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Disintegrazione della personalità PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Segatori per Italicum   
Venerdì 10 Febbraio 2017 00:31


Della che?

La scrittura non è un semplice strumento di trasmissione di notizie, pensieri e indicazioni, ma l’espressione dello stato emotivo dello scrivente, della sua stessa personalità.
È il corsivo, specificamente, la modalità con la quale il soggetto riesce a comunicare stati interiori che confermano, o smentiscono, quanto può essere vocalizzato.
Per altro, la scrittura procede anche come dispositivo simbolico, il quale definisce l’organizzazione mentale e caratteriale della persona che la esprime. Tanto per capirci, il fatto che la cultura occidentale proceda da sinistra verso destra rispetto a quella orientale - anche se non unanimemente - che si svolge all’inverso, deriva dal fatto che noi consideriamo il passato alle spalle e l’avvenire di fronte, mentre altre civiltà considerano il primo davanti in quanto noto, e il secondo alle spalle perché inconoscibile, modifica anche l’interpretazione dello scritto. Da noi, si va da sinistra, che è l’interiorità, l’Io, la memoria e le radici, a destra, il mondo esterno, il futuro, l’Altro, la relazione. L’alto della scrittura è l’idealità, la spiritualità e la trascendenza, mentre il basso rappresenta l’inconscio, il senso pratico, la concretezza.
Insomma, da un corsivo si possono desumere dati e segnali che vanno ben oltre alla pur complessa valutazione grafologica dell’ambito medico-legale e forense sull’autenticità di una firma.
Ma, a parte questa premessa, è proprio sulla firma che deve puntare la nostra attenzione. Il fatto che in Finlandia “L’istituto nazionale per l’educazione” abbia deciso di imporre la scrittura a stampatello nelle scuole per una questione di praticità e di maggiore funzionalità di lettura è un fatto di inaudita pericolosità dal punto di vista simbolico, prima che culturale e psicologico.
Alle Scuole Elementari, dopo il rodaggio del famoso ‘asta e filetto’, il maestro dedicava l’attenzione all’esercizio della firma per gli alunni. Prima il nome e poi il cognome, non importa con quale possibilità leggibile; l’importante era la personale identificazione con quello specifico e personale segno. La firma - intesa come specificità di scrittura - definiva l’“Io sono”, non solo sotto l’aspetto burocratico-amministrativo, ma soprattutto dal punto di vista identitario.
I criminologi si affannano a cercare la ‘firma’ dell’esecutore di crimini seriali, mentre gli educatori decidono di annacquare ogni diversità in una modalità più comoda di stampatello.
Questo procedimento omologativo si aggancia perfettamente all’uso sconsiderato e devastante degli strumenti tecnologici per la scrittura: «Un’accresciuta digitalizzazione della scrittura, che fa la sua comparsa già nell’infanzia, ha conseguenze negative sulla capacità di lettura di bambini e adulti. […] La scrittura manuale permette di apprendere meglio. Il pensiero ha sempre bisogno di una relazione concreta. [...] L’apprendimento delle lettere per mezzo della scrittura con la matita è superiore rispetto all’uso di uno strumento di videoscrittura digitale» (1).
La scrittura a mano, e soprattutto in corsivo, è l’esercizio della fantasia, della creatività e del gusto, perché il rapporto occhio-cervello-mano è il ponte che connette la percezione, l’elaborazione e la pratica. Inoltre, questo addestramento abitua alla valutazione della distanza, dell’ampiezza, dello spazio libero e di quello occupato dai segni; abitua al controllo muscolare, al tempo della riflessione, alla correzione volontaria, quindi allo sforzo di perfezione.
È evidente come una semplice consuetudine quotidiana possa coinvolgere in toto la persona, nella sua complessità organica, psicologica ed estetica.
A prescindere, però, da queste componenti, quello che è di importanza essenziale per la struttura dell’individuo è il concetto della ‘firma’. L’attuale firma digitale, che è il corrispondente informatico di una tradizionale firma autografa, è solo un segno burocratico dell’autenticità di chi lo digita, ma nulla trasmette della sua persona. Altro è l’autografo - semanticamente scritto di propria mano - che personalizza un atto, un biglietto, un dono. La scrittura autografa esprime l’inconscio, le caratteristiche della personalità dell’individuo. Essa è una proiezione grafica, simbolica ed evocativa di sé, di ciò che si prova, si vuole e si crede in quel preciso momento. Tanto è vero che, pur rimanendo decifrabile nei suoi segni particolari, cambia nel tempo, con gli stati d’animo e le motivazioni, dimostrando di essere lo specchio della nostra interiorità, della nostra sincerità e della nostra condizione mentale.
L’iniziativa finlandese si aggancia in sinergia all’informatizzazione capillare nella disintegrazione della personalità, in quella operazione di omologazione dei gusti e delle personalità che soli, nelle diverse e peculiari espressioni, rimangono a baluardo contro l’appiattimento dilagante.
Quando decenni fa, in tempi non sospetti, denunciavamo la democrazia come infezione dello spirito, i censori dell’intelligenza e i guardiani della giustizia criminale si accanirono a più non posso contro di noi e contro questa nostra accusa. Ora, scienziati democratici come il citato Spitzer, docente ad Harvard e direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le Neuro-scienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm avvertono: «Prima di introdurre computer portatili negli asili e nelle scuole elementari dovremmo sapere che cosa stiamo facendo ai nostri figli!».
L’attacco ai giovani è l’esempio della democrazia realizzata nella quale non devono sussistere diversità; di più: non siamo all’infezione dello spirito, perché l’infezione presuppone degli anticorpi per combatterla, ma alla sua sterilizzazione. Dalla sessualità alla moda, dal gusto alimentare allo stile nell’abbigliamento, dalla cinematografia al romanzo fino alla scrittura, tutto converge verso il superamento della democrazia stessa, oltre l’uguaglianza delle opportunità per trasformare la società ad una informe similitudine, alla medesimità - secondo un felice neologismo di Alain de Benoist: l’indistinzione, l’indifferenziato.
Chi ha cuore l’infanzia deve opporsi alla devastazione in atto e fare propria l’esortazione di James Hillman a difendere la «ciascunità», la peculiarità della persona contro ogni forma di indistinto mescolamento, perché «Le disuguaglianze precedono il primo vagito» (2).

NOTE

(1) M. Spitzer, Demenza digitale, Corbaccio, Milano 2013
(2) J. Hillman, Il codice dell'anima, Adelphi, Milano 1997


 

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