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Facciamo acqua da tutte le parti PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Mercoledì 23 Maggio 2018 00:03


E questo è un ottimo pretesto per la privatizzazione

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Roba da non crederci. Di tutta l’acqua potabile immessa nei 500 mila km di rete di distribuzione italiana, il 41,4% viene buttato. In un solo anno si sprecano 3,45 miliardi di metri cubi d’acqua.

Stimando un consumo medio per abitante di 80mcubi annui, si parla di un volume capace di soddisfare le esigenze idriche per un anno di 40 milioni di persone. I primi a pagarne le conseguenze sono il 10% delle famiglie che lamentano abituali irregolarità nell’erogazione idrica: circa 2,6 milioni di famiglie; ma il danno economico di 4 miliardi di euro lo paghiamo tutti, perché che si tratta di acqua potabile che ha già subito un costoso processo di depurazione. Questo è l’ultimo quadro Istat.

Dove si spreca

Le città virtuose che contengono i danni delle perdite sono solo il 6,5%, mentre il 7,5% dei comuni italiani spreca oltre il 70%. In testa alla classifica c’è Frosinone dove la rete colabrodo butta via addirittura il 75% dell’acqua nel tragitto dall’impianto di erogazione ai condomini. Segue Potenza (68,8%) Cagliari (59,3%), Palermo (54,6%) e Bari (52,3%). Ma anche nei grandi centri urbani del Centro Nord non si scherza: Firenze (47,1%), Trieste (46,8%), Roma (44,1%) e Perugia (41,4%).

Se guardiamo alle Regioni il dato è drammatico: in Friuli, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia le perdite superano il 60%. Per dire in Sicilia, dove c’è un problema cronico di erogazione dell’acqua corrente, tutti i Comuni hanno il serbatoio d’acqua sul tetto a cui attingere. Soprattutto in estate succede che nelle abitazioni si fanno i turni per le lavatrici e le docce perché l’acqua non scende dai rubinetti per intere giornate. Questo avviene da decenni e gli interventi stanno a zero.

Tubature vecchie senza manutenzione

Tutto questo gigantesco spreco è dovuto alle pessime condizioni delle tubature, specialmente nel tratto di rete finale, quello che porta il servizio ai consumatori. Sono gli acciacchi dell’età: fra il 60/70% della rete idrica ha più di 30 anni, il 25% supera i 50. Per questa ragione sempre più spesso qualche tubo si rompe, provocando improvvisi allagamenti e di conseguenza le strade cittadine vengono chiuse al traffico. Ma mettere mano agli acquedotti italiani costa tempo e denaro. Il professore Vito Felice Uricchio direttore dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr (Irsa) è categorico: «Gli interventi di manutenzione strutturali devono essere eseguiti ogni anno, attraverso un sistema programmato, con rilevazioni continue e costanti. Se gli enti di gestione hanno difficoltà a intervenire perché devono fare utili, bisogna riscrivere le regole affinché garantiscano le manutenzioni, e quando il disservizio supera determinati livelli bisogna avere la forza di commissariarli. Non è concepibile avere una situazione del genere».

La responsabilità degli enti gestori

Acea è la multiutility partecipata al 51% dal comune di Roma, al 23% dal gruppo francese Suez e al 5% dal gruppo Caltagirone; nel 2017 ha chiuso i conti con 181 milioni di euro di utili. Acea gestisce la rete del comune di Roma e di Frosinone. Nel rapporto di Legambiente si legge che negli ultimi 6 anni la dispersione idrica nella capitale è passata dal 27% al 44,4%, mentre a Frosinone il dato è schizzato dal 39% al 75,4%. Se guardiamo alla città di Monza la perdita degli ultimi anni è stabile al 12%, perché Brianza Acque ha effettuato 100 riparazioni l’anno, su tubature che hanno un’età che va dai 40 ai 70 anni, e solo sulle dispersioni sta investendo 1,6 milioni di euro. In sostanza la decisione di mettere mano all’acquedotto per tappare i buchi è a discrezione del gestore, e per chi non lo fa non è prevista nessuna sanzione.

Le tecnologie che aiutano

E, infatti, pochissimi enti hanno in uso le smart technologies, come «i contatori intelligenti», che sono delle centraline in grado di dare le informazioni sui consumi minuto per minuto registrando le anomalie. Per individuare le perdite esistono da anni strumenti come i geofoni, le termo camere video, gli endoscopi e i georadar, oltre ai robot, che immessi nelle rete riescono a vedere la perdita, valutarla e chiuderla. Con una conoscenza integrata dei consumi si potrebbe addirittura pianificare una «gestione della pressione di esercizio». Ad esempio nei quartieri dormitorio, dove durante il giorno i consumi sono molto bassi, si potrebbe ridurre la pressione dell’erogazione riducendo così lo sperpero per otto ore al giorno.

Quanto costa mettere a posto la rete

Nella legge di bilancio del 2018 il governo ha approvato il «Piano Invasi» e stanziato 50 milioni annui dal 2018 al 2022. Una parte di questi soldi è destinata proprio agli interventi sulle perdite delle reti degli acquedotti. A oggi però dal ministero delle infrastrutture dicono che «la direzione generale competente sta acquisendo le schede definitive, e dopo si individueranno gli interventi». È come dire: «prima stanziamo un po’ di risorse e poi valutiamo cosa è urgente fare». Dovrebbe avvenire il contrario, ma quanto serve per mettere a posto la rete? Secondo la Federazione che riunisce le Aziende che operano nei servizi pubblici dell’acqua ci vogliono 3 miliardi per le opere di manutenzione.

Non abbiamo le risorse e nemmeno fretta: oggi il rinnovo della rete idrica procede a un ritmo di 3,8 km l’anno. Di questo passo Utilitalia stima che ci vorranno 250 anni prima di aver ristrutturato le migliaia di km di tubi. In compenso però paghiamo le bollette meno care d’Europa, nonostante le tariffe siano aumentate del 30% negli ultimi cinque anni. Mediamente 1,10 euro al metro cubo contro i 4,90 di Berlino, i 4,13 di Oslo, i 3,19 di Parigi. Quindi perché preoccuparsi oggi, lo faremo quando l’acqua, che non è una risorsa inesauribile, comincerà a scarseggiare, e per averla non basterà pagare di più.

 

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