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Il Sole dell'Impero PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Scianca x ilprimatonazionale.it   
Mercoledì 14 Dicembre 2016 00:43


Intervista all'autore, Carlomanno Adinolfi

Immaginate gli Anni ’30 di un mondo ucronico in cui il Sacro Romano Impero è sopravvissuto al Medio Evo ed esiste ancora, in cui i destini degli imperi si confondono con i grandi temi dello spirito e con le più rivoluzionarie questioni scientifiche. Tutto questo e molto altro è il romanzo “archeofuturista” d’esordio di Carlomanno Adinolfi, Il sole dell’Impero (Idrovolante, 21 €). Il Primato Nazionale lo ha intervistato.

Il Sole dell’Impero sembra quasi un Indiana Jones che incontra Guénon. Come ti è venuta questa idea?
Beh, guardando Indiana Jones e leggendo Guénon… scherzi a parte, semplicemente un giorno ho deciso di scrivere una storia che mi sarebbe piaciuto leggere. E una spy-story con fanta-archeologia ambientata negli anni ’30 e con elementi mitici ed esoterici è sempre stato un mio pallino.

La narrativa italiana oggi preferisce occuparsi per lo più di cose come il disagio dei trentenni, i giovani precari, Berlusconi… Perché tu hai voluto addirittura creare un mondo alternativo, ucronico e fantastico?

Purtroppo la narrativa italiana segue la stessa deriva del cinema italiano, che un mostro sacro come Tarantino ha definito “deprimente” e che, parole sue, “parla solo di adolescenti, di coppie, di genitori in crisi, di vacanze per minorati”. Troppo spesso con la scusa della “denuncia sociale” si nascondono drammi esistenziali o psicanalitici che sono castranti, incapacitanti e che promuovono un’attitudine passiva verso la vita. Un autore secondo me ha invece come compito principale quello di creare storie, mondi e personaggi che possano dare slancio al lettore, chiavi per aprire porte, basi per andare oltre il semplice aspetto narrativo. Da questo punto di vista sicuramente un mondo alternativo e ucronico dà più libertà d’azione allo scrittore. Ucronia, Fantasy, Fantascienza e tutti i “sottogeneri” dal cyberpunk al post-apocalittico e ancor più il mix di generi hanno un potenziale enorme da questo punto di vista e sicuramente, come è successo a me, danno anche più spazio alla fantasia personale. Ma la stessa cosa potrebbe succedere anche in storie ambientate nel mondo e nel tempo “reali”. Anzi forse è ancora più difficile, perché invece di creare dal nulla bisogna essere capaci di riuscire a trarre visioni, simboli e “aperture” dai fatti di tutti i giorni, che poi di fatto dovrebbe essere il compito di ognuno di noi. Ma appunto lo scopo tanto dello scrittore quanto del lettore deve essere quello di squarciare il velo e andare oltre, non certo quello di aumentare la cappa grigia intorno a noi.

Quali sono le tue fonti letterarie? A quali autori ti ispiri?

È complicato rispondere, in realtà molto spesso ci sono degli autori che si è letto e che influenzano inconsciamente senza che neanche ce ne rendiamo conto. Ad esempio, nonostante non lo ami particolarmente, mi sono accorto che soprattutto in alcune parti descrittive ho subito una certa influenza da Stephen King. O, soprattutto nei primi capitoli, in cui parto dalla prospettiva individuale dei protagonisti, mi sono ritrovato a prendere come modello i “Point of View” che George R.R. Martin usa nel suo Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Quanto all’ispirazione non c’è un singolo autore che ho preso come fonte. Sicuramente il romanzo deve molto a Michael Ende, anche se forse come dicevo prima più in maniera implicita visto che il genere è totalmente diverso. Poi ci sono anche molte fonti di ispirazione “extra-letterarie” nel cinema e soprattutto nel fumetto. Sono cresciuto leggendo fumetti, soprattutto le Bande Dessinée francesi e belghe e credo sia piuttosto facile trovare nel romanzo le influenze di due capisaldi come il Tintin di Hergé o il Blake et Mortimer di Edgar P. Jacobs. Ma anche i primissimi fumetti pulp, quelli che negli anni ’20 e ’30 venivano stampati sulla carta porosa da cui prende il nome il genere e che spaziavano dalle spy stories alle avventure fanta-archeologiche alla ricerca di mondi perduti tra mafiosi, agenti segreti e scienziati pazzi. Nel romanzo è chiaramente presente tutto questo. Quanto al cinema, a parte una leggerissima influenza adolescenziale derivante da Indiana Jones, sicuramente senza film come Sky Captain di Kerry Conran o il The Shadow di Russel Mulcanhy questo romanzo non avrebbe mai visto la luce. Ma anche una certa visionarietà di registi come Nolan, Niccol, Snyder e il primissimo Proyas di certo mi ha influenzato.

Quali sono, invece, gli autori filosofici e politici che fanno implicitamente capolino nel libro?
Credo che Evola sia facilmente riconoscibile anche in uno dei personaggi del romanzo, così come il protagonista Andrea Alcis, professore di matematica e fondatore di un giornale “eretico” e polemico che promuove idee di Impero Universale, almeno all’inizio della storia non può che ricordare Berto Ricci. Ma più che autori a fare capolino sono tematiche, simboli, elementi archetipici che derivano dalla mitologia romana, da quella nordica, da quella buddhista, dal mondo ermetico e da quello mistico medievale. E poi gran parte della storia è incentrata su una certa visione “filosofica” della fisica quantistica e della teoria delle stringhe che da sempre mi appassionano.

Di un autore come Tolkien, idolatrato nell’ambiente della destra radicale, si è detto talvolta che, a causa di interpretazioni smobilitanti, servisse come via di fuga da una realtà su cui non si riusciva a intervenire. Ti sei posto il problema di capire se il mondo de “Il sole dell’Impero” possa sedurre in questo senso deleterio la gioventù militante di oggi?
Ironicamente posso rispondere che se davvero si potrà correre questo rischio vuol dire che Il Sole dell’Impero avrà avuto un’influenza paragonabile a quella di un gigante come Tolkien… Più seriamente posso rispondere con le stesse parole dell’autore del Signore degli Anelli: “Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata, e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore”. E questo riporta esattamente a quanto detto in risposta alla prima domanda.

Questo libro resterà un tentativo isolato o ne hai già in mente un altro?

Sinceramente non ho ancora pensato a un prossimo romanzo. Ho molte idee embrionali ma ancora non so quale di queste potrebbe trasformarsi in una storia vera e propria, magari nessuna di esse ma una nuova che avrò in futuro. Ad ogni modo credo proprio che in un futuro più o meno prossimo mi rimetterò al al lavoro.

 

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