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Scritto da Fabio Amendolara x La Verità   
Venerdì 27 Aprile 2018 00:14


Ma non è colpa loro: non sapevano che qui è vietato...

Una parte del corpo l’avrebbe dovuta mangiare, l’altra parte doveva tagliarla a pezzettini e gettarla nello scarico del bagno. L’ipotesi di cannibalismo nell’omicidio di Pamela Mastropietro, la ragazza che si è allontanata dalla comunità Pars di Corridonia e che è stata uccisa e fatta a pezzi a Macerata, non era poi così fantasiosa. Anzi.
Nei giorni successivi all’omicidio circolò la notizia che l’assassino le aveva strappato il cuore e che dopo un rito voodoo l’aveva mangiato. Le intercettazioni ambientali tra Desmond Lucky e Awelima Lucky, detenuti nella stessa cella, confermano che l’atroce idea era passata per la mente dei nigeriani e che l’intenzione era proprio quella. E con una grande spocchia Desmond, ricordando il passato da «Rogged», ossia da appartenente a una organizzazione criminale nigeriana, liquida il brutale spezzettamento di Pamela come una bazzecola: «Questa è una cosa da bambini, abbiamo già fatto cose terribili». Le parole di Desmond sono state tradotte da un interprete, al quale devono essere venuti i brividi quando ha sentito dire testualmente: «Oseghale (Innocent Oseghale, il terzo nigeriano arrestato, che era il proprietario della mansarda degli orrori di via Spalato 124, ndr) avrebbe dovuto far sparire il cadavere tagliandone una parte a pezzettini da gettare nel gabinetto, e mangiando nel tempo il restante, dopo averlo congelato». Parole che sono diventate le pietre angolari che ora reggono le accuse di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere, citate dal gip di Macerata Giovanni Manzoni nell’ordinanza con cui impone ai tre nigeriani un’altra misura cautelare, sempre in carcere, per l’accusa di spaccio di droga. Durante quella chiacchierata Desmond, stando ai documenti d’accusa, ammette anche di aver dato a Innocent l’eroina richiesta da Pamela al loro incontro. Oseghale, quindi, vestiti i panni da pentito, avrebbe fatto il suo nome con i carabinieri, mettendolo nei guai. Desmond non si fida più del suo ex fratello nero. È convinto che Innocent sia invidioso. E dice: «Noi stiamo cercando sempre più soldi, perché vogliamo essere più ricchi».
Se non ci fosse stato il caso di Pamela, insomma, non lo avrebbero mai preso. Per i magistrati, infatti, non si tratta di delinquentelli. Nell’ordinanza viene sottolineato «l’elevatissimo pericolo che i fermati, laddove non fossero in carcere, potrebbero commettere ulteriori simili reati». Perché i tre, a Macerata, avevano messo su una redditizia e «sistematica», scrive il gip nel documento giudiziario, «attività di spaccio di eroina e marijuana». E l’avevano praticata fino al momento in cui sono finiti dietro le sbarre. Da quel giorno, ha spiegato ieri mattina il procuratore Giovanni Giorgio, è scattata la morsa degli inquirenti attorno alla mala che gestisce il traffico di droga.
Arresti e sequestri nel giro di pochi mesi sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente. Una cosa è certa, sottolineano gli investigatori in una mappa distribuita alla stampa, il mercato è nelle mani degli stranieri: marocchini (Fermano), albanesi (intera provincia), pachistani (Porto Recanati), tunisini (Porto Recanati e Civitanova Marche) e nigeriani (Macerata). Un aspetto, questo, che da tempo ormai esaspera i cittadini.
Il procuratore Giorgio precisa: «Non vogliamo perseguire qualcuno solo perché nero». Ma anche dalle investigazioni condotte dalla Guardia di Finanza stanno saltando fuori aspetti da approfondire: è emerso ad esempio che Oseghale ha effettuato movimenti con carte postepay per oltre 26.000 euro, mandandoli in parte in Nigeria, e che Desmond ha spedito 1.371 euro su conti austriaci, pur non avendo mai lavorato in Italia. I magistrati sono determinati a chiudere il caso al più presto. Con il deposito in Procura degli esami biologici, che hanno accertato la paternità di due dei tre Dna trovati sui resti della ragazza romana (uno è di Innocent Oseghale, l’altro del tassista che trascorse alcune ore con la giovane il giorno prima che venisse uccisa), restano pochi tasselli per completare il mosaico dell’orrore.
«Il terzo Dna rinvenuto sul corpo di Pamela», ha detto il procuratore, «è di una persona occidentale, ma anche se non siamo riusciti ad accertare chi sia escludiamo che si tratti di una persona coinvolta nella vicenda». La casa di Oseghale, infatti, era frequentata esclusivamente da africani. Le impronte digitali e delle scarpe trovate nelle chiazze di sangue presenti nell’abitazione sono di Innocent. Sono sue anche le impronte palmari trovate su uno dei due trolley nei quali erano stati chiusi i resti di Pamela e sulla busta che conteneva i vestiti della diciottenne.



 

 

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