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Storia&sorte
È nato Alessandro Pavolini PDF Stampa E-mail
Scritto da www.gabrieleadinolfi.it   
Giovedì 29 Aprile 2004 01:00

Proprio nel giorno dell'anniversario dell'esemplare martirio del bisnonno

Roma 28 aprile ore 11,00

È nato Alessandro Pavolini
pronipote di Alessandro Pavolini.

Auguri ai familiari e ai fedelissimi

 
Ramiro Ledesma Ramos:itinerario di un non conformista PDF Stampa E-mail
Scritto da Asslimes.com   
Giovedì 29 Aprile 2004 01:00

Ramiro Ledesma Ramos, intellettuale e politico nazionalrivoluzionario spagnolo degli anni trenta.

«Noialtri riteniamo più salutare questa marea di scioperi perché essa contribuirà a squilibrare dei falsi equilibri. D’altra parte, sono mobilitazioni rivoluzionarie, di cui oggi il nostro popolo ha più che mai bisogno. La battaglia sociale alla base di scioperi e di collisioni con la reazione parlamentare, può fornirci l’occasione di confronti decisivi. Di fronte ai borghesi timorati che prendono paura del coraggio del popolo, noi plaudiamo all’azione sindacale che rinnova almeno le virtù guerriere ed eroiche della razza».
Ramiro Ledesma Ramos, citato in Fascismo rojo, Colectivo Karl-Otto Paetel, Valencia, 1998.

Ramiro Ledesma Ramos nasce ad Alfarz de Sayago (Zamora) il 23 maggio 1905, figlio di un maestro elementare senza molte risorse, ma con una vasta formazione culturale. Ad appena sedici anni, si trasferisce a Madrid dove lavorerà come funzionario delle Poste, ricevendo diversi incarichi nel corso di alcuni anni, fino ad inserirsi definitivamente nella capitale. La sua origine sociale, dalla classe medio-bassa, lo segnerà profondamente; egli si sente lontano dalle lotte sociali del decennio degli anni venti.

Autodidatta, egli non avrà una famiglia a sostenerlo, né un nome che lo introduca nella Madrid della dittatura primoriveristea. Studia e legge intensamente tutto quello che gli capita sotto mano, in particolare la filosofia francese. Rapidamente, sforzandosi di superarsi, egli comincia ad interessarsi ai filosofi tedeschi dei quali apprende la lingua sui loro stessi libri. La sua abilità nella lingua di Goethe giungerà ad un tale livello che egli tradurrà in spagnolo diversi lavori di filosofia che saranno pubblicati a Madrid. Questo aspetto sarà senza alcun dubbio una delle specificità che farà sì che, quando si lancerà nell’arena politica, egli non possa condividere la visione meridionale del fascismo, preferendo la sobrietà del nazional-socialismo che, in tutta onestà e verità, è difficile da classificare in questa corrente ideologica.

Ancora adolescente, egli aveva manifestato delle propensioni letterarie. Aveva scritto tra il 1923 e il 1925 diversi testi minori. El vacio (Il Vuoto), El joven suicida (Il Giovane suicida), e El fracaso de Eva (Il Fallimento di Eva) sono i titoli di alcuni di questi lavori, conservati, ma mai pubblicati. Il suo primo libro esce nel 1924, pubblicato dalle edizioni Reus di Madrid grazie ad un contributo finanziario di suo zio; è un romanzo autobiografico, El Sello de la muerte (Il sigillo della morte).È un testo con chiari riferimenti esistenziali e tradizionalisti, conseguenza del suo pensiero (Ramiro studia Nietzsche, Bergson, Kierkegaard) che lo condurrà a rompere con il movimento positivista e razionalista dell’epoca. Queste letture e la sua visione filosofica segneranno la sua traiettoria politica futura, lontana sia dal naturalismo che dal tradizionalismo spagnolo. Si afferma sempre che questo romanzo è il risulta

 
Il Fascismo e la casa PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 28 Aprile 2004 01:00

In un articolo del 1938 del celebre architetto Giuseppe Pagano, riguardante il sacrosanto diritto di ogni cittadino ad avere una dimora dignitosa.

«Ad ogni famiglia una dimora abitabile». Così si esprimeva Carlo Teodori nel 1938, con la pubblicazione dell'opuscolo "Il Fascismo e la casa", così gli fa eco Giuseppe Pagano, celebre, stimato, rivoluzionario architetto razionalista (autore, tra gli altri importanti progetti da lui realizzati, della quasi totalità dei padiglioni dell'Esposizione Internazionale di Torino, del 1928, dell'Istituto di Fisica nella Città Universitaria di Roma, del 1932-35, dell'Università Commerciale Bocconi a Milano, del 1937-41), in un articolo comparso durante lo stesso anno sulla rivista "Casabella-Costruzioni", da lui diretta. Lo scottante problema del diritto alla proprietà di una casa decorosa, condizione imprescindibile affinché l'uomo possa esplicare appieno le proprie potenzialità, nel costante miglioramento di se stesso e della società in cui vive, viene qui brillantemente affrontato e risolto, con inaspettata modernità. Le posizioni assunte dal Pagano ci rivelano quanto moderna fosse la dialettica politica e sociale ai tempi del regime. Tanto moderna e radicale da apparire, a distanza di 65 anni dalla pubblicazione del documento, assolutamente fresca ed innovativa. Tanto moderna e radicale da rivelare in tutta la sua accomodante e servile inerzia la politica economica e sociale di quest'Italia post-bellica, certo non disposta, nella sua pavidità, ad urtare gli ingenti interessi che gravitano attorno alle speculazioni edilizie. A costo di lasciare il proprio popolo su una strada.

Il Fascismo e la casa

Al problema dell’abitazione umana l’architettura pone la sua più appassionante attenzione. Dello stesso problema dell’abitazione umana l’urbanistica si occupa con dedizione totale. Analogo interessamento sulla stessa questione viene rivolto da diversi studiosi di problemi sociali. L’economista, il legislatore, l’igienista, il sociologo considerano giustamente il problema dell’abitazione umana come un argomento capitale della società moderna. Ma non tutti questi studiosi sentono con la stessa intensità la gravità e l’importanza di questo argomento. Vi sono architetti, urbanisti, igienisti e sociologi che sfiorano il problema soltanto alle sue prime difficoltà e si accontentano di soluzioni particolari. Per essi il problema ideale è rappresentato dalla demolizione delle case esteticamente ed igienicamente insufficienti per sostituirle con altrettante più adatte alle esigenze contemporanee. Questo modo di vedere è molto ottimistico ed incompleto, anche se può rappresentare un pratico compromesso con la immediata realtà. In ogni caso la soluzione non è né assoluta né integrale; in molti casi anzi si risolve in una ingiustizia, demolendo nei centri urbani delle vecchie case minorate ed abitate da classi meno abbienti, per sostituirle con presuntuosi falansteri da affittare a classi borghesi più ricche. In ogni caso il sociologo più illuminato vede in questa trasformazione immobiliare una questione di lucro piuttosto che un’azione morale guidata verso il benessere dell’uomo civile. Combattuto tra un de

 
Mussolini e la Spada dell'islam PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 28 Aprile 2004 01:00

In uno scritto sull'”espansionismo islamico” su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: "Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia."

Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l'autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell'Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all'edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto 'costernato' alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità". L'informazione, desunta da un articolo del "Turkish Daily News" del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d'Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l'idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell'epoca si era dichiarato contrario all'edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).

Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l'interesse di Mussolini per l'Islam potrebbe avere "le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell'Islam vergate da Nietzsche" (1).

L'ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l'Islam. Nell'aprile del 1913 infatti il direttore dell'"Avanti!" rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto "Nietzsche e il Corano" (2).

Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era "una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana" (3), la quale si era convertita all'Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell'Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest'ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam.

Un'altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent'anni più tardi parlerà anch'essa dell'Islam con Mussolini. Sarà la "Sceriffa di Massaua", Haleuia el-Morga<

 
OLOCAUSTO: oro confiscato a ebrei, Israele chiede parte maggiore PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos   
Martedì 27 Aprile 2004 01:00

Giudice usa dovrebbe privilegiare sopravvissuti che vivono in Israele

Gerusalemme, 26 apr. - (Adnkronos/ats) - Israele vuole ottenere una parte maggiore delle centinaia di milioni di dollari che rimangono ancora da distribuire nell'ambito dell'accordo globale del 12 agosto 1998, quando UBS e Credit Suisse si impegnarono a versare 1,25 miliardi di dollari in cambio della rinuncia a cause collettive contro gli istituti elvetici, come pure contro il governo svizzero e

la Banca nazionale. Lo stato ebraico ha chiesto al giudice newyorkese Edward Korman di tornare sulla sua intenzione di privilegiare i sopravvissuti dell'Olocausto che abitano nell'Europa dell'Est.

Per i titolari dei conti in giacenza erano stati riservati 800 milioni di dollari, ma piy dei tre quarti di questa somma non sono stati distribuiti. Il giudice incaricato di ripartire i fondi dovrebbe prendere una decisione finale nel corso delle udienze che cominceranno giovedì.

 
Sull'evoluzionismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Tratto da "Exempla" n. 4

I manipolatori della verità, che da decenni occupano rilevanti settori della cultura (giornali, case ditrice, scuole e università) esercitano una costante opera di disinformazione” rivolta soprattutto ai giovani: tra gli argomenti che sono oggetto di questa operazione va annoverato sicuramente quello relativo all’origine dell’uomo. Nei libri di testo scolastici, dalle elementari all’università, viene, tranne poche eccezioni, spacciata come unica verità scientifica l’ipotesi materialista dell’evoluzionismo. Ogni rifiuto di questo ottuso materialismo, che tende a escludere a priori qualsiasi intervento di un Creatore, viene bollato come oscurantista, antiscientifico e fondamentalista ed esclude i suoi fautori da ogni possibilità d’accesso ai “poteri” accademici, massmediatici e scientifici. Clamorosi falsi organizzati in laboratorio per confermare il mito evoluzionista sono sempre ignorati quando sono smascherati come tali continuando invece a trovare ospitalità nei testi di divulgazione. Occorre invece ricordare che oggi prestigiose riviste scientifiche cominciano ad accogliere con rispetto le tesi, sempre più diffuse, che giovani paleontologi, genetisti e biologi contrappongono a questo dogma indiscusso che possiamo definire “mito” evoluzionista nei suoi diversi esiti.Le mai verificate tesi darwiniane sono ormai superate da nuove concezioni quali la “progettazione intelligente” delle forme viventi e la “complessità irriducibile” delle forma di vita. L’appello dunque è ad aggiornare i libri di testo e a non accettare acriticamente questa vulgata imposta da tutti i media e presente anche nelle tabelle obsolete dei musei di scienze naturali, compreso il museo di Scienze Naturali di Milano.

L’articolo che segue è tratto da un forum di internet sull’evoluzionismo, a dimostrazione che le tesi di Forza Nuova non sono “estrose opinioni di beceri neofascisti” (NdR).Ciò che non dice mai, l’ottimo Piero Angela, è che la teoria di Darwin è messa in dubbio, e a voce sempre più alta, da un numero crescente di scienziati americani. Dal ‘93, l’autorevolissima Boston Review(la rivista del MIT, la più avanzata università scientifica Usa) accoglie un dibattito in cui i biologi, matematici, paleontologi e biochimici attaccano “il dogma evoluzionista”, e su basi scientifiche. L’evoluzionismo sostiene che nel DNA avvengono di continuo mutazioni accidentali. Il genetista James Shapiro ricorda invece che le mutazioni del DNA, la “scrittura della vita” (un vero “programma di computer”, con tutte le istruzioni per formare un essere vivente, presente sia negli esseri più ”primitivi” che dei più “evoluti”), sono rarissime. Perchè, dice shapiro - ecco un’altra notizia che Piero Angela evita di fornirci - “il DNA è fornito di molti apparati di “correzione di bozze”, su vari livelli, che riconoscono e rimuovono gli errori occorrenti durante la replicazione del DNA”. Il DNA dunque si difende at

 
Il darwinismo abolito? - i Lincei si ribellano PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

L'Accademia prepara una lettera di protesta al ministro Moratti.

ROMA - Accademia dei Lincei, venerdì pomeriggio. In via della Lungara la Classe di Scienze è riunita in sessione plenaria. Due giorni passati a sgranare tutti i punti in programma, ma alla fine il nodo viene al pettine. La questione Darwin approda nella più blasonata istituzione culturale d'Italia, e non lo fa certo in maniera soft. La posizione degli Accademici contro i nuovi programmi, che non prevedono l'insegnamento di Darwin nelle scuole medie, è unanime, di condanna e si sta concretizzando in una lettera contro il ministero.

Si alza per primo il socio Ernesto Capanna, professore di anatomia comparata alla Sapienza di Roma, che a nome di un gruppo di colleghi annuncia: "L'evoluzione è stata cancellata dai programmi delle scuole, e la nostra Accademia non è stata nemmeno consultata. Abbiamo preparato la bozza di una lettera da inviare al ministro, o anche alla stampa. Ve la leggo".

L'evoluzione è una realtà dei fatti, c'è scritto, che non può essere confutata. Le idee di Darwin rappresentano una maniera di vedere i fenomeni naturali da cui non si può prescindere. Tutta la biologia moderna deriva da lì. La teoria scientifica dell'origine della vita, ne consegue, va necessariamente insegnata ai ragazzi durante le scuole medie. "Prima, sarebbe effettivamente troppo presto - sottolinea Capanna - ma dopo è troppo tardi".

La lettera, redatta da una ventina di zoologi e botanici, viene approvata da tutte le altre categorie di scienziati. Paleontologi, fisici, chimici fanno fronte unico nel difendere l'insegnamento di Darwin nelle scuole. "Qualche matematico - racconta Carlo Alberto Redi, biologo dell'università di Pavia - non aveva seguito le polemiche delle ultime settimane e non credeva a ciò che dicevamo. Ci invitava a leggere meglio i programmi ministeriali. Qualcosa doveva esserci sfuggito, non era possibile che Darwin fosse semplicemente scomparso dalla lista delle materie da insegnare. Effettivamente, la vicenda ha dell'incredibile". "Ci chiedevamo tutti - aggiunge Floriano Papi, etologo dell'Università di Pavia - chi mai avesse potuto suggerire un'idea simile al ministro".


Dei circa ottanta membri della classe di Scienze, una sessantina erano presenti venerdì. "Ma mancava proprio il presidente, Lamberto Maffei - spiega Capanna - così abbiamo preferito posporre l'approvazione finale del documento. E' stata solo una questione di procedure, perché tra noi l'unanimità è completa. Redigeremo la versione finale della lettera e la approveremo nella prossima seduta, fra un mese. Una dozzina di righe: basteranno". Redi aggiunge: "Ho parlato con i colleghi della classe di Discipline morali, filologiche e storiche. Vogliono partecipare anche loro alla nostra presa di posizione".

La condanna dei nuovi programmi scolastici in via della Lunga

 
Per la tutela della memoria di Braveheart PDF Stampa E-mail
Scritto da Celticworld.it   
Domenica 25 Aprile 2004 01:00

Robroyston - Glasgow. A salvaguardia del luogo dove William Wallace venne tradito e catturato.

Il Clan Wallace sta cercando di acquistare circa 4 acri di terreno per preservarlo dallo scempio edilizio e dall'utilizzo a discarica.
In questo terreno (che come vedete è costituito principalmente da prati) si trova il luogo in cui William Wallace venne tradito e catturato.
Mantenerlo allo stato naturale e non vederlo soffocato da costruzioni o riempito di rifiuti è importante per preservare un fazzoletto di terra che da 700 anni a questa parte è rimasto immutato.
Il Clan Wallace sta tentano di acquisire questo terreno (che comprende anche alcune costruzioni, fra cui gli antichi granai dove Bravehaert venne catturato).Per il Clan Wallace, e per molti clans scozzesi, questo luogo è sacro, e non possono sopportare di vederlo violato dalle ruspe e da uno sviluppo edilizio selvaggio. Il Clan sta già raccogliendo fondi per garantirsi la migliore tutela legale e tecnica.
La raccolta di firme potrà aiutare il Clan Wallace a ricevere la giusta attenzione dalle autorità locali.

La vostra firma non implica alcuna spesa, tacita adesione od obbligo, ed è una semplice forma per manifestare il vostro sostegno alla nuova lotta che i Wallace si stanno avviando ad intraprendere.

Clicca qui per dare il tuo sostegno.
Il Clan Wallace ti informerà degli sviluppi della questione.
 
Gli Arditi nella Prima Guerra Mondiale PDF Stampa E-mail
Scritto da L'inferocito   
Sabato 24 Aprile 2004 01:00

Sulla storia militare e politica dei reparti d'assalto italiani nella Prima Guerra Mondiale è da tempo calata una cortina d'imbarazzo e di infastidito silenzio.

Gli storici marxisti italiani infatti, tutti intenti ad esaltare il neutralismo socialista e le violenze del "biennio rosso", hanno accuratamente evitato la questione. Certo gli Arditi si comportarono magnificamente su tutti i fronti ove furono impegnati, infliggendo colpi decisivi al dispositivo miltare austro-ungarico; e già questa è colpa agli occhi della storiografia della sinistra.

Se si considera poi che nel dopo guerra gli Arditi furono punta di diamante del movimento patriottico e nazionale contro la violenza social-comunista, a aprtire dall'incendio dell' Avanti! il 15 aprile 1919 fino alla Marcia su Roma, ecco spiegata la congiura del silenzio che grava su di loro. Una brutta bestia per la storiografia marxista, l'acre ricordo di una bruciante sconfitta, da liquidare come un'accolita di bravacci e truci manigoldi al soldo della reazione. In realtà studiare la storia degli Arditi non solo significa approfondire un'importante argomento di storia militare, ma consente anche di rileggere e riesaminare sotto una luce nuova la storia dell'Italia dalla Grande Guerra all'avvento del Fascismo, e in parte del Fascismo stesso.

Gli Arditi nascono ufficialmente il 29 Luglio 1917 a Sdricca di Manzano, in Friuli, sulla riva destra del Natisone, per impulso del tenente colonnello Bassi, brillante ufficiale promosso per meriti di guerra. L'iniziativa di Bassi fu resa possibile dall'appoggio del generale Capello, comandante della 2° Armata, e del generale Grazioli, comandante della 48° Divisione, entrambi interessati a nuove tecniche d'assalto adatte a superare lo stallo della guerra di trincea. Fin dall'inizio gli Arditi non si configurarono come "truppe scelte", quali ad esempio le Sturmtruppen austriache, cioè reparti selezionati e particolarmente addestrati ma pur tuttavia organicamente inseriti nelle unità di fanteria cui erano assegnati ed alle quali dovevano aprire la via attraverso il primo assalto. Gli Arditi furono invece "forze speciali", nettamente distinte dalla massa della fanteria: altissimo morale ed elevato spirito di corpo, armamento particolare e speciale addestramento all'assalto e al contrattacco, con notevole autonomia tattica nella battaglia. Essi rappresentarono il tentativo di risolvere il conflitto, particolarmente difficile per le truppe italiane costrette a combattere contro un nemico in posizione dominante e fortificata, non attraverso lo sforzo della massa dei combattenti ma grazie ad un gruppo ristretto ed elitario.

Una minoranza di volontari i quali, in opposizione alla massa ormai logorata da anni di conflitto sanguinoso, dimostravano una tenace volontà di combattere e vincere.

Da un punto di vista strettamente militare, gli Arditi si differenziavano nettamente dalla fanteria per reclutamento, addestramento, organici e armamento, spirito di corpo. Anzitutto il reclutamento: su base prevalentemente volontaria, escludeva espressamente e severamente, i condannati per reati comuni, mentre era aperto a chi avesse subito condanne per reati militari lievi quali il rifiuto d'obbedienza e ritardato rientro.

L'addestramento, realistico ed intenso, s'articolava in quattro differenti

aspetti: preparazione fisica(corsa, esercizi a corpo libero sia di potenziamento sia di agilità), lotta corpo a corpo(con tecniche di lotta greco-romana, ju-jitsu, pugilato), istruzione nell'uso delle armi individuali (soprattutto scherma col pugnale e lancio della bomba a mano in corsa), esercitazioni a fuoco di gruppo(coppia, squadra, plotone, battaglione). Il ciclo di addestramento culminava nelle esercitazioni d'assalto alla "collina-tipo", un rilievo fortificato con diverse linee di trincee, reticolati, postazioni per mitragliatrici, bunker. Sotto il fuoco reale delle mitragliatrici e dei pezzi d'artiglieria, con apparente disordine, gli Arditi si incuneavano in piccole formazioni all'interno del dispositivo difensivo, espugnandone con rapidità e ferocia i nodi: a

 
L'imbroglio democratico PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Reazionario   
Venerdì 23 Aprile 2004 01:00

E’ concezione tradizionale, tramandata attraverso libri sacri, simboli e uomini illuminati, quella di ritenere la quotidianità umana una illusione ed un passaggio.

Tale situazione di instabilità ha però un immenso valore per l’uomo, essendo il luogo stesso della sua liberazione: lo stadio terrestre è quindi l’unico terreno propizio all’ elevazione nelle sfere superumane, il cui raggiungimento incarna la assoluta realizzazione, risolvendo l’illusione in realtà divina. La tradizione organizza l’esistenza umana armonicamente e dispone ogni frammento ed ogni fase della vita terrestre secondo un ordine che permette all’uomo di ritrovare i sentieri occulti confluenti nella grande via che conduce alla perfezione. Il mondo moderno contrappone a questa naturale armonia, una figura di uomo profondamente vincolato alla terra, necessariamente schiavo del disordine che egli stesso ha creato e succube di una condizione che lo vuole lontano dal posto che gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò in genere si traduce dicendo che è raro trovare un uomo che occupa il posto che gli si addice, in base alla sua individualità e alle sue attitudini speciali, che lo predispongono all’adempimento di una data funzione e non di un’altra. La sua funzione nella società sarà di conseguenza determinata, se non dal caso, poiché in realtà il caso non esiste, da una serie di circostanze accidentali. Risultato inevitabile e che egli sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui e meno dotato. Questa stranezza si rivede in tutti i livelli: dall’individuale si passa al sociale ove ogni normalità e stravolta con argomenti sofistici di incredibile assurdità. Primo fra tutti e lo pseudo-principio dell’uguaglianza in nome del quale si e preteso di abolire ogni sorta, di gerarchia sociale. E' palese che due esseri realmente distinti non possono essere simili sotto ogni riguardo né dal punto di vista fisico né, tantomeno, dal punto di vista spirituale. Eppure tale "dogma" è quasi unanimemente accettato, ovvero si accettano tacitamente alcune aberranti conseguenze dell’applicazione di tale idea chimerica alle sfere, ad esempio, della vita sociale. La concezione di uguaglianza porta, come detto, alla negazione di ogni tipo di gerarchia da cui si giunge necessariamente all’idea democratica. Definita come l’autogoverno del popolo la democrazia è una vera impossibilità, essendo contraddittorio ammettere che gli stessi uomini possano essere governati e governanti; in virtù di tale concezione politica il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni vera competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità e può essere, come tale, pertinenza di una minoranza. E’ quindi postulato democratico che vi sia una maggioranza che conferisce potere a qualcuno o a qualcosa. Ma il vero potere può venire solo dall’alto ed è legittimo solo attraverso la sanzione di qualcosa di superiore all’ordine sociale, cioè se è frutto diretto di una palese, superiore, autorità spirituale; è chiaro allora che, non potendo il superiore essere creato dall’inferiore, il popolo, ossia la maggioranza, non può conferire un potere che non possiede. L’illusione democratica si basa essenzialmente sul concetto di suffragio universale: diviene legge l’opinione dei più. Ci si rende immediatamente conto, però, di come sia facile dirigere e manipolare con argomenti demagogici l’opinione pubblica e provocare correnti nell’uno e nell’altro senso mediante adeguate suggestioni. "Fabbricare l’opinione" è divenuto il primo necessario passo che deve saper fare il "candidato alla poltrona" essendo indice della sua validità non l’argomento ma il modo di esporlo. Tuttavia l’errore più visibile risiede nel fatto che il parere della maggioranza rimane pur sempre l’espressione della incompetenza e del numero. Si tratta, è evidente, della santificazione della materia e della forza bruta, la stessa legge secondo la quale una massa trasportata dal proprio peso schiaccia tutto ciò che incontra sulla sua via. Nulla infatti prova che l’opinione della maggior parte sia quell

 
Israele: censura per il film di Gibson PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Giornale   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

"La Passione di Cristo" di Mel Gibson non verrà proiettato in Israele.

La "Saphira Films", società israeliana che ha ottenuto i diritti per la distribuzione del film, ha infatti deciso di non farlo arrivare nelle sale. "Abbiamo deciso che non è il momento migliore per proiettarlo", ha detto Orly Ben Eliyahu, portavoce della "Saphira".E' ovvio che sulla decisione hanno pesato le virulente polemiche scatenate dall'accusa di antisemitismo rivolta alla pellicola dall'Anti-defamation League, dal Centro Wiesenthal e da moltissimi rabbini americani. Nei cinema israeliani dunque verrà attuata una sorta di censura preventiva, facendo in modo che i cittadini del paese ebraico non assistano alla proiezione.

Va detto che in altri paesi, come ad esempio in Italia, diverse autorevoli personalità del mondo ebraico, dai rabbini capi di Roma e Milano, all'ex rabbino capo della capitale Toaff, hanno criticato aspramente il film dichiarandosi pero' contrati a qualsiasi forma di censura.

Intanto, a conferma delle preoccupazioni espresse dalla comunità ebraica americana, oltreoceano, dove la pellicola sta ottenendo uno strepitoso successo di pubblico, è stato diffuso un sondaggio dal quale risulterebbe che è in crescita la consapevolezza della colpevolezza degli ebrei per la morte di Gesù.Il 26% degli interpellati ha attribuito agli ebrei la responsabilità della crocifissione, mentre nel 1997 alla stessa domanda solo il 19% degli intervistati aveva risposto allo stesso modo.

 
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