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Storia&sorte
Georg Brandes e le interpretazioni del pensiero di Nietzsche PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni di Ar   
Venerdì 18 Giugno 2004 01:00

Francesco Ingravalle, in "Margini" n. 20, novembre 1997

Ci si potrebbe chiedere perché, tra la sterminata bibliografia nietzscheana in lingua straniera, le "Edizioni di Ar" hanno pubblicato proprio le conferenze di Georg Morris Cohen Brandes intitolate "En Afhandling em aristokratisk radikalisme" risalenti al 1888, e pubblicate in edizione accresciuta nel 1909 e, di lì a pochi anni, tradotte in francese e inglese (1914) e in tedesco. Tre lustri fa riscuoteva molti consensi l'interpretazione che Gianni Vattimo aveva dato di Nietzsche come di un "maestro del pensiero libertario", che non pareva consona né all'auto-interpretazione di Nietzsche (Ecce Homo), né alle prime interpretazioni che si incentravano sul superuomo. Georg Brandes invece parlava di "radicalismo aristocratico" concepito per creare una "Herrenmoral" in cui la vita, superando la decadenza, cioé il predominio degli ideali ascetici, realizza sé stessa nelle forme più alte; Lou Salomé intendeva l'intero percorso filosofico nietzscheano come un tentativo di superare i valori che annientavano la vita nelle figure di un'umanità superiore - il "superuomo" - che si sostituisce alla vecchia immagine di Dio (Lou Andreas Salomé, "Friedrich Nietzsche in seinen Werken" , Wien, 1894). Queste due letture del pensiero di Nietzsche coglievano alla perfezione il nesso "nichilismo - critica della morale - superuomo" (nel quale rientrava perfettamente anche l'"eterno ritorno dell'uguale" come culmine del nichilismo stesso e come 'prova di forza dello spirito'). A Brandes e Lou Salomé si deve aggiungere R. Steiner "F. N. Ein Kampfer gegen seine Zeit", Weimar, 1895, che, però, considerava la critica della morale un corollario dell'idea di "superuomo".
Si esamini la bibliografia su Nietzsche compresa tra il 1880 - anno in cui Nietzsche compare citato per la prima volta nei "Grundrisse der Geschichte der Philosophie" di F. Uberweg - e il primo conflitto mondiale dopo il quale Ernst Gundolf e Florentin Hildebrandt, appartenenti al circolo letterario di Stefan George, pubblicarono un'opera in cui si proponeva l'immagine di Nietzsche come "temperamento eroico" in lotta contro il nichilismo politico e morale della modernità; successore di Nietzsche è il poeta George; essa sembra culminare nell'immagine di Nietzsche come una "torcia ardente gettata sulla polverosa Europa"; in George rivive l'antica visione eudemonica del mondo, "la sfera che ruota eternamente su sé stessa" e il "sereno sorriso" della Grecità olimpica. (cfr. E. Gundolf - Florentin Hildebrandt "Nietzsche als Richter unserer Zeit", Breslau, 1923).
Già nel 1918 Ernst Bertram ("Nietzsche, Versuch einer Mythologie", Berlin, Bondi) aveva interpretato Nietzsche come figura leggendaria e come creatore di miti strettamente religioso, nordico e luterano. Il superuomo appare come trasvalutazione e redenzione dell'umano.
Con queste due interpretazioni iniziava un'altra storia: quella del recupero neo-romantico della grecità e del mito in contrapposizione alla e come compensazione della disfatta tedesca del 1918, come risposta alla disfatta stessa. E' già il clima della "rivoluzione conservatrice", del nuovo nazionalismo e della utilizzazione del mito che costituirà l'anima del nazional - socialismo in Rosenberg e Hitler. Un'altra storia dunque: quella della reazione della cultura tedesca al crollo dell'impero guglielmino e della tensione fra chi reagisce guardando a Oriente, alla Russia dei Soviet, e chi reagisce scendendo nelle profondità mitologiche del Deutschtum (attraverso le quali guarda, magari, alla Grecità, come è il caso del "Platon" del filologo classico U. von Wilamowitz - Moellendorff); una storia che, dalla età precedente aveva ereditato alcune 'parole - chiave': "nichilismo", "superuomo", "decadenza": la prima e l'ultima ristre tte alla diagnosi della "catastrofe tedesca", la seconda piegata alle speranze di una rinascita, anche nei termini millenaristici di un 'Terzo Reich'.
Come fu interp

 
E li chiamavano guardia bianca del Capitale… PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Giovedì 17 Giugno 2004 01:00

Un testo recentemente edito dalle Edizioni di Ar ricostruisce la concezione della proprietà nelle Rivoluzioni Nazionali Europee, mostrando come esse abbiano scardinato la società individualistico-liberrale dalle fondamenta, in direzione di un autentico Stato Nazionalpopolare. Oltre la barbarie capitalistica, verso un “comunismo gerarchico”.

Quando Ugo Spirito, nel 1932, metteva uno di fronte all’altro individuo e Stato, parlando della loro “identità speculativa”, e tracciava una precisa ipotesi di eliminazione della proprietà privata in nome della giustizia sociale e della dignità di tutti e di ognuno, aveva bene in mente qual’era il pericolo mondiale a cui la nostra civiltà già allora andava incontro. Non tanto il marxismo, deriva ideologica del borghesismo internazionale, e neppure il bolscevismo sovietico, che sembrava sulla via di tingersi di crescenti colorazioni nazionali, ma piuttosto il liberalcapitalismo: questo il vero e più insidioso nemico dei popoli.

Bisogna leggere Il comunismo gerarchico. L’integralismo fascista della Corporazione proprietaria e della Volksgemeinschaft di Sonia Michelacci (Edizioni di Ar), un testo unico in materia, per avere la precisa sensazione di come l’epoca presente e la prima metà del secolo XX siano due realtà non solo diverse, ma opposte. L’Autrice, specialmente attraverso l’analisi del concetto di proprietà, studiato nella dottrina e nelle legislazioni sociali del Regime fascista, della Repubblica Sociale e del Terzo Reich, ed anche nel pensiero sociale cattolico, perviene alla piena illustrazione di come vi fosse in quelle creazioni politiche la volontà di fondere le istanze tradizionali con le esigenze moderne, la comunità con la personalità: l’organismo con l’organizzazione. Già dagli esordi, il fascismo sancì quello che era uno dei suoi fulcri ideologici, cioè la preminenza del comunitario sull’individuale e del pubblico sul privato, giungendo alla sua codificazione con la Carta del Lavoro che, nel 1927, provava a dare una prima, anche se insufficiente, prova di come il fascismo fosse – o, almeno, dovesse essere – il rovesciamento del precedente regime liberale.

La Carta del Lavoro, di ispirazione bottaiana, era ricca di enunciazioni impegnative: vi si proclamava l’intoccabilità della proprietà privata, ma solo qualora il proprietario fosse in grado di valorizzarla; si garantiva all’imprenditore la proprietà dei mezzi produttivi, purché li usasse con profitto comune e, in ogni caso, non contro gli interessi dello Stato; si definiva quello del proprietario, in generale, come diritto “vincolato” e non assoluto. Queste le proclamazioni, che ebbero anche ricadute sulla tendenza giuridica: ma, nel complesso, il sistema delle garanzie padronali rimase appena scalfito. E per l’autentica fondazione di uno Stato sociale-popolare non bastarono neppure la creazione della Magistratura del Lavoro nel 1928, la faticosa introduzione nel 1934 delle ventidue Corporazioni, l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, nel 1939: di fatto, il corporativismo non ebbe tempo né modo di uscire dalle secche delle teorie di principio, e non incise che saltuariamente sul piano della legislazione sociale e delle risoluzioni giuridiche. Tanto che, significativamente, il Codice Civile del 1942 viene dalla Michelacci definito “la vittoria della concezione borghese e conservatrice della proprietà privata.

 

Venticinque anni fa veniva ucciso Francesco Cecchin PDF Stampa E-mail
Scritto da Tratto da Carpe Diem   
Mercoledì 16 Giugno 2004 01:00

A Roma, nel quartiere Salario, il diciassettenne veniva gettato da un muretto da un pugno di militanti attempati del PCI il 28 maggio 1979. Il 16 giugno Francesco sarebbe morto al termine di una lunga agonia. Questa notte è stata tenuta la veglia. Oggi un corteo alle 18 in Piazza Vescovio.

Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi "attivisti" comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I. - F.d.G. di viale Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo della normale attività del "Fronte" condite con minacce varie ed atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un'automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda.
La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti di estrema sinistra, capeggiati da S. M. che, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad intervenire, (S. M. ha da sempre esercitato una sorprendente autorità sulla polizia) si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: "...vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia..."; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: "TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE MALE!".

La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... È lui, è lui, prendetelo!". Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all'imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette.


A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell'ordine, si assiste invece all'affrettarsi di tutti a liquidare l'accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, "impaurito", avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario Dott. S..
Apparendo questa versione s

 
Novantotto anni fa nasceva Léon Degrelle PDF Stampa E-mail
Scritto da Orientamenti & Ricerca   
Martedì 15 Giugno 2004 01:00

Partì da soldato semplice sul Fronte dell’Est dove si conquistò uno a uno i galloni fino a quello di generale delle Waffen SS e conseguì la massima decorazione, le Fronde di Quercia. Hitler gli disse: “se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come lei”.

Novantotto anni fa nasceva Léon Degrelle

Nella stessa Buglione che aveva dato i natali a Goffredo, primo Re di Gerusalemme. Degrelle, grande capo politico e tribuno popolare, fu il fondatore di Rex. Partì da soldato semplice sul Fronte dell’Est dove si conquistò uno a uno i galloni fino a quello di generale delle Waffen SS e conseguì la massima decorazione, le Fronde di Quercia. Hitler gli disse: “se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come lei”.

Prima della guerra Degrelle si batté “contro tutti i partiti, contro tutti i corrotti” e riuscì ad imporsi contro i socialisti e l’alto clero. Si mise alla testa del più grande sciopero generale della storia belga e riuscì a portarlo al successo, garantendo assistenza e cibo, presso le famiglie dei militanti borghesi, a tutti i figli dei proletari in sciopero, molti dei quali conobbero così per la prima volta la villeggiatura.

Imprigionato allo scoppio della guerra e deportato nello stesso campo dei profughi repubblicani spagnoli, nella speranza, rivelatasi impropria, che lo linciassero, una volta liberato dai tedeschi, Degrelle volle partire sul Fronte dell’Est come soldato semplice.

Vi guadagnò ogni grado e decorazione. In particolare alla battaglia di Tcherkassy sostenne diciassette corpi a corpo in una sola giornata e fu ferito ben tre volte. Hitler lo mandò a prelevare con un aereo e lo volle con lui per la convalescenza.

Nel 1945 riuscì in modo miracoloso a raggiungere la Spagna laddove rimase fino alla morte, il giorno di venerdì santo del 1994. Contro di lui le autorità del Belgio occupato dalla Nato promulgarono la “lex degreliana” interdicendo solo all’eroe nazionale i termini di proscrizione di legge ed impedendone così il trionfale ritorno in patria.

Fino all’ultimo istante Degrelle ha continuato un’opera di divulgazione politica e di approfondimento storico alla quale dobbiamo documenti preziosi, specie riguardanti i retroscena della Prima guerra mondiale e la storia veridica ed istruttiva del Nsdap dagli anni Venti alla presa del potere.

 
STRANE RICONCILIAZIONI E… ANTIFASC-ISTERIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Martedì 15 Giugno 2004 01:00

“Il ventesimo secolo non finirà senza assistere a strane riconciliazioni” Pierre Drieu La Rochelle

Il 27 dicembre 1942, mentre a Stalingrado infuria la battaglia che segnerà l’inizio della sconfitta dell’Asse, Drieu La Rochelle annota nel suo Diario: “Morirò con gioia selvaggia all’idea che Stalin sarà il padrone del mondo. Finalmente un padrone. È bene che gli uomini abbiano un padrone il quale faccia loro sentire l’onnipotenza feroce di Dio, l’inesorabile voce della legge”.

Un mese più tardi, in data 24 febbraio 1943, Drieu auspica: “Ah, che muoiano pure tutti questi borghesi, se lo meritano. Stalin li sgozzerà tutti e dopo di loro sgozzerà gli ebrei… forse. Eliminati i fascisti, i democratici resteranno soli di fronte ai comunisti: pregusto l’idea di questo tête-à-tête. Esulterò nella tomba”.

Il 3 marzo si augura la vittoria dei Russi, piuttosto che quella degli americani: “I russi hanno una forma, mentre gli americani non ne hanno. Sono una razza, un popolo; gli americani sono un’accolita di ibridi”.

Quanto al marxismo, secondo Drieu si tratta di una malattia passeggera che non compromette la fondamentale sanità dell’organismo russo. L’autocrazia sovietica rimane dunque la sola alternativa all’individualismo e alla democrazia, prodotti della décadence occidentale: “Scompariranno così tutte le assurdità del Rinascimento, della Riforma, della Rivoluzione americana e francese. Si torna all’Asia: ne abbiamo bisogno” (25 aprile 1943). E ancora: “Il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo (…) solo il comunismo può mettere veramente l’uomo con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei padroni. Stalin, più che Hitler, è l’espressione della legge suprema” (2 settembre 1943).

Considerazioni di questo genere si fanno più frequenti nel corso del 1944, finché, il 20 febbraio 1945, Drieu esprime la fiducia che i Russi possano “spiritualizzare il materialismo” (1).

Prospettive analoghe a quelle espresse da Drieu in questi brani del Diario si trovano nella lunga lettera che alcuni mesi dopo, il 22 agosto 1945, il capo dell’Unione Fascista Russa Konstantin Rodzaevskij scrive dall’esilio “al Capo dei popoli, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, Generalissimo dell’Armata Rossa, Iosif Vissarionovic Stalin”. Il capo fascista dichiara: “Vorremmo portare sotto i vessilli staliniani, sotto gli ieri odiati

 
Inquisitore sarà lei! PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Martedì 15 Giugno 2004 01:00

Ricercatori del Vaticano cercano di sminuire i crimini dell’Inquisizione: “solo” un centinaio i casi di roghi ordinati dallo storico tribunale contro i 50 mila dell'era moderna. Ma tra un fanatismo omicida religioso ed uno laico è proprio necessario scegliere?

ROMA - L'Inquisizione torturava, ma non così tanto e non crudelmemente quanto si pensa. Sono le conclusioni a cui è giunto Agostino Borromeo, curatore del volume di atti del simposio vaticano sull'Inquisizione presentato oggi in Vaticano. Secondo i dati di Borromeo, su 125.000 processi dell'Inquisizione spagnola, solo 59 «streghe» sono finite sul rogo; l'Inquisizione portoghese ha invece bruciato 4 persone e quella italiana 36. «Se si sommano questi dati - ha commentato Borromeo - non arriviamo neanche ad un centinaio di casi, contro i 50.000 di persone condannate al rogo, in prevalenza dai tribunali civili, su un totale di 100.000 processi (civili ed ecclesiastici) celebrati in tutta Europa nell'età moderna».

STREGHE - Dati interessanti anche sulle esecuzioni di «streghe». Furono più numerose nei Paesi protestanti che in quelli cattolici: mille in Italia, su più di 13 milioni di abitanti, 4000 circa in Francia su venti milioni, 25mila in Germania su 16 milioni di abitanti. La «ricchezza dei dati forniti» dal convegno organizzato in Vaticano, a giudizio di Borromeo, «consente di rivedere alcuni luoghi comuni assai diffusi tra i non specialisti: il ricorso alla tortura e la condanna alla pena di morte non furono così frequenti come si è per molto tempo creduto». «Oggi che si studia l'Inquisizione non più per difendere o attaccare la Chiesa - ha aggiunto Borromeo - il dibattito può tornare su un piano scientifico, e la documentazione accessibile lo consente».

MEA CULPA - La determinazione del Papa a voler fare il «mea culpa» giubilare è stata confermata dal cardinale Etchegaray, presidente del comitato per il giubileo del Duemila. Il cardinale Cottier, presidente della commissione storico-scientifica che ha curato il convegno, ha sottolineato che le «perplessità» di alcuni prelati sulla opportunità di chiedere perdono per le colpe della chiesa era diffusa tra gli eccles

 
LA LINGUA DELL’OCCIDENTE CONTRO LE LINGUE DELL’EUROPA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 14 Giugno 2004 01:00

La lingua, secondo Heidegger, è “la casa dell’essere”. La difesa delle lingue europee contro la peste americana è una linea di combattimento che riguarda la nostra stessa essenza di Europei.

In uno “speciale” dell’”Espresso” di quattro anni fa (19 novembre 1998) dedicato ai gerghi giovanili di fine millennio, un testo di Raffaele Simone terminava con un sommesso ma chiaro grido d'allarme: "Le ultime generazioni di giovani (...) hanno spostato, senza quasi che nessuno se ne accorgesse, alcune regole del gioco culturale. Noi siamo cresciuti nella convinzione che convenisse essere articolati, strutturati, che il linguaggio dovesse essere ricco, preciso e accorto; che le distinzioni dovessero essere sfumate, e che comunque distinguere fosse meglio che confondere, fondere o mescolare. Insomma, siamo cresciuti nella convinzione che una delle funzioni principali del linguaggio sia quella di aiutarci a essere articolati e precisi. (...) Oggi, invece, dall'universo della precisione stiamo regredendo verso quello del pressappoco: il linguaggio delle ultime leve giovanili (...) è generico (...) Rifiuta le messe a punto precise, le focalizzazioni rigorose: lascia tutto indefinito, in una sorta di insipido brodo di significati (che poi è forse proprio il brodo di cultura del New Age...)".

Adempiuta la formalità "pluralistica" di riservare una mezza paginetta anche al punto di vista critico, “L’Espresso” impostava però la sua inchiesta in tutt'altro senso, presentando ai lettori la neolingua "under-18" come "uno slang scherzoso, ludico, creativo e fantasioso". In ogni caso, se la concezione democratica della lingua proibisce ai lessicografi di orientare e li costringe a piegarsi all'"autorità dell'uso" e quindi a registrare supinamente, non sarà certo "L'Espresso" a dar lezioni di purismo...

D'altra parte, dell'attuale degrado della lingua italiana non sono certo i gerghi giovanili i soli colpevoli, e neanche i maggiori. Infatti, la principale arma culturale impiegata dall'Occidente nel suo attacco contro l'Europa è l'influenza linguistica esercitata dall'inglese. A dir la verità, più che della lingua di Oxford e Cambridge si tratta delle parlate semiumane della California, del Bronx e della Casa Bianca, vale a dire "del bel paese là, dove okay suona"; o meglio, dove suonò la prima volta, per esser poi adottato dalle scimmie dell'universo "mondo occidentale". Si tratta ormai di uno pseudoinglese "globale", una sorta di neoesperanto privo di ogni rapporto con la lingua di Shakespeare e di Pound, una lingua franca senza sintassi e impiegabile solo per fini pratici e limitati. “Per comprare un pacchetto di sigarette”, come dicono certi insegnanti di inglese. E se uno non fuma, che cosa se ne fa dell’inglese?

 
Iraq e TV : lo strano ruolo dell'avvocato Scelli PDF Stampa E-mail
Scritto da www.osservatoriosullalegalita.org   
Domenica 13 Giugno 2004 01:00

Dal 4 giugno scorso, giorno del'arrivo del Presidente Bush, assistiamo ad una fitta sequenza di eventi debitamente catapultati sui maggiori contenitori radiotelevisivi. L'ultimo significativo evento in ordine cronologico è la concitata conferenza stampa dell'avvocato Scelli, uomo di punta della Croce Rossa Italiana in Iraq.

Il tono e le parole usate da Scelli scatenano interrogativi legittimi sul ruolo umanitario? paramilitare? filogovernativo? che la Croce Rossa Italiana sta svolgendo nel teatro di guerra. L'aria esagitata dell'avvocato con la quale di fronte ai giornalisti negava in maniera più assoluta che sia stato pagato un riscatto per il rilascio degli ostaggi e che tutto si sia svolto
sul piano umanitario evidenzia due contraddizioni fondamentali:

1) La liberazione degli ostaggi ha avuto i caratteri di un'operazone militare o umanitaria?
2) La Croce Rossa Italiana può essere in grado di escludere il pagamento di un riscatto? E se ha l'autorità ed i mezzi per escluderlo con cognizione di causa in una conferenza stampa quale differenza passa tra un'organizzazione
umanitaria e una servizio militare di intelligence?

In altri termini quale fattore X spinge Scelli a dar man forte a Gianfranco Fini e al Governo nel replicare al lancio d'agenzia di Gino Strada
sull'ipotesi di una verità alternativa a quella ufficiale?

Un'idea si fa strada, ricordando l'intervento di Scelli nell'ultima trasmissione di Vespa con in studio il Ministro Frattini: Dopo un abbonadante esaltazione delle imprese della Croce Rossa in Iraq, Scelli si è lasciato andare ad un commovente ringraziamento al Ministro degli Esteri per il finanziamento della missione umanitaria. In campagna elettorale quell'involontario spottone crocerossino a favore di "Franchino" Frattini muove sicuramente la materia urnare delle cabine. A questo punto sorge il dubbio: Quale ruolo sta svolgendo da un punto di vista politico e militare l'avvocato Scelli?

Non è difficile ad un osservatore attento notare come i filmati dei Tg sugli attentati quotidiani in Iraq siano molto diminuiti, se non in qualche caso azzerati, contrariamente alla realtà, e che l'aria che si vuole mostrare al pubblico sia quella di una pseudo-normalizzazione pre-elettorale, di una risoluzione ONU che avrebbe, tra un affaccio da Vespa, uno da Mentana e un sms affettuoso della Presidenza del Consiglio, portato già pace, democrazia e più sicurezza nel mondo.

by www.osservatoriosullalegalita.org
 
Se la poteva proprio risparmiare PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Sabato 12 Giugno 2004 01:00

Ritrovato il relitto di una caravella che avrebbe partecipato al quarto viaggio di Cristoforo Colombo verso il Nuovo Mondo. Si ascrive al genio italiano la grande scoperta che avrebbe in seguito maciullato le civiltà e imbarbarito l’umanità.

In una piccola baia davanti alle coste di Panama sarebbe stato localizzato il relitto di una delle caravelle con cui Cristoforo Colombo effettuò il suo quarto ed ultimo viaggio verso le Americhe, nel 1502, alla ricerca di un passaggio che conducesse verso le Indie e la Cina. A quanto riferisce "Der Spiegel", dovrebbe trattarsi della caravella "Vizcaina", affondata durante il viaggio di ritorno verso la Spagna a causa delle pessime condizioni del suo scafo. Un esame dei reperti portati in superficie ha dimostrato che il legno dello scafo risale a un periodo compreso tra il 1469 ed il 1486, mentre le tracce di olio d'oliva riscontrate su alcune brocche di argilla indicano che esso proveniva dall'Andalusia, la regione spagnola in cui Colombo fece costruire le sue caravelle. Un altro forte indizio che si tratti della "Vizcaina" deriva dal fatto che esso non e' protetto da alcun rivestimento, misura entrata in vigore solo nel 1509 per combattere gli effetti devastanti del "Teredo navalis", il terribile tarlo del legno che divorava gli scafi di allora. Il relitto della "Vizcaina" fu stato scoperto nel 1996 da un sommozzatore dilettante nella baia panamense denominata "Nombre de Dios", nei pressi della localita' Portobelo, ma nessun ricercatore diede peso al ritrovamento. Da un anno a questa parte, invece, un team di cui fanno parte due famosi archeologi sottomarini della "Texas A&M University", il responsabile dei servizi archeologici del governo di Panama, eminenti studiosi sivigliani di Cristoforo Colombo ed uno specialista tedesco per la datazione con il metodo del carbonio C-14 dell'università di Kiel hanno condotto le ricerche che hanno permesso adesso di identificare la caravella di Colombo.

 
UNA IGNORATA MISSIONE DI EVOLA A PRAGA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 11 Giugno 2004 01:00

Nell’estate del 1938 Julius Evola fu a Praga, dove svolse un’azione politica ad alto livello. Prima della rivolta scoppiata nel Sudetenland il 13 settembre, Evola frequentava nella capitale cecoslovacca “alte personalità ceche in carica di governo”, tra cui lo stesso ministro degli Esteri. L’ipotesi di cui Evola era portatore consisteva in un progetto di autonomia per i Sudeti all’interno della Cecoslovacchia. L’annessione dei Sudeti al Reich pose fine a questo progetto.

In un saggio dedicato all'attività svolta da Julius Evola in alcuni paesi dell'Europa centro-orientale, nonché alla fortuna della sua opera in tali paesi (Julius Evola sul fronte dell'Est, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1998), abbiamo rievocato un episodio di natura politico-diplomatica di cui lo scrittore italiano fu protagonista a Praga nell'estate del 1938: Evola effettuò nei circoli governativi della capitale cecoslovacca una sorta di sondaggio, al fine di vedere se fosse possibile dare alla questione dei Sudeti una soluzione che non consistesse nella pura e semplice annessione al Reich. Da parte nostra, ipotizzavamo che tale sondaggio potesse "rientrare nel quadro di un tentativo progettato negli ambienti del Ministero degli Esteri del Reich, tentativo condiviso dai circoli politici"1 frequentati all'epoca da Evola.

H.T. Hansen, che è verosimilmente il miglior conoscitore dell'opera evoliana nell'area austro-tedesca, osserva in un suo studio recente che non vi sono né documenti né testimonianze attestanti una collaborazione di Evola con la Wilhelmstrasse2; per contro, lo studioso austriaco sembra propenso a ritenere che l'azione svolta da Evola in Cecoslovacchia abbia ricevuto il sostegno del circolo di Othmar Spann e in particolare di Walter Heinrich, la cui opera Hat der Westen eine Idee? era già stata favorevolmente segnalata dallo scrittore italiano3. In particolare, H.T. Hansen cita i seguenti brani della Weltwoche svizzera dell'11 ottobre 1935 (utilizzati da un rapporto della Gestapo): "La vera direzione del fronte patriottico dei Tedeschi Sudeti è nelle mani della Kameradschaftsbund, un'unione cameratesca formata da giovani politici tedesco-sudeti, il cui punto centrale di riferimento era l'assistente del noto prof. Othmar Spann, il libero docente dott. Heinrich, il cui compito consisteva nella diffusione delle idee di Spann. (..) I giovani uomini della Lega per il Cameratismo aspiravano molto più ad un modello austriaco che non a quello del Reich germanico (..) I giovani tedesco-sudeti di Spann sanno molto bene che con una uniformizzazione hitleriana sarebbero perduti e desiderano quindi sinceramente una realizzazione delle loro idee di Stato organico nell'ambito della Repubblica cecoslovacca"4. Da ciò si può agevolmente concludere che "gli sforzi di Evola e di Heinrich andavano nella stessa direzione"5.

 
NOVE MILIONI DI DOLLARI E NESSUN BLITZ PDF Stampa E-mail
Scritto da www.peacereporter.net   
Venerdì 11 Giugno 2004 01:00

Una fonte di PeaceReporter rivela: "Gli ostaggi italiani sono stati consegnati alle forze Usa, non c'è stato nessun blitz"

10 giugno 2004 - "Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi. Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, n.d.r.) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po’ di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma"."Il mattino seguente, intorno alle 9:30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri.Erano sicuramente uomini del mukhabarat (servizio segreto, n.d.r.) americano. Hanno aperto la porta dell’abitazione, senza forzarla, come se fosse già aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco.Li hanno caricati su un furgoncino bianco e se ne sono andati via. Il tutto con la massima calma. Non è stato sparato un colpo. Nella casa, a parte gli ostaggi, evidentemente non c’era più nessuno. Non è stato assolutamente un blitz militare come è stato annunciato tre ore dopo. Quelli sono tutta un’ altra cosa. Lì si è trattato di una semplice presa in consegna. Gli americani sono andati lì a colpo sicuro. Sapevano che gli ostaggi erano stati portati lì, si erano messi d’accordo. Il vostro governo ha pagato un riscatto: nove milioni di dollari. Qui ormai lo sanno tutti. Adesso però basta parlare al telefono, non è sicuro". A parlare, raggiunto al telefono da PeaceReporter, è un iracheno, il signor Fahad, che assieme ad altri due suoi vicini, il signor Mohammed e il signor Ibrahim, è stato testimone oculare della liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio. Fahad parla dalla sua casa, al 13 di Zaitun Street, ad Abu Ghraib, il sobborgo occidentale di Baghdad divenuto tristemente famoso per lo scandalo delle torture sui prigionieri iracheni. La sua versione dei fatti è confermata da un'altra fonte irachena raggiuntada PeaceReporter, vicina al braccio politico della guerriglia. Una fonte che ha voluto rimanere anonima, e che ha fornito la sua versione di tutta la vicenda del sequestro, delle trattative e della liberazione.

La fonte inizia facendo un nome, quello di Salih Mutlak. "Mutlak dice è un facoltoso commerciante iracheno arricchitosi con le speculazioni e il contrabbando durante il periodo dell’embargo. Da molti è definito semplicemente come un ‘mafioso’. Lui è il personaggio chiave della vicendadella liberazione dei tre ostaggi italiani, assieme al già noto Abdel Salam Kubaysi (solo un omonimo di Jabbar al-Kubaysi), ulema sunnita e docente all’ università di Baghdad, salito all’onore delle cronache televisive internazionali per il suo ruolo nella trattativa per il rilascio - dietro pagamento di riscatto - degli ostaggi giapponesi".

Secondo la fonte, con Mutlak e con Kubaysi il governo italiano avrebbe trattato segretamente per settimane al fine di ottenere il rilascio di Agliana, Cupertino e Stefio, rapiti il 12 aprile assieme a Quattrocchi, ucciso il 14 aprile. Si scoprirà poi che aveva in tasca un porto d’armi rilasciato dalle forze britanniche e un pass della Coalizione.

I contatti tra i nostri servizi segreti, il Sismi, e la coppia Mutlak-Kubaysi sono iniziati subito dopo quei tragici giorni, e già il 20 aprile erano cominciate a trapelare notizie sull’accordo con il governoitaliano per il pagamento di un riscatto di 9 milioni di dollari. Il 22 era stato lo stesso governatore italiano di Nassiriya, Barbara Contini, a lasciarsi scappare che non c’era nulla da stupirsi del fatto che il governo pagasse un riscatto. "Si è sempre fatto così" aveva detto. Subito dopo aveva smentito questa dichiarazione, e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva detto che si trattava di "storie prive di fondamento". Lo stesso giorno, una qualificata fonte dei servizi segreti italiani rivelava

 
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