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Chi prepara gli insegnanti? PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Mercoledì 13 Giugno 2018 00:15


Scuola in picchiata

Le scuole con studenti socio-economicamente più svantaggiati hanno insegnanti con qualifiche minori (spesso precari), rispetto a quelle “migliori”. Insomma, la tipologia di una scuola e l’estrazione degli studenti spesso si rivelano un indicatore per capire il livello d’istruzione dell’istituto. Questo è quanto emerge dal nuovo studio dall’Ocse - Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - che ha analizzato la situazione dell’insegnamento in 69 Paesi, tra cui anche Infatti, nella Penisola, come in Francia, Olanda e in alcune scuole pubbliche degli Stati Uniti, la differenza del rendimento degli studenti legato allo status socio-economico tende a essere molto più ampio rispetto a Paesi come Canada, Finlandia, Giappone o Corea, dove le qualifiche e l’esperienza degli insegnanti sono più equilibriate. In Italia, l’83% delle scuole superiori con una concentrazione alta di studenti svantaggiati ha una percentuale minore di docenti in possesso di abilitazione rispetto alle scuole più avvantaggiate (97%). 
E non finisce qui. Perché gli istituti e i licei superiori più “difficili” non stimolano appieno gli insegnanti in cerca di una cattedra, che preferiscono puntare ad altre sedi. La carenza quindi è più ampia per quanto riguarda i primi (24%) rispetto alle scuole più avvantaggiate (17%). Quest’ultime, poi, hanno un numero maggiore di insegnanti più anziani con almeno 5 anni di esperienza e con contratti stabili. In uno studio del 2015, infatti, gli istituti e i licei più svantaggiati avevano più docenti precari (con contratti di durata inferiore all’anno): 26% per gli insegnanti di scienze e 21% per quelli di altre materie contro il 12% e l’8% delle altre scuole. 
Con i corsi d’aggiornamento, studenti e insegnanti più preparati 
In alcuni Paesi mondiali gli insegnanti sono veramente visti come veri professionisti per i quali l’aggiornamento professionale è una necessità. Ad esempio l’Australia e Singapore, che aiutano i docenti a passare dalla teoria alla pratica con un periodo obbligatorio e prolungato di formazione in aula all’inizio della loro carriera. Lo scopo è puntare sulla valutazione e sulla formazione continua, che sono due delle chiavi per la valorizzazione della professione. 
Sono solo due dei Paesi che hanno decentrato le politiche di gestione dei docenti introducendo misure che rendono le scuole più svantaggiate attraenti ai docenti maggiormente qualificati. Incentivi che vanno creati, secondo l’Ocse, in quei Paesi dove gli istituti e licei sono visti come un qualcosa di meno stimolante. 
In Italia i giovani non vogliono fare gli insegnanti 
Con un insegnamento migliore, il giovane apprende di più e potrebbe voler fare l’insegante in futuro. È l’obiettivo di molti Paesi dove l’insegnamento è più sviluppato. In Italia i dati non sono incoraggianti. Solo il 3% dei ragazzi di 15 anni, che hanno partecipato all’ultima indagine Ocse-Pisa, ha risposto di voler fare il docente contro il quasi 50% che si vede con un lavoro di altro tipo. Soprattutto tra i giovani, quella del’insegnante è una carriera impopolare che attira solo l’1% contro il 5% delle ragazze. 
Il vivaio dei potenziali professori, poi, non solo è ridotto ma anche non preparato nella lettura e in matematica rispetto agli altri studenti che si proiettano verso lavori che richiedono una qualifica universitaria (479 punti in matematica contro i 514 degli “aspiranti” ingegneri o manager). In Paesi come la Corea, la Germania, il Giappone, la Nuova Zelanda o la Svizzera, al contrario, il vivaio dei futuri docenti è composto dai migliori studenti del Paese. 
Problema salari 
Una parte del problema viene infine dai salari bassi. L’Italia è infatti in coda tra i Paesi industrializzati: 20esima su 33 per gli stipendi dei maestri (quasi 29 mila euro con 15 anni di esperienza) e dei professori di scuola secondaria (32.000 euro) contro - ad esempio - i quasi 58 mila euro di un insegnante della primaria in Germania e i 67 mila di un prof tedesco. 
Ma la busta paga «non spiega tutto: a fare la differenza - sottolinea Francesco Avvisati, analista dell’Ocse - è anche il livello di professionalità richiesto agli insegnanti, che contribuisce al loro prestigio nella società. In base ai dati dello studio, solo il 12% degli insegnanti italiani ritiene che il loro lavoro sia valutato dalla società, una delle percentuali più basse tra i Paesi industrializzati. Il 29,9% riferisce di avere avuto apprezzamenti formali per il proprio operato e l’1,8% indica che questo potrebbe tradursi in avanzamenti di carriera, dati in assoluto di gran lunga i più bassi dell’intera Ocse».

 

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