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Storia&sorte
IMPERATORE E SULTANO PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

La teocrazia imperiale di Federico II

Nel testo del diploma in cui è motivata la concessione della Medaglia d'Oro della Resistenza al Comune di Parma si possono leggere le seguenti parole: "Fiere delle secolari tradizioni della vittoria sulle orde di Federico imperatore, le novelle schiere partigiane rinnovavano l'epopea vincendo per la seconda volta i barbari nepoti oppressori delle libere contrade d'Italia..." Testuale.

Ha un bel dire il buon Franco Cardini, in un suo scritto su Federico II, che bisogna tenersi lontano dalle sirene devianti dell' "attualizzazione" e dell' "inattualità". Per circa due secoli una certa "storia patria" confezionata ad usum Delphini ha cercato di propinare a generazioni di Italiani una vera e propria falsificazione: quella secondo cui la ribellione antimperiale dei Comuni avrebbe rappresentato l'alba della coscienza nazionale e avrebbe costituito il primo tentativo dell'Italia per spezzare il giogo impostoci dal "secolare nemico" tedesco. Non c'è da stupirsi più di quel tanto, dunque, se colui che Dante chiamò "ultimo imperadore de li Romani" (Conv. IV, 3, 6) è diventato, per gli aedi dell'epos resistenziale, il capo di un'orda barbarica; così come non c'è da stupirsi più di quel tanto per la popolarità conosciuta negli ultimi anni dalla figura (più leggendaria che storica) di Alberto da Giussano.

Ma, al di là delle "attualizzazioni" propagandistiche e demagogiche, vogliamo chiederci quale sia la realtà di questo grande Inattuale, il cui ottavo centenario è venuto a coincidere, qualche anno fa, con il centocinquantenario di un altro Inattuale, un altro Federico: Friedrich Nietzsche, che in una sua celebre pagina definì Federico II "grande spirito libero, genio tra gl'imperatori".

Cerchiamo allora di gettare un rapido sguardo sullo scenario storico e di

 
UNA VITA PER LA PALESTINA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Come il Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, mobilitò le forze del mondo islamico a fianco dell’Europa.

All'albergo Palace di Gedda, dove nel 1964 alloggiò per qualche giorno prima di compiere il Pellegrinaggio alla Mecca, Malcolm X fu testimone degli affettuosi omaggi di cui era destinatario un altro pellegrino, suo vicino di stanza. "Una folla gli si raccolse intorno per baciargli la mano -scrive il capo dei Black Muslims nella sua Autobiografia- (...) Più tardi, nell'albergo, avrei avuto occasione di parlare con lui per una mezz'ora. Era un uomo di grande dignità, dai modi molto cordiali, al corrente su tutte le questioni internazionali, compresi gli ultimi sviluppi della situazione americana"1. Quell'uomo era al-Hâj Muhammad Amîn al-Husaynî, Gran Muftì di Gerusalemme. Ventitré anni prima di Malcolm X, era stato Adolf Hitler a parlarne in maniera ammirata, sottolineando la nobiltà della sua figura e la "superiorità della sua intelligenza"2 e concedendogli un privilegio mai concesso a nessuno: lo ospitò nel Palazzo Imperiale di Berlino e diede disposizioni affinché sull'edificio la bandiera della Palestina sventolasse più in alto di quella del Reich.

Muhammad Amîn al-Husaynî era nato nel 1897 a Gerusalemme. La famiglia di discendenti del Profeta di cui era originario annoverava tra i propri membri tutti quegli esperti di diritto sacro che negli ultimi due secoli avevano ricoperto la carica di muftì nella città santa. Compiuti i primi studi in Palestina, all'età di sedici anni Muhammad Amîn frequentò l'università islamica dell'Azhar, al Cairo, dove fu tra gli animatori e gli organizzatori del movimento antibritannico. Dopo la prima guerra mondiale, nel corso della quale fu ufficiale nella 46a divisione dell'esercito ottomano, diventò l'ispiratore della lotta dei Palestinesi contro l'occupazione inglese e l'immigrazione sionista. Sfuggito alla polizia militare britannica che era andata ad arrestarlo, riparò in Transgiordania, dove proseguì nella sua attività rifornendo i Palestinesi di armi e munizioni e guadagnandosi una condanna in contumacia a dieci anni di carcere. Diventato Gran Muftì di Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Islamico, al-Husaynî intensificò la lotta organizzando le sollevazioni del 1929 e del 1936, che videro i Palestinesi insorgere contro la presenza anglo-sionista. Successivamente continuò l'azione nella Siria sottoposta al controllo francese; poi, nel 1939, passò in Iraq.

 
Anni di piombo: Franceschini affonda Feltrinelli PDF Stampa E-mail
Scritto da dagospia   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli.

Giangiacomo Feltrinelli era l’uomo di collegamento tra il vertice delle Brigate rosse e i servizi segreti dell’Est comunista. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore delle Br, in Che cosa sono le Br, la lunga intervista concessa a Giovanni Fasanella e pubblicata dalla Rizzoli. Ecco un brano tratto dal capitolo intitolato Osvaldo, dedicato ai rapporti tra i brigatisti e l’editore milanese. (…) Quindi fu Curcio a presentarle Feltrinelli: quando e dove? Lo incontrai per la prima volta dopo la rottura con Simioni, a Milano. Lui non sapeva chi ero io, ma in quell’occasione ebbi la conferma che con Curcio, invece, si conoscevano benissimo. Dopo quel primo incontro, lo vide ancora? Molte altre volte. Con quale frequenza? Almeno una volta al mese. In qualche modo il nostro rapporto era stato istituzionalizzato. Dove avvenivano gli incontri con lui? Per gli appuntamenti avevamo un luogo fisso, nei giardini del castello Sforzesco di Milano. C’era una panchina, era la nostra panchina: ci vedevamo sempre lì. Era anche lui clandestino? Sì, si faceva chiamare Osvaldo. Aveva già fondato i Gap ed era passato alla clandestinità subito dopo la strage di piazza Fontana. Lui era convinto che i fascisti stessero organizzando un colpo di stato, e che la svolta berlingueriana disarmasse il Pci di fronte al pericolo di destra. Le prime volte, al castello Sforzesco, mi ci portava Renato. Poi lo incontrai anche da solo. Gli appuntamenti come venivano fissati? Ci si vedeva, poniamo, ogni mercoledì alle 20. E ogni volta ci si dava un appuntamento per il mercoledì successivo, alla stessa ora. Se uno saltava l’appuntamento, l’altro sapeva che doveva ripresentarsi la settimana dopo, lo stesso giorno, alla stessa ora. Non potevamo comunicare in nessun altro modo. Le regole della clandestinità le decideva lui, Feltrinelli, ed esigeva che le rispettassimo in modo rigoroso. Ricordo che Renato, ogni volta, commentava: che palle! Noi sapevamo benissimo chi era, ma dovevamo sempre far finta di non conoscerlo, anche se intorno a noi non c’era anima viva. Guai a chiamarlo Giangiacomo o Feltrinelli. Dovevamo chiamarlo Osvaldo. Come si svolgevano i vostri incontri clandestini? Lui in genere arrivava in anticipo. Ci si scambiava informazioni, noi gli raccontavamo della nostra attività e lui ci raccontava della sua. E poi si parlava delle cose che si potevano fare insieme. (…) Dunque, Feltrinelli era un “uomo di Cuba”, come amava presentarsi nei colloqui con voi, ed era alleato del “campo socialista”. Inoltre, aveva casa a Praga e un castello nelle foreste austriache, una sorta di autostrada naturale su cui scorrevano liberamente i suoi movimenti verso la Cecoslovacchia... E’ così, era quello che lui stesso ci raccontava. Vi sfiorava qualche volta il sospetto che potesse essere un uomo dei servizi segreti dell’Est? Una spia? Qualche volta sì, ci veniva il dubbio. Ma finivamo sempre per escludere un’eventualità del genere: il ruolo di spia ci sembrava troppo riduttivo, conoscendo lo spessore intellettuale del personaggio. Non una spia, nel senso classico del termine almeno. Ma proprio per la sua levatura, poteva essere un importante “agente d’influenza” nell’Europa occidentale. Aveva una delle case editrici più prestigiose d’Italia, attraverso la quale costruiva rapporti con la crema della cultura mondiale. E poi aveva un “sacco di soldi”, come diceva lei, con cui finanziava giornali e organizzazioni rivluzionarie. Questo é possibile, non mi sentirei di escluderlo. Certamente era un uomo dotato di una notevole autonomia intellettuale, ma al tempo stesso con rapporti strettissimi con i paesi dell’Est e al centro di una vastissima rete di relazioni internazionali. Caratteristiche che ne potevano fare certamente un “agente di influenza”, in un contesto anche più ampio di quello italiano. La dimensione internazionale del personaggio, diceva, era la caratteristica che vi interessava di più. Perché? Come ho già detto, i suoi ragionamenti sul blocco socialista non ci convince
 
Ottantanove anni fa l’Italia entrava in guerra PDF Stampa E-mail
Scritto da esercito.difesa.it   
Martedì 25 Maggio 2004 01:00

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale vide l'Esercito Italiano entrare in campo il 24 maggio 1915 con l'avanzata oltre il confine. Quella guerra segnò l’avvio di un’era nuova. Da essa, dal socialismo di trincea, dall’arditismo, nasceva la Rivoluzione delle Camicie Nere.

Lo scoppio della 1" Guerra Mondiale vide l'Esercito Italiano entrare in campo il 24 maggio 1915 con l'avanzata oltre il confine.
L'Esercito di fronte alla terribile prova decuplicò gli effettivi, potenziò l'arma aerea, creò corpi speciali, introdusse definitivamente il mezzo meccanico nei suoi ranghi.
Lo sforzo organizzativo fu davvero imponente sia nel campo operativo che logistico. La massa dei mobilitati da gestire in toto, mise a dura prova lo strumento che reagì a questa improvvisa crescita.
Gli anni di guerra fino a Caporetto videro l'Isonzo protagonista delle battaglie; i primi successi di rilievo furono proprio della 6" battaglia dell'Isonzo, che portò nell'estate del 1916 alla conquista di Gorizia. La 12" ed ultima battaglia segnò, invece, la sconfitta di Caporetto nell'ottobre 1917.
Le eroiche battaglie d'arresto sul Piave e sul Grappa (10 novembre - 4 dicembre) tamponarono la falla e nel 1918 il Piave (15-24 giugno) e Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre) segnarono la definitiva vittoria.

Durante il 1° conflitto, l'Esercito Italiano fu impiegato anche su fronti esteri. Fu la Francia con il II Corpo d'Armata che combatte valorosamente a Bligny (15-23 luglio) ed allo Chemin des Dames (10-12 ottobre 1918). In Albania e in Macedonia le truppe italiane occuparono Durazzo (29 dicembre 1915), Monastir (18 novembre 1916) e vinsero la battaglia di Malakastra (6-9 luglio 1918).

Aridi dati statistici della grande guerra si possono riassumere in oltre 4.000.000 di mobilitati, circa 600.000 caduti e 1.500.000 di feriti e invalidi

 
Montecassino: commemorato il sessantennale della battaglia PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

A Bracciano, il 21 sera, è stata consegnata una targa di ringraziamento ai combattenti tedeschi. Poi si è tenuta una serata multimediale Pavolini.

60 anniversario della battaglia di Montecassino. 
Gli italiani riconoscenti ai soldati tedeschi che difesero la nostra patria dall’invasore. 
Questo si può leggere in una targa perfettamente bilingue che è stata consegnata ai 
Reduci tedeschi di Montecassino. 
La serata, a Bracciano, è proseguita con un documentario storico su Alessandro Pavolini.
 
E’ saggio paragonare le sofferenze dei palestinesi con l’«Olocausto» ebraico? PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Qual è il rapporto tra «Olocausto» e «Questione palestinese»? Un autore giordano è persuaso della loro intima connessione e, rivendicando il diritto alla libertà di ricerca storica, non lesina bacchettate ai filo-palestinesi occidentali, colpevoli di non aggiornare il loro apparato argomentativo...

La scorsa settimana [l'Autore scrive il27 aprile, n.d.t.] è trascorso l’anniversario dell’«Olocausto» ebraico, celebrato dagli ebrei per ricordare al mondo le pretese atrocità commesse contro di loro dal Nazismo tedesco; atrocità di vario tipo senza alcuna base scientifica, come hanno dimostrato gli studiosi e gli storici revisionisti occidentali, i quali vengono sottoposti ad una persecuzione senza pari a causa delle loro ricerche. Cosicché questa ‘Bricconata’ [l’Autore usa un gioco di parole sostituendo la hâ’ di ‘mihraqa’=olocausto con la khâ’, e il risultato è ‘makhraqa’=bricconata, n.d.t.] resta al di sopra della critica, affinché il movimento sionista ne tragga un utile dal punto di vista politico, mediatico e finanziario. Per saperne di più sulla critica scientifica delle leggende sull’«Olocausto» ebraico e i vantaggi che ne ricava il movimento sionista, potete andare al seguente indirizzo internet: http://www.freearabvoice.org/arabi/kuttab/alMuarakhuna/index.htm

Nel corso degli anni passati sono emerse tra gli arabi tre tendenze nel trattare l’argomento dell’«Olocausto». La prima ammette l’«Olocausto» e se ne fa propagandista: è la tendenza di Edward Said e dei ‘Liberal arabi’; la seconda invita ad ignorarlo, considerando che noi arabi non abbiamo con esso alcun rapporto: è questa la tendenza anche della maggior parte dei sostenitori della «questione palestinese» in Occidente; la terza tendenza invita invece a confutarlo, poiché lo reputa un insieme di leggende fabbricate per motivi politico-ideologici che si ricollegano direttamente al conflitto sionista-palestinese e al potere della lobby ebraica mondiale.

Tuttavia, per la tendenza che riconosce la ‘Bricconata’ (sia che le faccia propaganda o che se ne disinteressi) il problema è che le leggende sull’«Olocausto», girando attorno all’unicità delle sofferenze degli ebrei, s’insinuano ad un livello tale che le altre sofferenze diventano insignificanti. Con il risultato che, accettando ciò, la «questione palestinese» viene resa un evento effimero, senza valore di fronte agli orrori dell’imparagonabile «Olocausto» di cui tutto il mondo porta la responsabilità a causa del presunto «antisemitismo». E il riconoscimento dell’«Olocausto» è il fulcro del riconoscimento culturale del diritto dello Stato del nemico di esistere quale rifugio per gli ebrei dall’«antisemitismo» nel mondo. Per questo, se riusciranno a condurre a termine quel che desiderano, gli americani lo introdurranno nei nostri programmi scolastici.

 
CORNELIU CODREANU E L' ITALIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Il rapporto di Corneliu Codreanu con l'Italia ha inizio con un singolare episodio; ce lo raccontò la vedova del Capitano, per mostrarci come spesso il marito avesse presentimenti e ispirazioni tutt'altro che fallaci.

Fu nel 1927, quando Codreanu si trovava nei pressi di Grenoble e gli giunse la notizia che in Romania si sarebbero svolte elezioni parziali; decise allora di accogliere l'invito a tornare in patria per parteciparvi e partì immediatamente dalla Francia. Per prendere il treno che lo avrebbe portato in Romania, dovette fermarsi in Italia, a Milano. Qui, avendo davanti a sé l'intera giornata, deposita il bagaglio alla stazione centrale e va alla ricerca di un barbiere; ma, al momento di pagare, non trova più il portafogli, dove c'erano i soldi e il biglietto per Bucarest. Si reca allora al consolato romeno (all'epoca a Milano ce n'era uno), ma gli viene negato qualsiasi aiuto. Ritorna alla stazione, si ferma sul fianco dell'edificio e resta lì per un po' a guardare i facchini che lavorano. Poi posa la mano sulla spalla di uno di loro e gli chiede se per caso non abbia trovato un portafogli. Proprio quell'uomo, qualche ora prima, ha effettivamente rinvenuto un portafogli e lo ha consegnato alla polizia ferroviaria; è appunto quello di Codreanu, il quale può rientrarne in possesso.

Un altro curioso episodio capitò a due o tre italiani che erano andati a Bucarest per incontrare il Capitano della Guardia di Ferro. "Giornalisti, probabilmente" - diceva la vedova, Elena Codreanu, la quale ricordava che il fatto avvenne nei primi mesi del 1938. In quel periodo Codreanu ricevette Virgilio Lilli (che scrisse poi un lungo articolo per "La Lettura"), Virginio Gayda del "Giornale d'Italia", Francesco Maratea del "Messaggero" e Julius Evola, che rievocò il suo colloquio col Capitano su diversi quotidiani e periodici. Orbene, i visitatori giunti dall'Italia capitarono alla Casa Verde un mercoledì o un venerdì, cioè in uno dei due giorni della settimana che i legionari consacravano al "digiuno nero": totale astinenza da cibo, bevanda e fumo fino al tramonto. O forse era un martedì, altra giornata nella quale spesso Codreanu digiunava. In ogni caso, quest'ultimo intrattenne nel proprio ufficio i giornalisti, finché, al tramonto, disse alla moglie di apparecchiare la tavola: gli italiani sarebbero stati suoi ospiti. La povera signora si spaventò, perché avevano soltanto un piatto di fagiolini, con cui Codreanu avrebbe interrotto il digiuno, e lei dovette ingegnarsi a farlo bastare per tutti. "Ma quegli italiani - raccontava divertita la vedova del Capitano rievocando l'episodio - non la smettevano più di manifestare il loro entusiasmo per il cibo e di elogiare la cena!"

In quello stesso periodo, il 21 febbraio 1938 per l'esattezza, venne reso noto il progetto della nuova costituzione romena, che comportava la dittatura personale del monarca; allora Corneliu Codreanu sciolse il partito legionario Totul pentru Tara e annunciò di voler partire per Roma, dove si sarebbe occupato dell'edizione italiana del suo libro.

Che tale questione stesse particolarmente a cuore al Capitano, è testimoniato da quattro lettere inedite che egli scrisse tra il '37 e il '38 al professor Leon Zopa, capo del cuib ("nido", cioè sezione) fondato a Roma nel settembre 1937 e denominato "Dacia".

 

 
Meteorite dell' estinzione, ecco il cratere PDF Stampa E-mail
Scritto da Farkas Alessandra   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

La scoperta di un gruppo di ricercatori della Nasa: la catastrofe fece sparire il 90% delle specie marine e il 70% di quelle terrestri . Al largo dell' Australia i segni dell' impatto di 250 milioni di anni fa

Duecentocinquanta milioni di anni fa un meteorite gigante ha rischiato di spazzare via completamente la vita sulla Terra. La scoperta - annunciata dalla rivista Science - è stata fatta da ricercatori della Nasa secondo i quali quel catastrofico e fino ad oggi inedito evento provocò l' estinzione del 90% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri che all' epoca popolavano il globo. La violenza senza precedenti dell' impatto è testimoniata dall' immenso cratere, dal diametro di 125 miglia, al largo della costa nord-occidentale dell' Australia, dove il meteorite si è abbattuto 200 milioni di anni prima della scomparsa dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa e testimoniata dal cratere di Chicxulub, al largo della penisola messicana dello Yucatan. «Anche questo evento, come quello che portò alla fine dei grandi rettili, è stato causato dall' impatto di un meteorite immenso», spiega il geologo Luann Becker dell' Università della California a Santa Barbara, che ha guidato lo studio in collaborazione con l' Università australiana di Canberra. «Il cratere - prosegue - è la testimonianza della prima grande estinzione di massa nella storia della vita sulla Terra». Le analisi eseguite finora dai ricercatori confermano che la collisione avvenne alla fine del periodo Permiano, quando il mondo aveva un aspetto diverso da quello attuale, con una sola grande massa continentale chiamata Pangea e un super oceano, il Panthalassa. Secondo gli studiosi l' impatto ha avuto luogo in un periodo in cui sulla Terra era in corso un' intensa attività vulcanica che portò alla «rottura» e alla separazione della Pangea. «La colossale estinzione di massa di 250 milioni di anni fa è stata provocata contemporaneamente dall' impatto del meteorite e dal vulcanismo - spiegano - proprio come avvenne a Chicxulub con la morte dei dinosauri». Finora, la teoria prevalente per giustificare l' estinzione del Permiano-Triassico era lo scatenarsi di una intensa attività vulcanica che, nel corso di migliaia di anni, avrebbe seppellito sotto un mare di lava quella che oggi è la Siberia, scagliando nell' atmosfera una quantità tale di gas da cambiare radicalmente le condizioni climatiche. Il percorso per arrivare a questa altra prova è stato lungo e complesso. A portare Becker e i suoi colleghi sulle orme del cratere è stato l' esame di una serie di frammenti scoperti nel continente antartico, che contenevano detriti di un impatto meteorico risalente alla fine del Permiano. Frammenti delle rocce proiettate all' intorno dall' urto catastrofico sono state ritrovate infatti non soltanto in Australia, ma anche in Antartide e in India. Proseguendo nella loro ricerca gli scienziati hanno trovato sia tra i ghiacci dell' Antartico che sulla costa nord-occidentale dell' Australia nella zona chiamata «Bedout High» cristalli di quarzo spezzati in più direzioni. «Solo pochi eventi naturali riescono a rompere in questo modo i cristalli di quarzo. E quello più probabile è l' impatto di un meteorite», dice Becker, sottolineando come la cronologia dei frammenti porta ad una data molto simile a quella della grande estinzione. Alessandra Farkas
 
Gaetano Alimonda, ragazzo PDF Stampa E-mail
Scritto da Schermonero   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Non sapremo mai più se questo (oggi oscuro) arcivescovo di Torino della fine dell'800 meritasse davvero l'intitolazione di una piazza, a Genova (sua città natale? Non sono ancora riuscito a scoprirlo).

E' stato prima il pennarello a cancellarne i meriti, con maleducazione o leggerezza, chissà, poi -questa fase è ancora in atto- l'abitudine. Ma non la prassi consolidata che si radica nei convincimenti di un popolo, bensì il truffaldino, ipnotico tentativo di cambiare le cose con prepotenza, in nome del proprio personalissimo "senso di giustizia", e mettere il resto del mondo, volente o nolente, davanti al fatto compiuto. Lì, in piazza Alimonda, il 21 luglio del 2001 è morto Carlo Giuliani; ed ora, nei siti internet, nelle pubblicazioni, in tutte le espressioni di pensiero di una sinistra troppe volte libera dalle inutili catene della realtà e del buon senso si può leggere sempre più spesso: Piazza Carlo Giuliani, (virgola ragazzo), al più qualcuno aggiunge "già piazza Alimonda". Cambia così la toponomastica comunale a Genova? A colpi di pennarello? E nella mia città io posso creare una "Piazza Sergio Ramelli" con lo stesso sistema? Intendiamoci. Carlo Giuliani, poveraccio, è morto a 21 anni o poco più, un'età in cui non dovrebbe morire nessuno; ed è morto lottando per inseguire i suoi ideali, nel sogno di un mondo secondo lui migliore: un grosso passo avanti, se si pensa a quanti coglioni ci lasciano le penne ubriachi o strafatti all'uscita da una discoteca, schiantandosi con la macchina. Ma non è nè un eroe nè un martire: è solo un poveraccio ucciso da una violenza, da un gioco più grandi di lui... e si dice che a Genova non ci dovevano essere agenti inesperti, ci volevano professionisti, e quello che è successo non sarebbe successo. Ma allora perchè non si addossa la responsabilità della morte di un ragazzo a Casarini ed Agnoletto, che per settimane prima del G8 avevano berciato oscenità alla sola idea della "provocazione" di trovarsi davanti dei professionisti, o magari l'esercito a difendere quella fottutissima Zona Rossa? Non li hanno voluti loro, i professionisti, e in sovrappiù il giorno dopo la tragedia hanno ripreso a sfilare come se niente fosse. Da un pò mi chiedo dunque questa cosa: ma sto monsignor Alimonda, arcivescovo di Torino, era davvero uno tanto mediocre da non meritarsi una piazza intitolata a lui? Questo scempio di aver dedicato una piazza a costui andava cancellato a colpi di pennarello? Una cosa la so: monsignor Gaetano Alimonda, ahilui, scelse la via sbagliata per tentare di assurgere all'effimera immortalità della toponomastica cittadina: non si fece mai venire l'idea di caricare una jeep dei Carabinieri, estintore in resta, insieme ad altri venti scalmanati.
 
IL MASSIMO CANTORE DELLA CIVILTA' GUERRIERA ANTICA ERA UN CONVINTO PACIFISTA. PAROLA DEL MAHATMA BRAD PITT. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Domenica 16 Maggio 2004 01:00

"L'Iliade non è mai stata così attuale", afferma Brad Pitt, a Cannes insieme al regista Wolfgang Petersen, a Orlando Bloom e all'ex Hulk Eric Bana per presentare, fuori concorso, il kolossal Troy.

L'attore, capelli corti e smoking, è arrivato insieme alla moglie Jennifer Aniston e i due sono stati accolti con vere e proprie scene di isterie collettiva.

"Ho fatto delle ricerche per interpretare Achille - ha aggiunto l'attore - e ho capito che Omero voleva far passare idee elevate che ci portassero a riflettere sul fatto che siamo tutti esseri umani. Come possiamo fare per vincere l'odio?". Per essere un Achille perfetto, Pitt avrebbe svolto un lungo lavoro di ricerca storica e di introspezione, oltre che un allenamento fisico durato 7 mesi.

Una malignità: si mormora che l'attore, dalla vita in giù, nelle scene di guerre del film sia stato sostituito da una controfigura a causa delle sue gambe troppo magre. Il celebre tallone di Achille doveva insomma essere per forza più evidente.

 
Gli assassini di "Dax" condannati. Quelli di Ramelli ancora a spasso. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Omicidio Dax, 16 anni e 8 mesi a giovane accusato

Federico Morbi, il trentenne accusato dell'omicidio di Davide Cesare, noto come Dax, il giovane del centro sociale Orso, avvenuto a Milano nella notte tra il 16 e 17 marzo dell'anno scorso, è stato condannato a 16 anni e 8 mesi di reclusione, con rito abbreviato. Lo ha deciso il gup Cesare Tacconi dopo oltre 5 ore di camera di consiglio.

Il giudice ha condannato Giorgio Morbi, 54 anni, padre di Federico, a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il tentato omicidio di Antonino Alesi, un amico di Dax che quella sera rimase ferito.

 
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