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Il lupo e le iene PDF Stampa E-mail
Scritto da Giornale d'Italia   
Giovedì 05 Agosto 2004 01:00

Quel che il fenomeno Liboni ci ha mostrato. Il volto di un’italietta meschina in cerca disperata di emozioni d’accatto.

Luciano Liboni ha attraversato il cielo delle estati italiane come una meteora.

Da tempo è divenuto assai arduo distinguere tra realtà, fiction e reality show, sicchè la storia in fondo banale di quest’uomo braccato è diventata il leit motiv estivo di un’opinione pubblica che si lascia catturare più facilmente da vicende periferiche che non dalle enormi problematiche che riguardano il suo futuro, immediato e no.

Senza averlo potuto immagnare, quest’uomo emarginato, con un passato alle mense della Charitas, forse sieropositivo, frequentatore assiduo del sottobosco più disagiato e multietnico dell’Italia centrale, ha così monopolizzato a lungo gli sguardi inumiditi degli italiani accaldati.

Ma tralasciando le tragedie individuali del Liboni, della sua vittima, Giorgioni e delle rispettive famiglie, a dar veramente spettacolo, senza saperlo, è stata un’Italia povera, triste e allucinata.

A cominciare dai media che per meglio vendere l’hard-show hanno confezionato per il protagonista nomi altosonanti, quale “lupo solitario” quasi a evocare una vocazione alla Robin Hood di un individuo che i latino-americani avrebbero invece battezzato con il ben più appropriato appellativo di “desperado”.

Il richiamo del “lupo” ha così sedotto, forse inconsciamente, tutti coloro che al sacrosanto disagio esistenziale che quest’epoca di post/civiltà non può non provocare, amano dare un sapore nichilsta, iconoclastico ed in una certa misura masochistico.

Da qui l’esaltazione per il “giustiziere” che serpeggiava nei forum dell’ultrasinistra e in qualche centro sociale, ultimi pietosi ricettacoli del pre/eroina.

Follia, demenza: certo. Ma come definire la corsa alla foto, accanto al sangue fresco, sul luogo dove il Liboni era stato abbattuto; una corsa che hanno fatto in molti, romani e turisti, per farsi immortalare presso la chiazza scura da cui era fuoriuscita la vita del braccato ? Che civiltà è ormai divenuta la nostra ? Chi mai avrebbe immaginato simili abbrutimenti prima dell’era del “Grande Fratello” ?

Ora che il Liboni è morto, perso nella tragica banalità di una storia criminale qualunque, sarà invece molto difficile dimenticare il triste spettacolo che abbiamo dato di noi e ancor più problematico guardare al futuro con ottimismo: il livello generale dell’agglomerato umano al quale ci siamo ridotti in pochi decenni può essere guardato dall’alto in basso da qualsiasi fauna di hinterland e favelas in ogni angolo del mondo. Nella costante miserabile della loro esistenza tutti quegli infelici non solo hanno attenuanti che a noi mancano del tutto ma possiedono codici comportamentali che il nostro sopravvivere ha smarrito.

 

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