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Storia&sorte
Trent’anni fa a Pian del Rascino PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter   
Domenica 30 Maggio 2004 01:00

In uno scontro a fuoco dai risvolti mai pienamente chiariti il 30 maggio 1974 veniva ucciso dai carabinieri nella campagna reatina, Giancarlo Esposti, militante neofascista. Questo sanguinoso mistero arricchisce la fitta trama delle manovre occulte e assassine che avvolge la storia degli anni sessanta e settanta.

In uno scontro a fuoco dai risvolti mai pienamente chiariti, il 30 maggio 1974 veniva ucciso dai carabinieri nella campagna reatina, Giancarlo Esposti, militante neofascista. Questo sanguinoso mistero arricchisce la fitta trama delle manovre occulte e assassine che avvolge la storia degli anni sessanta e settanta. Nello specifico, all’indomani della sua eliminazione, si era tentato di scaricare su Esposti le responsabilità della strage di Brescia avvenuta qualche settimana prima in Piazza della Loggia durante un comizio sindacale. I servizi deviati realizzarono infatti un identikit del massacratore che era il ritratto sputato del militante caduto. Poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, la manovra non riuscì per un semplice particolare: Esposti si era fatto crescere una folta barba e non corrispondeva così all’immagine ritratta dai facitori di piste che non avevano avuto il tempo di rendersi conto del nuovo aspetto assunto dal capro espiatorio designato. Da quel maggio 1974 la strategia della tensione e lo stragismo avrebbero preso un’accelerazione notevole contribuendo ad attrarre il partito comunista nell’area di governo e a far piazza pulita dei residui bastioni d’indipendenza energetica e di politica estera dell’Italia postbellica. Una serie di putsch intestini e discreti avrebbe messo fine alla tradizionale politica euro/araba perseguita dall’Italia e dal Vaticano e avrebbe insediato nei posti-chiave dell’intelligence il partito israeliano. Il tutto sarebbe stato accompagnato da una diffusa guerra civile d’élite, ovvero dagli anni di piombo che sarebbe costata centinaia di morti e quasi dieci migliaia di prigionieri politici. A trent’anni di distanza la cortina fumogena permane, rafforzata dall’accettazione acritica dei luoghi comuni imposti dagli interessi di scuderia del partito comunista.
 
Petizione a sostegno di Bobby Sands street a Teheran PDF Stampa E-mail
Scritto da IrlandaNews   
Domenica 30 Maggio 2004 01:00

Bobby Sands al posto di Winston Churchill: è lo strano destino di una strada di Teheran, che alcuni anni fa è stata ribattezzata per ricordare il martire dell’indipendentismo irlandese.

Gli scherzi della toponomastica hanno ottenuto intenti ancora più beffardi poiché la strada in questione si trova nelle immediate vicinanze dell’ambasciata britannica della capitale iraniana. Da qui le recenti pressioni da parte della diplomazia inglese per convincere il governo Khatami a rimuovere il fastidioso riconoscimento nei confronti di colui che Londra non ha mai smesso di considerare un semplice terrorista.

Un punto di vista difficilmente condivisibile da parte di chi ricorda che il 27enne di Belfast era stato condannato a 14 anni di galera solo per possesso di arma da fuoco, non per strage di civili inermi. In ogni caso nel 1981 Bobby Sands è assurto a simbolo della lotta di liberazione irlandese dopo essersi lasciato morire di fame in carcere al termine di un lungo braccio di ferro col governo di Margareth Thatcher per ottenere lo status di prigioniero politico. Nelle ultime settimane di carcere, ormai in fin di vita, Sands era stato anche eletto deputato a Westminster ottenendo oltre 30.000 voti. Risale a quell’epoca il legame tra il moderno eroe dell’indipendentismo irlandese e quello che alcuni considerano uno Stato-canaglia. Il governo iraniano si recò in via ufficiale ai funerali di Sands donando anche una targa commemorativa alla famiglia del giovane. Adesso, sebbene il ventennale della sua morte sia trascorso da tempo e nonostante un processo di pace in corso da anni, il ministro degli esteri inglese Jack Straw sta intensificando gli sforzi diplomatici per convincere l’Iran a cancellare quel nome scomodo dal quartiere dove ha sede l’ambasciata.

Fonti del ministero avevano inizialmente negato l’esistenza di pressioni in tal senso su Teheran: “vi sono problemi ben più importanti del nome di una strada”, aveva assicurato un portavoce dello stesso Straw. Salvo essere poi smentito da un collega che in un’altra occasione dichiarava che “gli iraniani possono dimostrare la loro volontà di combattere il terrorismo anche cambiando il nome di una strada”. Il ministro degli esteri iraniano Kamal Kharazi ha confermato che Straw si è rivolto personalmente a lui nelle visite in Iran degli ultimi due anni. E se l’ambasciata irlandese non ha preso una posizione ufficiale limitandosi a ricordare che Bobby Sands street è un’attrazione turistica per gli irlandesi che visitano il paese degli ayatollah, molto più decisa è stata la reazione della comunità nazionalista del nord Irlanda, secondo la quale il governo iraniano non deve cambiare la denominazione della strada anche per ricordare a Londra il suo passato di oppressione e violenza nei confronti del popolo irlandese. “Bobby non è morto da terrorista, ma da combattente per la libertà del nostro paese”, ha affermato Danny Morrison, direttore della fondazione di Belfast intitolata a Sands, “e intitolandogli una strada Teheran ha inteso rendere onore a un martire del popolo”. Morrison ha lanciato anche una petizione su internet per chiedere al primo ministro iraniano Khatami di non esaudire le richieste degli inglesi. Le adesioni alla petizione, divenute centinaia nel giro di pochi giorni, continuano a crescere a vista d’occhio. “Gli inglesi vogliono nascondere il nome di Bobby Sands alla vista della gente – ha spiegato Morrison - ma non riusciranno a cancellare il sentimento di libertà che tuttora ispira”.

 
Giuliano e Gli Eroi PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Domenica 30 Maggio 2004 01:00

Eracle, Achille, Alessandro Magno: furono queste tre figure paradigmatiche a ispirare l'azione di Flavio Claudio Giuliano, l'Augusto che, sulla scia del Macedone, avrebbe voluto dare una dimensione eurasiatica all'Impero Romano.

Il vocabolo sanscrito avatâra, che esprime il concetto di una “epifania” della divinità in forma umana, secondo il grammatico Pânini significa letteralmente una “discesa” dal cielo alla terra; è il medesimo significato della parola araba tanzîl, che la terminologia islamica applica alla “discesa” del Verbo divino in forma di Scrittura rivelata. Giuliano, da parte sua, riprende un termine già usato da Plotino e da Giamblico, pròodos, per indicare la “processione” dal cielo alla terra compiuta da Asclepio, che Zeus generò da sé tra gli intelligibili e manifestò tra gli uomini per mezzo dell’energia vivificatrice di Helios (Contro i galilei, 200A-B). Nato da un dio e da un essere mortale (una ninfa), Asclepio appartiene alla schiera di quegli esseri che per via analogica potrebbero essere definiti come gli avatâra della tradizione greca; si tratta di esseri intermedi tra gli dèi olimpici e gli uomini, che a volte sono chiamati genericamente “dèi” (theòi), altre volte “eroi” (héroes) o “semidei” (hemìtheoi).
Tra questi esseri, a dominare il paesaggio spirituale dell’età tardoantica e ad imporsi come modelli paradigmatici di saggezza e di regalità, furono principalmente Dioniso ed Eracle, ma anche Achille e Alessandro Magno: tutte figure che esercitarono su Giuliano, “uomo certamente degno di essere annoverato fra i geni eroici” 1, un’influenza profonda e determinante. A Dioniso e ad Eracle, Giuliano venne equiparato da Temistio di Costantinopoli, un commentatore di Aristotele, “uomo serio e sinceramente virtuoso, [che] accoppiava all’intelligenza dei più ardui problemi filosofici un senso del reale e dell’utile onde era tratto ad occuparsi, con particolare cura, di tutte le cose attinenti alla vita civile” 2. Leggiamo infatti nella giulianea Lettera a Temistio (253B-C): “Ma adesso tu, con la tua ultima epistola, hai reso più grande il mio timore e mi hai mostrato che l’impresa è in tutto più ardua, dicendo che dal dio sono stato assegnato al medesimo posto in cui precedentemente si trovarono Eracle e Dioniso, i quali erano filosofi e al contempo regnarono e ripulirono quasi tutta la terra ed il mare dal male che li infestava”. Come Temistio, così anche Libanio paragonò Giuliano ad Eracle 3, sicché non ci pare fuor di luogo supporre, con il Rostagni, che “l’assimilazione di Giuliano a Dioniso e ad Eracle (…) non fosse lanciata là a caso, solo per scopo retorico, ma avesse un contenuto mitico e partisse, direttamente, dalla coscienza degli iniziati. Con quel nome, cioè, e sotto quelle sembianze videro il cesare entrare nella vita politica e partire alla volta della Gallia i compagni di fede e di iniziazione ch’egli aveva in Oriente” 4.
Ma è lo stesso Giuliano che, nell’orazione Contro il cinico Eraclio, interpreta i miti concernenti le imprese di Eracle e la nascita di Dioniso. “Attraverso la sua esegesi di Eracle come salvatore del mondo, grazie alla guida costante di Atena Pronoia, Giuliano ambisce a stabilire una duplice connessione: nel suo ruolo di mediatore e di salvatore, Eracle è associato a Mitra, ma anche, a un altro livello, a Giuliano stesso, che appare appunto come un secondo Eracle-Mitra, destinato dagli dèi a restaurare l’ordine, religioso e politico, nel mondo romano” 5. Anche a Giuliano, infatti, venne riconosciuta la qualità “soterica” caratteristica di Eracle: si veda ad esempio come l’anonimo Panegirico composto in sua lode  

Due "madri della Chiesa" PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Domenica 30 Maggio 2004 01:00

In un testo scolastico di storia della letteratura latina recentemente pubblicato dalla “Nuova Italia” entra finalmente il capitolo su “Roma ebraica”. E Sant’Agostino viene messo in compagnia di Simone Weil e di Edith Stein, proclamata santa dal papa “orfano di madre ebrea”.

Tratto da "Minima Holocaustica"

l vecchio Orazio ci ha invitati a non esagerare: «Est modus in rebus, sunt certi denique fines, - quos ultra citraque nequit consistere rectum» (1). Predicano bene e razzolano male, perciò, quei quattro o cinque latinisti che hanno pubblicato per La Nuova Italia una storia della letteratura latina intitolata Est modus, nella quale, ad onta del titolo oraziano, i confini dell’opportunità e della convenienza sono stati abbondantemente superati.

Infatti il terzo volume dell’opera dedica a “Roma ebraica”, “una Roma altrettanto colta e affascinante” di quella pagana e cristiana (p. 460), un ampio paragrafo che si ingegna di ripercorrere le vicende storiche dei curti Judaei (2), e ciò ben oltre i limiti cronologici dichiarati nel titolo (Dall’età imperiale all’umanesimo), arrivando addirittura… al 4 giugno 1944, quando, grazie ai bombardamenti, all’invasione e all’occupazione angloamericana, “Roma tornò libera (sic)” (p. 462).

Ma non basta. La vera novità di questo nuovo testo scolastico è che in esso trovano spazio, accanto ai soliti autori, due nomi che nelle storie letterarie latine non avevamo mai visti. Si tratta di due scrittrici, due “donne emancipate e anticonformiste” (p. 511), che vengono accostate nientepopodimeno che a Sant’Agostino, in quanto “il loro pensiero, intenso e irrequieto, poggiato su una solida base filosofica, le avvicina al dinamismo della spiritualità agostiniana […] Ad Agostino sono poi simili per l’intima necessità di allineare le scelte di vita al percorso spirituale” (p. 510).

Chi sono queste due “Madri della Chiesa”? Una è Simone Weil, l’altra è la neosanta Edith Stein. (Mancano, per ora, Hannah Arendt e Anne Frank. Speriamo nella prossima edizione).

Simone Weil, come è noto, ha sottoposto la civiltà antica a un vero e proprio giudizio finale. Secondo costei, la civiltà greca presenta un suo volto positivo solamente in relazione a quegli aspetti che costituirebbero una prefigurazione di corrispondenti idee cristiane. Data un’impostazione di questo genere, è naturalmente grazie a Platone, “il padre della mistica occidentale” (3), che la Grecia attinge la sua vetta spirituale più alta. Per quanto invece riguarda Omero, il saggio weiliano su L’Iliade poema della forza è chiaro ed eloquente. La forza, affer

 
Finis Europae PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Sabato 29 Maggio 2004 01:00

La seconda guerra mondiale segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.

Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.

Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.

Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.

A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.

L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.

Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni os

 
La più grande campagna di distruzione di libri di tutta la storia PDF Stampa E-mail
Scritto da Martin Lüders   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

E’ pratica comune enfatizzare la vastità della messa al bando dei libri durante il Nazionalsocialismo senza mai menzionare la ben peggiore opera di distruzione e proibizione di libri intrapresa dalle potenze vincitrici dopo la sconfitta tedesca nella seconda guerra mondiale

Dopo che Adolf Hitler, come capo del partito di maggioranza relativa, aveva assunto l’incarico di formare il nuovo governo, gli studenti tedeschi, ripetendo le gesta della distruzione della letteratura papista fatta da Martin Lutero e quella dell’arsione della letteratura reazionaria per opera dei rivoluzionari al Wartburg nel 1817, bruciarono pubblicamente i libri pervasi da “spirito anti-germanico”. Questi erano atti dimostrativi che non avevano nulla a che vedere con la messa al bando o la proibizione dei libri. I bandi furono emanati per la prima volta, in modo non coordinato, da vari uffici governativi fino a che il Ministro della Pubblica Educazione e della Propaganda, sotto il controllo di Joseph Goebbels, istituì l’unico sistema di messa al bando dei libri attraverso la Camera delle Pubblicazioni del Reich. Queste liste nere di libri della Camera delle Pubblicazioni contenevano anche i libri segnalati alla polizia come osceni od offensivi durante la Repubblica di Weimar, e furono progressivamente ridotte di numero. Al contrario si inserirono nelle liste le pubblicazioni prodotte da coloro che erano fuggiti all’estero (“traditori del popolo”), da marxisti, e autori sovietici. Nel 1939 quelli a “soggetto pornografico” costituivano solo il 10% dei libri messi al bando. Secondo l’essenziale lavoro sulla politica letteraria del Nazionalsocialismo (Nationalsozialistische Literaturpolitik di Dietrich Strothmann Bonn, 1985, Edizioni Bouvier; la prima edizione apparve nel 1960), circa 12.500 libri furono messi al bando nel corso dei dodici anni del regime Nazionalsocialista in Germania.

Questo dato viene messo in dubbio nell’approfondito studio sulla proibizione degli “scritti nocivi e indesiderabili” nel Terzo Reich (Die Indizierung 'schädlichen und unerwünschten Schrifttums' im Dritten Reich), pubblicato nel 1971, vol. XI degli Archiv für Geschichte des Buchwesens (Buchhändlervereinigung, Frankfurt/Main, prima edizione 1968) da Dietrich Aigner che afferma, sulla base dei risultati delle sue ricerche, che questa cifra è “abbondantemente sovrastimata”. Egli ha scoperto che, dalla fine del 1938 la lista dei libri messi al bando della Camera delle Pubblicazioni del Reich comprendeva 4.175 titoli di singoli e 565 bandi comprensivi vale a dire per tutta l’opera di 565 autori. Questo numero fu fortemente incrementato nel 1941 quando iniziò la guerra contro l’Unione Sovietica e 337 ulteriori bandi comprensivi furono emanati nei confronti di letterati in qualche modo legati al regime sovietico.

E’ pratica comune, nelle manifestazioni e sulle pubblicazioni, enfatizzare la vastità della messa al bando dei libri durante il Nazionalsocialismo senza mai menzionare l’opera di distruzione e proibizione di libri intrapresa dalle potenze vincitrici dopo la sconfitta tedesca nella seconda guerra mondiale. Opera che fu compiuta, sotto ogni aspetto, in maniera molto più rigorosa ed estesa rispetto alla precedente. Nel 1989, quando l’editrice "Börsenblatt für den deutschen Buchhandel" di Francoforte dedicò molti saggi all’argomento “storia della censura sui libri”, la descrizione si interrompeva col maggio 1945 e riprendeva con la nascita della Repubblica Federale Tedesca sorvolando su quanto era successo in quegli anni. L’unica cosa detta era “un altro enorme apparato di controllo fu introdotto sulla scena dopo la guerra”. Nient’altro. Nessun altro dettaglio era fornito. E non sarebbe stato difficile approfondire i fatti. Seguendo l’ordine del 15 settembre del 1945, dato dal Capo Supremo dell’Amministrazione Militare Sovietica in Germania, le potenze alleate istituirono una Commissione di Controllo "Ordinance No. 4", solo pochi mesi dopo, il 13 maggio 1946 “concernente la confisca della letteratura e delle pubblicazi
 
Le SS in Tibet PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Storia della Deutsches Ahnenerbe e della celebre spedizione in Tibet del 1938. ad opera del capo della spedizione, lo Hauptsturmführer SS dr. Ernst Schäfer.

La Deutsches AhnenerbeStudiengesellschaft für Geistesurgeschichte ("Eredità tedesca degli antenati – Società di studi per la preistoria dello spirito“) sorse il 1 luglio 1935 per iniziativa del Reichsführer SS Heinrich Himmler, il quale concepì l’idea di dar vita a tale istituzione in seguito alla lettura dell’opera dell’olandese Herman Wirth 1, da lui personalmente incontrato un anno prima. Della nuova Società di studi fu segretario generale, fino alla fine, l’ Obersturmbannführer SS Wolfram Sievers, che sarà processato a Norimberga e impiccato. La sede della Società era a Berlin-Dahlem, Pücklerstrasse n. 16, mentre la fondazione che la sosteneva economicamente si trovava al n. 28 della Wilhelmstrasse.

Principale organo di stampa della Deutsches Ahnenerbe, che pubblicava libri e periodici, fu la rivista “Germanen”.

L’ Ahnenerbe nacque sotto il patronato congiunto delle SS e del Ministero dell’Agricoltura: oltre a Himmler, era entrato in rapporto col professore olandese anche il ministro Richard Walther Darré, il quale avvertiva pure lui l’esigenza di un’istituzione scientifica che fornisse solide basi alla dottrina del Partito. Ma la collaborazione tra Himmler e Darré non sarebbe durata a lungo, data la loro divergenza di vedute circa l’ Idealtypus germanico, che per il ministro dell’Agricoltura (e per lo stesso Wirth) era rappresentato dal contadino, mentre per il capo delle SS si identificava con la figura del guerriero. Al professor Wirth, che lasciò la Ahnenerbe nel febbraio 1937, subentrò come presidente della Società Walther Wüst, rettore dell’Università di Monaco e membro dell’Accademia delle Scienze, il quale era affiancato da uno stretto collaboratore di Himmler, Bruno Galke. Nel 1943 Wüst diede le dimissioni; ciò non gli evitò di essere condannato a morte a Norimberga, anche se la pena capitale gli venne poi commutata.

L’unica menzione pubblica fatta da Himmler circa la Ahnenerbe si trova in un discorso del gennaio 1937. Parlando del Servizio razziale delle SS, il Rasse und Siedlungshauptamt, Himmler disse che “esso ha anche l’incarico di effettuare ricerche scientifiche in collaborazione con l’Istituto Ahnenerbe. Così – proseguì il Reichsführer SS – ad Altchristenburg abbiamo scoperto una fortezza su una superficie di trenta iugeri. (…) Dal punto di vista scientifico e dottrinale, il nostro compito consiste nello studiare queste cose senza falsificarle, in maniera obiettiva. Le scoperte fatte dall’Istituto Ahnenerbe ad Altchristenburg hanno rivelato l’esistenza di sette strati (…) Tutte queste cose ci interessano, perché rivestono la massima importanza nella nostra lotta ideale e politica”. E fu lo stesso Himmler, stando almeno a quanto dichiarato da Sievers a Norimberga, a riassumere lapidariamente il programma generale delle attività demandate alla Ahnenerbe, con queste parole: “Raum, Geist, Tod und Erbe des nordrassischen Indogermanentums” (“Spazio, spirito, morte ed eredità del mondo indogermanico di razza nordica”).

In altri termini, la Società aveva il compito di effettuare ricerche sullo spirito ariano, di salvare e rinvigorire le tradizioni popolari, di diffondere tra la popolazione la cultura tradizionale germanica. Sorsero quindi in seno alla Ahnenerbe una cinquantina di dipartimenti, ciascuno dei quali si dedicava a un particolare settore d’indagine: i canti tradizionali, le

 
L’AMBLIMORO ANTIFASCISTA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

“Il peggior prodotto del fascismo è stato l’antifascismo democratico” - Amadeo Bordiga

L’ossimoro, figura retorica che consiste nell’accostare in un’unica locuzione due parole esprimenti concetti contrari, è, come rivela l’etimo greco, una “acuta insensatezza” (oxy moron). Per esemplificare l’ossimoro, il Dizionario della lingua italiana di Devoto-Oli del 2000-2001 cita espressioni quali “ghiaccio bollente” o “convergenze parallele” (anche se quest’ultima potrebbe essere definita, più particolarmente, un… ossimoroteo) .

Poi, però, vi sono anche dei casi in cui l’accostamento di due termini dal significato contrastante configura, a differenza dell’ossimoro, una insensatezza che non è affatto acuta, ma è, invece, decisamente ottusa, sicché un sintagma di tal genere lo potremmo battezzare, se ci fosse consentito l’ardire, con un neologismo di nostro conio: amblimoro (ambly moron), “ottusa insensatezza”.

Così alla categoria degli amblimori si potrebbero assegnare sintagmi quali “antifascismo antimperialista”, “antimperialismo antifascista”, “antifascismo e antimperialismo”, “antifascista e antimperialista” et similia.

A parte gli scherzi, espressioni come queste sono circolate di recente, dopo che venne lanciata l’idea di organizzare, a sostegno dell’Iraq, una manifestazione senza pregiudiziali ideologiche, dalla quale nessuno doveva essere escluso sulla base del suo particolare orientamento politico.

A taluni però parve scandaloso che non venisse fissata, per la suddetta iniziativa, la condizione indispensabile e necessaria della professione di fede antifascista da parte degli aderenti, per cui si cominciò a dire che una manifestazione politicamente ortodossa a sostegno dell’Iraq doveva essere, al contempo, “antimperialista e antifascista”.

Che l’accostamento dei due concetti configuri una contradictio in adiectis, per noi è lampante. Ma, a quanto pare, per molti non lo è affatto e quindi è necessario dimostrarlo, dati alla mano.

Già il giovane Marx aveva definito gli Stati Uniti come il “paese dell’emancipazione politica compiuta”, ovvero come “l’esempio più perfetto di Stato moderno”, capace di assicurare il dominio della borghesia senza escludere le altre classi dalla fruizione dei diritti politici. Un critico marxis

 
IMPERATORE E SULTANO PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

La teocrazia imperiale di Federico II

Nel testo del diploma in cui è motivata la concessione della Medaglia d'Oro della Resistenza al Comune di Parma si possono leggere le seguenti parole: "Fiere delle secolari tradizioni della vittoria sulle orde di Federico imperatore, le novelle schiere partigiane rinnovavano l'epopea vincendo per la seconda volta i barbari nepoti oppressori delle libere contrade d'Italia..." Testuale.

Ha un bel dire il buon Franco Cardini, in un suo scritto su Federico II, che bisogna tenersi lontano dalle sirene devianti dell' "attualizzazione" e dell' "inattualità". Per circa due secoli una certa "storia patria" confezionata ad usum Delphini ha cercato di propinare a generazioni di Italiani una vera e propria falsificazione: quella secondo cui la ribellione antimperiale dei Comuni avrebbe rappresentato l'alba della coscienza nazionale e avrebbe costituito il primo tentativo dell'Italia per spezzare il giogo impostoci dal "secolare nemico" tedesco. Non c'è da stupirsi più di quel tanto, dunque, se colui che Dante chiamò "ultimo imperadore de li Romani" (Conv. IV, 3, 6) è diventato, per gli aedi dell'epos resistenziale, il capo di un'orda barbarica; così come non c'è da stupirsi più di quel tanto per la popolarità conosciuta negli ultimi anni dalla figura (più leggendaria che storica) di Alberto da Giussano.

Ma, al di là delle "attualizzazioni" propagandistiche e demagogiche, vogliamo chiederci quale sia la realtà di questo grande Inattuale, il cui ottavo centenario è venuto a coincidere, qualche anno fa, con il centocinquantenario di un altro Inattuale, un altro Federico: Friedrich Nietzsche, che in una sua celebre pagina definì Federico II "grande spirito libero, genio tra gl'imperatori".

Cerchiamo allora di gettare un rapido sguardo sullo scenario storico e di

 
UNA VITA PER LA PALESTINA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Come il Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, mobilitò le forze del mondo islamico a fianco dell’Europa.

All'albergo Palace di Gedda, dove nel 1964 alloggiò per qualche giorno prima di compiere il Pellegrinaggio alla Mecca, Malcolm X fu testimone degli affettuosi omaggi di cui era destinatario un altro pellegrino, suo vicino di stanza. "Una folla gli si raccolse intorno per baciargli la mano -scrive il capo dei Black Muslims nella sua Autobiografia- (...) Più tardi, nell'albergo, avrei avuto occasione di parlare con lui per una mezz'ora. Era un uomo di grande dignità, dai modi molto cordiali, al corrente su tutte le questioni internazionali, compresi gli ultimi sviluppi della situazione americana"1. Quell'uomo era al-Hâj Muhammad Amîn al-Husaynî, Gran Muftì di Gerusalemme. Ventitré anni prima di Malcolm X, era stato Adolf Hitler a parlarne in maniera ammirata, sottolineando la nobiltà della sua figura e la "superiorità della sua intelligenza"2 e concedendogli un privilegio mai concesso a nessuno: lo ospitò nel Palazzo Imperiale di Berlino e diede disposizioni affinché sull'edificio la bandiera della Palestina sventolasse più in alto di quella del Reich.

Muhammad Amîn al-Husaynî era nato nel 1897 a Gerusalemme. La famiglia di discendenti del Profeta di cui era originario annoverava tra i propri membri tutti quegli esperti di diritto sacro che negli ultimi due secoli avevano ricoperto la carica di muftì nella città santa. Compiuti i primi studi in Palestina, all'età di sedici anni Muhammad Amîn frequentò l'università islamica dell'Azhar, al Cairo, dove fu tra gli animatori e gli organizzatori del movimento antibritannico. Dopo la prima guerra mondiale, nel corso della quale fu ufficiale nella 46a divisione dell'esercito ottomano, diventò l'ispiratore della lotta dei Palestinesi contro l'occupazione inglese e l'immigrazione sionista. Sfuggito alla polizia militare britannica che era andata ad arrestarlo, riparò in Transgiordania, dove proseguì nella sua attività rifornendo i Palestinesi di armi e munizioni e guadagnandosi una condanna in contumacia a dieci anni di carcere. Diventato Gran Muftì di Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Islamico, al-Husaynî intensificò la lotta organizzando le sollevazioni del 1929 e del 1936, che videro i Palestinesi insorgere contro la presenza anglo-sionista. Successivamente continuò l'azione nella Siria sottoposta al controllo francese; poi, nel 1939, passò in Iraq.

 
Anni di piombo: Franceschini affonda Feltrinelli PDF Stampa E-mail
Scritto da dagospia   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli.

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli. Ecco un brano tratto dal capitolo intitolato Osvaldo, dedicato ai rapporti tra i brigatisti e l’editore milanese. (…) Quindi fu Curcio a presentarle Feltrinelli: quando e dove? Lo incontrai per la prima volta dopo la rottura con Simioni, a Milano. Lui non sapeva chi ero io, ma in quell’occasione ebbi la conferma che con Curcio, invece, si conoscevano benissimo. Dopo quel primo incontro, lo vide ancora? Molte altre volte. Con quale frequenza? Almeno una volta al mese. In qualche modo il nostro rapporto era stato istituzionalizzato. Dove avvenivano gli incontri con lui? Per gli appuntamenti avevamo un luogo fisso, nei giardini del castello Sforzesco di Milano. C’era una panchina, era la nostra panchina: ci vedevamo sempre lì. Era anche lui clandestino? Sì, si faceva chiamare Osvaldo. Aveva già fondato i Gap ed era passato alla clandestinità subito dopo la strage di piazza Fontana. Lui era convinto che i fascisti stessero organizzando un colpo di stato, e che la svolta berlingueriana disarmasse il Pci di fronte al pericolo di destra. Le prime volte, al castello Sforzesco, mi ci portava Renato. Poi lo incontrai anche da solo. Gli appuntamenti come venivano fissati? Ci si vedeva, poniamo, ogni mercoledì alle 20. E ogni volta ci si dava un appuntamento per il mercoledì successivo, alla stessa ora. Se uno saltava l’appuntamento, l’altro sapeva che doveva ripresentarsi la settimana dopo, lo stesso giorno, alla stessa ora. Non potevamo comunicare in nessun altro modo. Le regole della clandestinità le decideva lui, Feltrinelli, ed esigeva che le rispettassimo in modo rigoroso. Ricordo che Renato, ogni volta, commentava: che palle! Noi sapevamo benissimo chi era, ma dovevamo sempre far finta di non conoscerlo, anche se intorno a noi non c’era anima viva. Guai a chiamarlo Giangiacomo o Feltrinelli. Dovevamo chiamarlo Osvaldo. Come si svolgevano i vostri incontri clandestini? Lui in genere arrivava in anticipo. Ci si scambiava informazioni, noi gli raccontavamo della nostra attività e lui ci raccontava della sua. E poi si parlava delle cose che si potevano fare insieme. (…) Dunque, Feltrinelli era un “uomo di Cuba”, come amava presentarsi nei colloqui con voi, ed era alleato del “campo socialista”. Inoltre, aveva casa a Praga e un castello nelle foreste austriache, una sorta di autostrada naturale su cui scorrevano liberamente i suoi movimenti verso la Cecoslovacchia... E’ così, era quello che lui stesso ci raccontava. Vi sfiorava qualche volta il sospetto che potesse essere un uomo dei servizi segreti dell’Est? Una spia? Qualche volta sì, ci veniva il dubbio. Ma finivamo sempre per escludere un’eventualità del genere: il ruolo di spia ci sembrava troppo riduttivo, conoscendo lo spessore intellettuale del personaggio. Non una spia, nel senso classico del termine almeno. Ma proprio per la sua levatura, poteva essere un importante “agente d’influenza” nell’Europa occidentale. Aveva una delle case editrici più prestigiose d’Italia, attraverso la quale costruiva rapporti con la crema della cultura mondiale. E poi aveva un “sacco di soldi”, come diceva lei, con cui finanziava giornali e organizzazioni rivluzionarie. Questo é possibile, non mi sentirei di escluderlo. Certamente era un uomo dotato di una notevole autonomia intellettuale, ma al tempo stesso con rapporti strettissimi con i paesi dell’Est e al centro di una vastissima rete di relazioni internazionali. Caratteristiche che ne potevano fare certamente un “agente di influenza”, in un contesto anche più ampio di quello italiano. La dimensione internazionale del personaggio, diceva, era la caratteristica che vi interessava di più. Perché? Come ho già detto, i suoi ragionamenti sul blocco socialista non ci convince
 
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