Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Agosto 2018  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
    1  2  3  4  5
  6  7  8  9101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Il lavoro c'è. Per le statistiche PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Mercoledì 07 Febbraio 2018 00:22


Prova un po' a fare il fattorino

Non riesce a farne a meno. Mentre parla guarda, compulsiva, lo smartphone. «È diventata un’ossessione», ammette. Per Cecilia, 24 anni, è da quel cellulare che passa tutto. «Orari di servizio, indirizzi, notifiche per le consegne e per i pagamenti, valutazioni di ristoratori e clienti». Questo stress digitale vale una paga media di 200 euro al mese. «Per fortuna ho ereditato un appartamento da mia nonna, altrimenti non saprei come pagare l’affitto».
Laureata alla triennale in antropologia, da due anni a questa parte Cecilia fa la fattorina, prima per Foodora e poi per Deliveroo. Sale sulla sua bici per una ventina di ore a settimana e consegna cibo nelle case di Torino. Pranzo e cena, se necessario. Il 4 marzo, per lei, è una data come le altre: «Non non mi curo della politica perché la politica non si cura di me. L’unica cosa che chiederei è un reddito di cittadinanza». Vale la pena raccontarla la vita quotidiana dei rider, per usare un termine caro ai cultori della «gig economy». L’economia a chiamata è in continua espansione in Italia: per l’osservatorio Bc2 del Politecnico di Milano il settore delle consegne del cibo a domicilio vale ormai 812 milioni di euro, gli ordini ai ristoranti sono cresciuti del 66% nel 2017. Dietro ai numeri, le facce e le storie di chi «a chiamata» lavora ogni giorno. Con il sole, la pioggia o la neve. 
Sette euro lordi l’ora 
«Aspetta che mi “sloggo”, ho appena finito il mio turno», dice Andrea mentre appoggia lo zaino con la scritta Deliveroo. Il lavoro che cambia è fatto di parole nuove: anziché un badge da strisciare o un cartellino da obliterare, c’è una app a gestire le presenze. «Ho dato una disponibilità di 20 ore a settimana. Ma il mio primo lavoro è creare siti web e applicazioni per mobile», racconta Andrea. Ventisette anni, ex studente del Politecnico (non laureato), ha iniziato a lavorare come fattorino da un mese e mezzo. «Il primo accredito sulla mia carta è stato di 200 euro». Abbastanza? «Sono circa 7 euro lordi l’ora più un euro lordo a consegna con un contratto di prestazione occasionale», spiega. E poi, orgoglioso: «Quanto mi basta per convivere in affitto con la mia ragazza, senza questo secondo lavoro non ci starei dentro». 
C’è chi li ha chiamati «bamboccioni» ma, a sentire Andrea, la sensazione è che i trentenni sappiano adattarsi alla flessibilità richieste dal mercato del lavoro. «So benissimo che non avrò mai le tutele delle precedenti generazioni. Pensa che mia nonna lavorava a L’Oréal, mio nonno alla Fiat...Ma non ho intenzione di arrendermi». E si dice soddisfatto di questo contratto a collaborazione occasionale che non prevede malattia né ferie. «Ma ho lo sconto del 25% sulle spese di riparazione e manutenzione della bici e 5 euro di riduzione al mese con Flixbus, il bus a basso costo», dice. Non è iscritto ai sindacati, ma confessa di simpatizzare per il M5S. «Ho votato Appendino. Anche i miei genitori, ex berlusconiani, sono grillini». 
Le proteste 
Sia chiaro. Non sono tutti soddisfatti. Anzi. Nell’ottobre del 2016, proprio a Torino, iniziarono le prime proteste per denunciare le condizioni contrattuali. I fattorini di Foodora lamentavano il passaggio da una retribuzione di quattro euro l’ora a una paga a cottimo, cioè a consegna. Risultato: alcuni di loro denunciano di essere stati “sloggati”, leggi licenziati, dalla piattaforma del colosso del take away. In sei hanno intentato causa all’azienda, la prima nei confronti di Foodora in Italia.
Lasciati soli 
Per ora la politica resta a guardare. Fatta eccezione per due interrogazioni parlamentari di Sinistra ecologia e libertà, niente è stato fatto per i fattorini. «La verità è che in Italia non si sa nemmeno quanti siano», dice Marta Fana, autrice del libro-denuncia Non è lavoro, è sfruttamento (Editori Laterza). Un centinaio a Bologna, quasi un migliaio a Milano e due-trecento a Torino, senza contare Roma. «Numeri bassi per avere appeal su sindacati e partiti, ma loro si stanno auto-organizzando. Tant’è che hanno redatto una lettera appello in cui chiedono l’affermazione di un principio base: l’essere considerati dipendenti dall’azienda», spiega Fana. Il che, tradotto, significa passare a un contratto a termine o part-time. «Il voto non sarà decisivo per questi lavoratori che partono da una situazione di disillusione», spiega Fana, già ricercatrice in economia a SciencesPo a Parigi. «Solo Liberi e uguali e Potere al popolo prevedono l’abolizione dei lavori a cottimo». L’altro problema, per Fana, è quello della retorica che ruota attorno a queste nuove occupazioni: «Sempre di lavoro si tratta: per chi fa il fattorino non c’è nessun luccichio nelle trasformazioni tecnologiche. E attenzione, a fare i rider ci sono anche padri e vittime della crisi». 
Lontano da qui 
In pochi guardano alla politica con speranza. «In passato votavo a destra ma è da anni che non vado alle urne», dice Davide, 28 anni, con lo zaino di Just Eat. «Per me sarà la prima volta», dice Ideal, 27 anni, originario dall’Albania e cittadino italiano da un anno. «Fare il rider mi serve per mantenere me e mia moglie. Ma con la vita frenetica che ho non sono riuscito a informarmi su chi votare». Di corsa, a 300-500 euro al mese, tra esami al Politecnico e il sogno di fare l’ingegnere informatico. «Ma a Londra. Dopo tutti questi sacrifici non voglio finire come tanti laureati con un contratto da 700 euro al mese. Come si fa a restare qui?». 

 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.