel 1936, ma nel '39, con l'inizio della guerra e l'invasione della Polonia, rallentarono e finirono per essere del tutto sospesi nel 1943. Nessun membro nazionalsocialista ci ha mai passato un solo giorno di ferie, e gli unici tedeschi che hanno soggiornato sull'isola .

 
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