Destrutturano il figurativo Stampa
Scritto da Dalmazio Frau (Cultura Identità)   
Mercoledì 15 Gennaio 2020 00:08

 

Vittore Carpaccio, dietro uno dei suoi grandi teleri veneziani, pose un cartiglio con queste parole: “Victor Carpatius fingebat”. “Fingebat”, non “pingebat”, perché sapeva che il pittore inventa e dunque “finge” mentre dipinge, in un gioco che profuma di magia, come uno ierofante che compia un sacro rito di ri-creazione del Cosmo, un’operazione che crea qualcosa di tridimensionale su una superficie bidimensionale. Il pittore con questa “specie di magia”, una “magia del fare”, apre quelle soglie che William Blake chiamò “le porte della percezione”, spalancando i portali tra i mondi. Pittura che quindi è poiesis e al tempo stesso magia intesa nel suo senso più alto, ovvero quella capacità creatrice d’immagini che fu dei neoplatonici rinascimentali e che ci consente di compiere il più grande, e difficile, tra tutti i viaggi che è il “viaggiare senza muoversi” attraverso il Tempo e lo Spazio ed essere contemporaneamente di qua e di là dall’immagine. Da molti anni, soprattutto in Italia, è stata dichiarata una “guerra senza quartiere” al concetto dell’Arte pittorica come strumento o via verso il Trascendente, distruggendo le scuole e le accademie come un tempo si fece con le botteghe. Per secoli la grandezza della pittura e delle altre arti è stata salvaguardata da Papi, Imperatori e Re; i grandi artisti, eterni dopo secoli, sono tali perché sono stati riconosciuti così dai Medici, dagli Este e dai Borgia. Oggi siamo soltanto pallide ombre in una muta fila lungo la notte, colonizzati, dimentichi d’un retaggio fatto d’oro e di sangue, di splendore e magnificenza senza pari.

Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Gennaio 2020 18:12