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Scritto da lastampa.it   
Lunedì 02 Ottobre 2017 00:25


Il volontariato non è solo business per traffico di schiavi

Sono anche feste, fiere, memorie locali: lì è sempre più in crisi

La partecipazione dei cittadini, nelle sue diverse forme, è un elemento generatore della democrazia. Lo descriveva bene Giorgio Gaber quando cantava che «libertà è partecipazione». Già Alexis de Tocqueville, nel suo La Democrazia in America, nel 1835, riteneva che una partecipazione organizzata dei cittadini fosse l’unico antidoto per limitare la tendenza dell’individuo a chiudersi in se stesso e per contenere l’intervento dello Stato nei diversi ambiti della società. Mediante il compartecipare le persone socializzano, condividono valori e obiettivi, attenuano le spinte individualistiche: in definitiva, in tutte le molteplici forme in cui essa si può sviluppare, costituisce un ordito necessario alla coesione sociale e alla tenuta della democrazia. È uno strumento di libertà. Che l’Italia sia ricca di queste espressioni partecipative lo raccontano non solo l’esperienza quotidiana, ma anche i numeri.
La ricerca 
L’ultimo censimento Istat stima che in Italia esistano 301.000 istituzioni no profit, oltre a 44.000 associazioni di volontariato e a più di 6.000 fondazioni. Complessivamente, poco meno di 7 milioni di italiani s’impegnano gratuitamente per gli altri, circa 4 milioni lo fanno all’interno di organizzazioni e 3 milioni individualmente. Un pullulare di formichine che contribuiscono silenziosamente ad accrescere il capitale sociale. Un nuovo dato emerge dalla ricerca realizzata da Community Media Research per «La Stampa»: l’intensità della presenza degli italiani nelle associazioni mostra i primi segnali di un processo di erosione. 
L’impegno 
Le attività a cui le persone aderiscono in misura maggiore sono quelle promosse dalle associazioni culturali (52,4% ha partecipato almeno 1 volta l’anno), seguite dalle iniziative collegate ai problemi dell’ambiente e del territorio in cui si vive (44,8%), dei quartieri o della città (39,3%), dall’associazionismo sportivo e ricreativo (43,3%). Quindi, prevale una partecipazione di tipo “espressivo”, legata alla cultura e alla conoscenza, alla qualità della vita. E in questo senso basti pensare alla quantità di festival organizzati in questi anni e diffusi nelle province, fra l’altro con un nutrito numero di volontari - per lo più giovani - che danno un contributo fattivo alla realizzazione. O alle code di visitatori a gallerie, siti archeologici, alle iniziative di musei aperti. Hanno invece minore attrattiva altre forme di adesione come le manifestazioni di partito (34,2%), di protesta (23,0%) o a favore della pace (22,7%). L’adesione all’associazionismo di categoria o professionale si colloca in fondo alla classifica (22,6%), marcando il problema della rappresentanza degli interessi. L’aspetto che balza agli occhi è che rispetto alla precedente rilevazione (fatta nel 2013) il livello di partecipazione tende a ridursi. 
L’interesse cala 
Emblematico è il dato dei cittadini coinvolti attivamente nella realizzazione di sagre e feste paesane, largamente diffuse in tutta Italia: dal 44,3% del 2013 si passa al 23,5% di quest’anno. Il calo, sicuramente, è determinato da un insieme di motivi. Il primo è che il pullulare di simili attività fa in modo che le persone si disperdano. Ma non solo: l’onere organizzativo è assai elevato, ma gli eventi perdono di originalità e, quindi, di attrattività. Tuttavia, il saldo è largamente negativo. Ma tutte le forme associative vedono intaccata la platea di persone che attivamente si mobilita a favore dell’una o dell’altra. Se sommiamo la quantità di iniziative seguite da una sola persona, osserviamo un fenomeno interessante: la polarizzazione della partecipazione. Ovvero, negli anni avviene una crescente divisione fra quanti non condividono alcuna attività e coloro che frequentano più iniziative nel contempo. Così, chi non interviene è il 23,6% della popolazione, ma era il 9,1% nel 2013. Viceversa, aumenta leggermente chi prende parte a più di 5 iniziative: 49,1% (era il 47,1% nel 2013). Fra questi due poli, registriamo una forte diminuzione. Per un verso, aumenta la quota di chi esce dalle maglie associative e, per l’altro, aumenta di poco il pendolarismo associativo, chi partecipa a più iniziative contemporaneamente.
L’identikit 
La riprova di tutti fenomeni, viene dall’analisi del profilo delle persone che partecipano. Gli assenti, quelli che nell’arco dell’anno non prendono parte ad alcuna attività, arrivano a quota 23,6%. Gli occasionali, presenti non più di 1 volta l’anno, sono il gruppo più cospicuo (56,5%), ma in calo (68,4%). Così come gli interessati, che partecipano almeno 2 o 3 volte l’anno (18,5%, era il 21,6% nel 2013). Sostanzialmente stabili sono i militanti, che tutti i mesi sorreggono le associazioni (1,4%, era lo 0,8%). È forse presto per sostenerlo, ma se il trend sarà confermato in futuro, potremmo essere di fronte a un fenomeno di erosione e disintermediazione su cui l’associazionismo dovrebbe interrogarsi. Le nuove tecnologie consentono di aiutare gli altri anche dalla poltrona di casa: basta inviare 1 euro via sms. Si può ritenere di partecipare alla politica davanti al proprio pc, via web o tramite i social. Una partecipazione light e individuale, a scarso tasso di coinvolgimento. Certo, tutte le forme di condivisione sono benvenute, ma la dimensione della relazione rimane elemento costitutivo del capitale sociale. Per dirla ancora con Gaber, la «libertà non è uno spazio libero». 

 

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