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La Penisola che affonda PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Lunedì 07 Novembre 2016 01:24


Una lettura non conformista delle cause del disastro italiano. Una proposta concreta

Ho fatto recentemente notare come in una certa area pullulino apprendisti economisti, infarciti di dogmi e di slogan, che ci fanno perdere tempo. Scrissi che esistono eccezioni alla regola e che tali eccezioni spiccano per competenza ed acume. Tra queste rientra di sicuro Augusto Grandi, del Sole24ore. In questi giorni, per le edizioni Eclettica, è uscito il suo Italia allo sbando. (Lavoro, commercio, cultura. Fotografia di un declino).

Chiaro e fruibile nell'esposizione, Augusto Grandi ha il pregio di andare ben oltre i luoghi comuni che liquidano la crisi mortale in cui versa la Penisola come il frutto di un complotto internazionale guidato dalla Trojka o come quello di un assistenzialismo divenuto passivo, abnorme e speculativo, in particolare nel settore pubblico.
Coerente nella critica che ha già mosso in passato, in particolare in Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, edizioni Politeia, Grandi ha messo l'accento sulla mentalità atavicamente retrograda dell'imprenditoria italiana che quasi mai ha osato, che non ha saputo e voluto fare sistema e ha eccessivamente fatto affidamento su risparmio e sfruttamento.

Ferme restando le colpe dei camerieri dei banchieri e degli apprendisti stregoni e quelle di un sistema pubblico passivo e paralizzante, Grandi individua le responsabilità che ricadono sugli imprenditori italiani e su tutti gli operatori, anche agricoli e turistici, e che inchiodano l'Italia nelle retrovie. Sul rapporto imprenditoria-lavoro, sull'articolazione sociale, perfino sulla robotizzazione, si stanno scavando abissi tra chi innova, per esempio i giapponesi, e chi vegeta, come gli italiani, in attesa che le classi medie vengano definitivamente rovinate e che i salariati vivano al di sotto del livello della povertà.

I mantra che servono a scaricare le responsabilità inevase esclusivamente sulle colpe altrui non aiutano. Nei confronti del gotha tecnofinanziario, gli italiani si comportano ora come i meridionali fanno da tempo nei confronti del Piemonte sabaudo. A oltre un secolo e mezzo dal saccheggio non si può giustificare un'arretratezza perniciosa solo con la rapina manu militari e, soprattutto, non se ne può fare un alibi per proseguire nell'immobilismo. Lo stesso accade oggi, nel Meridione/Italia, nei confronti dei saccheggi di Bruxelles e di Francoforte (e di Londra e di New York). Ma come al Sud non sarebbe bastato né basterebbe eliminare il Piemonte per rifiorire, così all'Italia non basta nulla di quello che si ripete con monotonia. La sovranità monetaria? Grandi fa notare che non l'abbiamo persa entrando nell'Euro e neppure con la disastrosa privatizzazione della Banca d'Italia del 1981, ma addirittura nel 1945.

La salvezza nella svalutazione che favorirebbe l'export e rilancerebbe la nostra economia? Il 70% delle imprese vende solo sul mercato interno, del 30% che esporta sono molto poche le imprese che non vendono comunque in maggioranza sul mercato interno. Senza contare che l'export è anche questione di serietà, di sistema e d'immagine, elementi che trascuriamo. Ecco che le formulette magiche  degli economisti politici della domenica risultano risibili.
Servono soprattutto altre cose: fare sistema, innovare, mettersi ai tempi con la robotizzazione. Serve, anche in economia, una vera e propria rivoluzione culturale di cui Grandi espone sia le caratteristiche essenziali sia i modelli da cui attingere e da attualizzare.

Leggere, imparare e applicare.
12 euro, distribuito da libro co.italia e dunque circuiti feltrinelli, mondadori, ubik, oltre a ibs, amazon e similari.

 

 

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