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Che genere di teoria! PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Risé x la Verità   
Martedì 29 Gennaio 2019 00:19


Interessi economici e di potere dietro un'ideologia che vuole sradicare la natura

Oggi capita di doversi inchinare alla teoria del gender anche per lavorare e per non finir tacciati di omofobia, sessismo, e inaccettabile ignoranza «scientifica» (vedi intervista di ieri di Francesco Borgonovo allo psicoanalista Gianfranco Ricci). Ma cos’è, come nasce, e cosa dice questa teoria, che secondo molti scienziati politici e sociologi non ha comunque nulla di vagamente scientifico?
Un esempio tra i tanti: Bryan S. Turner, fra i più importanti sociologi viventi, considera i lavori dell’inventrice della teoria, Judith Butler un «esempio di confusione tra le proprie opinioni e i fatti della realtà». Non poco, per un pensiero che pretende di organizzare in modo nuovo la vita delle persone. Seguirne le vicende e la nascita ci può aiutare a capire alcune delle più profonde contraddizioni del mondo occidentale di oggi.
Il luogo in cui nasce questa «teoria» è uno dei templi di formazione dell’élite americana: il college Bennington, nelle verdi e curate campagne del Vermont, 71.000 dollari l’anno. Judith Butler è una ragazza inquieta, più volte punita (è lei a raccontarlo) nella scuola ebraica della sua infanzia, perché non voleva stare zitta durante le lezioni: cosa che la offese nel profondo del cuore. È convinta antisionista, attivista contro lo Stato d’Israele ed ha un pessimo rapporto con il padre.
Come nei buoni college americani, anche al Bennington il teatro, la performance, sono considerati molto importanti per riconoscere le proprie emozioni e imparare a rappresentarle e agirle nella relazione con gli altri. Ed è qui che Judith, che nel frattempo ha scoperto di non essere attratta dagli uomini, ha un’intuizione che segnerà poi tutto il suo lavoro e la sua vita (ma, per i casi della storia, anche quella di milioni di persone nel mondo): la donna, il femminile, non c’è. Come lei scrive: «Una non è donna, fa la donna». Insomma è tutta una finta, una «costruzione culturale», come si comincia a dire in quegli anni di «critica decostruzionista», allora passione filosofica negli Stati Uniti, poi per fortuna passata di moda (ma ci sono sempre i ritardatari). Lo stesso, sempre secondo il Butler-pensiero, accade ai maschi: è tutta recitazione (la sua passione). Voi penserete, e che c’entra il gender?
Moltissimo perché il «genere» (gender) è appunto l’aspetto culturale della sessualità: «il femminile» e «il maschile». Due archetipi dell’inconscio collettivo. Il sesso non è solo l’aspetto biologico, animale, ma esprime anche (e soprattutto) un mondo affettivo, poetico, simbolico, che naturalmente ha un ruolo centrale nella relazione tra donna e uomo. È tutto ciò che compare, come specifico dell’uno e dell’altro sesso, ad esempio fin dai più antichi miti di creazione del mondo, e poi nella tragedie greche, nei romanzi latini, nella Divina Commedia, in Shakespeare, in tutte le grandi narrazioni dell’umanità (compreso i racconti e saghe popolari), dove prende forma e espressione l’identità profonda delle persone. Sempre riferita al proprio sesso, che tuttavia non è solo la pratica sessuale, ma il mondo affettivo, simbolico, anche religioso, della persona. Tutto questo «genere», però, dice Butler, è solo recitazione, non c’è niente di vero. Bisogna liberarsene, al più presto.
Ed ecco così polverizzati, con qualche tesina e performance al college Bennington, tra le verdi e curate campagne del Vermont, i due generi della storia umana: femminile e maschile. Il «genere» diventa un problema/guaio (trouble) nel primo libro di Judith (1990), e qualcosa da disfare (Undoing gender), nel secondo (2004). Clamoroso scambio (come appunto si disse e scrisse, criticamente, tra i veri studiosi del «genere») tra un problema personale e quelli dell’umanità.

Da notare poi, a proposito dei procedimenti intentati per difenderne la teoria, che Butler non ha nessuna formazione psicologica, ha solo insegnato letteratura inglese prima di passare alla filosofia decostruttivista nella Berkeley degli anni ancora ruggenti. Il successo della gender theory comunque non è mai stato di tipo scientifico, ma politico. I detentori dei poteri forti della società globale, spesso formatisi negli stessi college d’élite della Butler, sorrisero tra loro della «teoria» ma la videro subito come il grimaldello perfetto per scassinare la cassaforte dei valori comportamentali e simbolici occidentali. Non per realizzare ideali o complotti complicati: semplicemente per fare soldi. Disfare il genere, in cui risiede la ricca e variegata attrezzatura del desiderio tra i due sessi e della loro relazione, era il modo migliore e più rapido per fare spazio all’unico mercato che si vedeva in potenziale sviluppo già fin dagli anni Novanta: quello della riproduzione artificiale e dell’ingegneria genetica.
Appena dopo le sue prime formulazioni, infatti, la gender theory ebbe subito l’appoggio del numericamente esiguo ma politicamente influente gruppo di pressione omosessuale Lgbt e dello schieramento politico che lo appoggia e finanzia: ministeri di Cultura, Sanità e Ricerca di diversi Stati e delle istituzioni internazionali Cee e Onu. Sono i posti chiave per formare la società di domani. A questi poteri forti piace l’idea della Butler che i due generi maschile e il femminile non esistano in sé ma siano solo «costruzioni culturali», performance (recitazioni) cui l’individuo si adatta sotto la pressione dei condizionamenti correnti in materia di sessualità, ma da cui deve essere liberato in nome dei diritti umani.
La distruzione dei due generi realizza infatti rapidamente alcuni importanti obiettivi di mercato. Vediamoli. Il primo è il disfacimento della famiglia tradizionale, scomodo interlocutore (con i suoi valori di risparmio, disciplina, impegno) per una società consumista. La caduta della natalità indotta dalla crisi della famiglia apre inoltre la strada ai mercati delle diverse procedure di riproduzione artificiale, compresa la compravendita di organi, prodotti biologici e bambini. Un mucchio di soldi, in tempi di domanda debole e mercati stagnanti.
Il secondo obiettivo era al momento meno cashy, ricco di liquidità, ma più promettente in termini di potere, nel tempo. In una società dove il genere non è più ancorato ai due sessi, ma confuso con una quantità di pratiche sessuali, l’identità personale si indebolisce fino a sparire e l’individuo non ha più possibilità di opporsi seriamente al potere. È solo un suddito, anche se il regime appare democratico. La distruzione delle identità è la passione di ogni totalitarismo, anche quello attuale, di stampo tecno-scientifico, che governa la tarda modernità occidentale. La gender theory era perfetta per questo scopo. Tanto più che la crisi cronica del sistema era alle porte e i poteri forti avevano fretta.
Come segnalò il filosofo Michel Foucault, c’era fretta di «solidificare» i diversi orientamenti e comportamenti dell’individuo (cancellando la loro fluidità e mimetismo) e di fare così uscire allo scoperto alcune tra le «sessualità periferiche». Non certo per tutelarle. Infatti nessuno dei poteri politicamente corretti si occupa delle sessualità realmente più praticate e fonte di ansia, come la dipendenza sessuale da Internet, o la masturbazione, veri fenomeni di massa, rispetto alle tuttora ridotte omosessualità.

La gender theory, è stata presentata dalle istituzioni che la promuovono come intervento di «diritti umani», a favore soprattutto di omosessuali e donne, considerate paternalisticamente «identità deboli». Omosessuali e donne, però, hanno fortemente protestato. In particolare la corrente del pensiero della differenza femminile, che fa riferimento a un femminile reale e (in Italia) a esponenti femministe come Luisa Muraro e Marina Terragni e altre, contrarie alla Gpa (utero in affitto) e commercio di bambini.
Quanto agli omosessuali, con le loro comunicazioni e manifestazioni hanno preso (soprattutto in Francia) posizioni ben documentate contro il matrimonio omosessuale, spiegandone le ragioni, e contro la gender theory, difendendo la funzione umana e sociale della famiglia formata da uomo, donna e figli, e della sua capacità di creare legami fondativi di identità personali.
Dopo le forti prese di distanze di donne e omosessuali è ancora più chiaro che in realtà ad appoggiare questa «teoria» è soprattutto il sistema tecno-economico della produzione genetica e procreativa, con i suoi dichiarati interessi all’indebolimento di ogni aspetto naturale nella vita umana. Donne e uomini di carne e di cuore che si amano, litigano, progettano, fanno l’amore, e approfondiscono le proprie identità e differenze nei rispettivi spazi di genere, con i loro interessi e le loro passioni, non vanno poi a comprare i figli a pezzi dai poveri del mondo.
Gender theory è solo l’ultima ideologia che prepara il terreno verso l’allontanamento (forse definitivo) dalla vita naturale, con papà, mamma, figli, nati da corpi non affittati o parcellizzati, con le loro emozioni più o meno eterne. La vita umana.

 

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