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La tecnologia che perfezionerebbe l'uomo PDF Stampa E-mail
Scritto da la verità   
Giovedì 27 Settembre 2018 00:08


Il potere salvifico della Blokchein

 

La tecnologia blockchain promette di essere il futuro di banche, assicurazioni, sanità trasporti e molto altro. Le maggiori aziende del pianeta investono miliardi nella creazione di registri condivisi che promettono di abbattere costi e aumentare efficienza e trasparenza. Ma dietro questa ondata si cela l’idea pericolosa di cancellare l’errore umano, con l’illusione che esista una tecnica «neutra».
Finanza, sanità, industria. Sindacato, musica, democrazia. Sicurezza, banche, assicurazioni. Informazione, università, difesa. La blockchain è il futuro di tutto questo, stando alla summa di articoli, proclami, analisi degli ultimi mesi. A questa tecnologia viene affidato, in certo dibattito pubblico, un ruolo magico e salvifico, ineluttabilmente destinato a rivoluzionare il mondo. È probabilmente l’unica cosa che mette d’accordo Marco Bentivogli e Luigi Di Maio. Ne vanno matti sia i 5 stelle (il vicepremier ha detto che sta «lavorando all’utilizzo della blockchain per la certificazione dei prodotti made in Italy, e Beppe Grillo ne ha recentemente magnificato le doti) sia il «sindacalista 4.0», come ama rappresentarsi il capo della Fim Cisl, smentendo future e probabili discese in politica.
Spiegare cosa sia la blockchain (letteralmente: catena di blocchi) è meno banale di quanto sembri. Tecnicamente, si tratta di un registro aperto di transazioni, una sorta di «libro mastro» informatico in cui ogni utente può aggiungere un «blocco» ma non modificare i precedenti. Caratteristica di questa tecnologia è che ognuno di questi blocchi, per sommarsi alla catena, deve essere «validato» dagli altri utenti perché l’informazione venga aggiunta alla «catena» e archiviata in modo trasparente, non più modificabile e visibile a tutti coloro che della catena stessa fanno parte (ma non agli esterni, essendo le informazioni cifrate). Spesso la parola blockchain è associata ai bitcoin e alle altre monete virtuali; confusione legata al fatto che la blockchain è la tecnologia che permette di creare tali sistemi di valute. Il bitcoin è perciò una delle possibili applicazioni della blockchain: un algoritmo genera infatti «base monetaria» alla quale gli utenti accedono, per poi scambiare criptovaluta all’interno del registro.
Applicazioni sterminate
Come proclamano i suoi aedi, essendo la blockchain un protocollo di scambio di informazioni, l’elenco delle applicazioni è davvero sterminato. Non è un caso se a manifestare interesse (e a investire) in questa tecnologia sono alcuni tra i più grandi gruppi mondiali. Google, Goldman Sachs, grandi banche, assicurazioni, case farmaceutiche, industrie vecchio stampo, investono miliardi di dollari in questa tecnologia, e una superficiale rassegna stampa consegna la convinzione che la blockchain cambierà la vita di tutti. Unicredit, per fare un esempio, ha compiuto la prima operazione su blockchain all’interno di un consorzio di istituti bancari tra cui Deutsche Bank, Hsbc, Kbc, Natixis, Rabobank, Société Générale e Banco Santander. I colossi assicurativi Aegon, Allianz, Munich Re, Swiss Re e Zurich hanno dato vita alla Blockchain Insurance Industry Initiative (B3i), per valutare le possibili applicazioni degli smart insurance contract: in pratica automatizzare numerosi processi, come la gestione dei reclami del comparto, permettendo così di ridurre i costi. Se da un lato, quindi, dietro mirabolanti innovazioni si celano antichissime pratiche di compressione del costo del lavoro, sarebbe sbagliato ridurre a questo l’intera dinamica.
Nel 2018 in Sierra Leone un sistema di votazione in blockchain è stato sperimentato a fianco delle tradizionali urne (una delle cose che ha entusiasmato Beppe Grillo). L’Onu, con la collaborazione del governo finlandese, ha annunciato che testerà l’uso della blockchain in un programma di aiuto per i rifugiati, volto a una identificazione dei migranti provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan e Myanmar e a una loro assistenza con criptovalute. Senza patria, senza legami, ma identificati dalla tecnologia e gonfi di bitcoin: tutta vita.
Nuovi nomi, vecchi tagli
Piccoli esempi, che mostrano come gran parte del fascino legato a questa tecnologia, al netto dell’effetto moda e di indubbie possibilità positive, sia legato alla stessa promessa che ha costituito buona parte della rivoluzione digitale in generale: eliminare l’intermediario, o quantomeno reintermediare un’infinità di transazioni secondo un metodo che semplifica ed economizza il contenuto. Laddove, per esempio, una compravendita è «validata» da una figura terza (un notaio, una banca, un’autorità giudiziaria, l’osservatore al seggio con matita, scheda e scatolone), qualunque transazione con blockchain si propone di essere registrata, legittimata e archiviata in maniera indipendente, e in un contesto privo di autorità gerarchica superiore, come tale neutro e sicuro. La preoccupante ricorrenza con cui si susseguono gigantesche truffe e «bug» sui bitcoin, con l’equivalente di milioni di dollari che spariscono con un clic, basterebbe a far sorgere più di una preoccupazione relativa ad applicazioni in finanza, sanità, esercizio del voto. Giusto ieri, per dire, l’Independent pubblicava con evidenza sul suo sito la notizia che l’intero sistema dei bitcoin sarebbe stato per mesi a repentaglio a causa di un grave «bug» (difetto di funzionamento) nel software alla sua base. La notizia è stata rivelata solo in seguito alla risoluzione del problema, che ha scongiurato il «totale collasso» della criptovaluta.
E più in profondità, però, che sorge il vero dubbio sul senso della blockchain. Anzitutto, l’eliminazione dell’intermediario è fittizia: esso viene ad assumere la forma di un software, ma c’è. E i software - come pure l’hardware - hanno costi, possibili falle, e sono fatti da uomini. Dietro il manto della tecnologia neutra esiste sempre una persona o un gruppo di persone che stabiliscono chi possa far parte e chi no della blockchain, e dunque chi possa validare le operazioni registrate.
Sul voto in Sierra Leone, ci si può pure entusiasmare per l’abolizione del rito della cabina, delle code ai seggi eccetera. Poi però, a freddo, che strumenti ha l’elettore per avere garanzie sul fatto che la sua scelta verrà correttamente registrata, che tutti e soli gli elettori aventi diritto saranno coinvolti nelle operazioni, infine che i sistemi di calcolo siano al riparo da brogli più semplici da attuare ma pressoché impossibili da rilevare? Il fatto che tutti gli utenti validino un’operazione non è in alcun modo certificazione della sua veridicità. In una blockchain di compravendita di auto, anche se tutti i «nodi» della catena validassero l’acquisto della Ferrari di Paolo Rossi da parte di Luca Bianchi, quest’ultimo potrebbe benissimo aver inserito informazioni false successivamente confermate, in buona fede o meno, da tutti. Dietro l’immagine asettica del procedimento ci sono altri intermediari, più sofisticati e non immuni da potenziali conflitti di interessi, devastanti se immaginati su alcuni dei campi di utilizzo di cui si sta discutendo.
Com’è umano, lei
La grande obiezione di fondo al potere salvifico della blockchain, lemma spalmato oggi su ogni dove (Bentivogli ha spiegato sul Sole 24 Ore che essa «umanizzerà il lavoro» a colpi di «contratti intelligenti»), ha una semplicità difficile da contestare, sintetizzabile così: nulla di ciò che si può fare con una blockchain ha davvero bisogno di essa. In sé, in effetti, essa non permette nulla di innovativo in senso stretto, essendo semplicemente un registro. I sistemi di blockchain non garantiscono che le persone che li inseriscono siano affidabili; si limitano a offrire la possibilità di monitorare eventuali manomissioni: procedimento per il quale, a ogni livello, sono previsti da qualche secolo i contratti, l’autorità giudiziaria, i procedimenti legali, le commissioni elettorali, gli Stati. Non a caso, i principali consorzi di valute utilizzano modalità «antiche» per controllare i propri processi, in un curioso e paradossale corto circuito: chi ha inventato la blockchain non la utilizza per fare la cosa più importante in assoluto.
Facendo un passettino più «filosofico», e potenzialmente ancora più delicato, la Weltanschauung che la blockchain sottende più o meno consapevolmente risente del tentativo di creare meccanismi in cui l’errore umano, la fallibilità, la corruttibilità, siano espungibili. Se errare è umano, pensare di non farlo per via tecnologica cos’è? Alla base del portato antropologico di tante applicazioni della blockchain resta l’idea che sia possibile affidarsi a procedure che non richiedano più «controllori» terzi (Clive Staple Lewis parlava di «abolizione dell’uomo», un estremo non così distopico), ma che siano esse stesse in grado di autoproteggersi. Estremizzando le conseguenze, in un mondo affidato alla blockchain il meccanismo di creazione della fiducia sarebbe abolito come inutile, ma nei fatti affidato a prassi al di fuori della portata conoscitiva di quasi tutti, con i relativi problemi culturali e di esercizio della democrazia. A tessere le lodi di questa visione è, come normale, chi ha gli strumenti economici e tecnologici per controllare il meccanismo. Gli altri - ultimo dei paradossi - devono fidarsi.

*****

LA SVOLTA IN CORSO
E ora tocca alle materie prime Ecco chi investe

L’ultima frontiera della blockchain è quella legata alla gestione e al trasferimento delle materie prime. Il Sole 24 Ore citava il Ceo di Mercuria, tra le prime società che sperimenta questo sistema di scambi del petrolio: «Quando si tratta di trasferire preziosi carichi di materie prime da un angolo all’altro del pianeta, tempi, costi e rischi si possono ridurre in modo significativo, addirittura fino al 30%». Ma non è solo l’oro nero a essere interessato: nove istituti di credito (Abn Amro, Bnp Paribas, Citi, Crédit Agricole, Ing, Macquarie, Mitsubishi Financial, Natixis, Rabobank e Société Générale) sostengono Komgo, la piattaforma di trade finance con sede a Ginevra che impiegherà la tecnologia Ethereum (valuta simile al bitcoin). Abn Amro, Ing e SocGen-partecipano anche a Vakt, la società per gli scambi di materie prime con quartier generale a Londra. Tra gli azionisti anche Royal Dutch Shell.

Ultimo aggiornamento Martedì 25 Settembre 2018 21:14
 

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