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La scuola dei vigliacchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Cimmino x electoradio.com   
Mercoledì 26 Settembre 2018 00:32


Imbastita sulla paura

Sapete qual è la caratteristica dominante della scuola italiana del terzo millennio, miei cari electomagici? Immagino che, subito, penserete alla solite cimminaggini: la didattica demenziale, il disinteresse per le eccellenze, le sperequazioni retributive: niente di tutto questo.
Il motivo dominante della scuola è la paura. Tutto quanto è costruito sulla paura: la paura è il motore immobile di ogni iniziativa, di tutte le cartebollate, delle regoline e delle regolette, della rinuncia alla trasmissione culturale.
Non delusione, non stanchezza e neppure fancazzismo: pura e semplice fifa. Dal dirigente al bidello, tutti sono paralizzati dal terrore. Hanno paura di essere giudicati, valutati, denunciati, processati, condannati: c’è un’autentica fobia che è dilagata, con gli anni, tra il personale della pubblica istruzione.
Paura di commettere errori, paura di essere accusati di deviazionismo, paura di essere denunciati per omissione di atti d’ufficio: paura della propria ombra e di tutte le ombre incombenti su questo povero scuro planetoide, in cui i nostri figli dovrebbero essere educati alla gioia del sapere. Mentre, invece, vengono atrofizzati, disinfettati, normalizzati.
I dirigenti, terrorizzati all’idea che si possa attribuire loro una qualche mancanza regolamentare, si sono trasformati in isterici Kapò, che subissano il personale di circolari, ammonimenti, direttive, regolamenti, per eliminare qualunque spiraglio di responsabilità personale: burocrazia al posto di leadership, sindrome di Cadorna al posto di assunzione di responsabilità.
Gli insegnanti, appecoronati da decenni di umiliazioni e di latitanza sindacale, ingoiano qualunque cazzata proveniente dall’alto, limitandosi a mugugnare, come ogni plebe che si rispetti: mai un sussulto di dignità personale e professionale, mai un segnale di orgoglio. Se, domani, fosse loro ordinato di intonacare le aule, mugugnando, si munirebbero di rulli e pennellesse e via, al lavoro.
I bidelli, da sempre portati alle lamentele clandestine, oggi non si lamentano nemmeno più: subiscono senza batter ciglio il caos organizzativo, le turnazioni a pera, le scelte dell’ultimo minuto.
E gli studenti, quegli stessi studenti che, quando andavo al liceo io, per un nonnulla avrebbero ribaltato la scuola, occupato, scioperato, incasinato tutto, non capiscono nemmeno da che parte arrivano le pappine: si bevono sesquipedali cazzate sul cyberbullismo, l’inclusione, l’educazione a questo e a quello. Poi, escono di scuola e corrono al parchetto a comprare la droga da Abdul.
In fondo, li capisco: in un mondo così, la fuga è la vittoria del vigliacco.
Insomma, tutti a novanta: tutti spaventati dalle conseguenze delle proprie azioni. Come se assumersi qualche rischio, qualche responsabilità, fosse una follia: un mondo di cloni, di cervelli sintonizzati tutti sullo stesso canale, sul quale trasmettono soltanto idiozie.
Periodicamente, come in tutte le dittature basate sul terrore, si va a fare il tagliando: i presidi si riuniscono davanti ad un qualche imbecille, piovuto da Roma, che spiega loro una serie di scemenze che nemmeno lui capisce, ma che gli hanno inoculato sottopelle, quando anche lui è stato tagliandato.
I dirigenti annuiscono, atoni, con larghi occhi imbambolati, e sentono, lungo le vene dei polsi, il ben noto pizzicorino: la paura di essere scoperti a pensare autonomamente. A permettere una festa di classe, a concedere un’assemblea, a saltare una procedura.
Poi, debitamente annichiliti nei gangli stessi della libera scelta, tornano nelle loro scuolacce fatiscenti: e proclamano, emanano, pubblicano insulsi apoftegmi sugli orari da rispettare, sulle modalità del mingere, sul giungere o meno fino al cancello accompagnati.
Non una parola sulla qualità dell’insegnamento: ciò che avviene tra insegnanti ed alunni non interessa a nessuno. L’Importante è rispettare i protocolli, osservare le scadenze, compilare i moduli. Intanto, i docenti contano i giorni per la pensione: aspettano il miracolo della quota 100, tirano a campare, sopravvivono nel timore di essersi dimenticati una riunione, un modulo, una firma.
E, sopra questa landa desertificata, che, una volta, era la fucina delle nuove generazioni e, oggi, ne è la discarica, galoppa, sfrenato, il lupo Fenrir, simbolo del Ragnarők. Incontrastato, domina, figlio del terrore.


 

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