Accedi



Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Agosto 2017  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
   1  2  3  4  5  6
  7  8  910111213
14151617181920
21222324252627
28293031   

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Le ricette economiche populiste hanno così senso? PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Gruppo (thule-italia.net)   
Giovedì 16 Febbraio 2017 00:14

Parte uno Il neo protezionismo; cura efficace o velleitaria?



Negli ultimi anni, ed in misura sempre crescente, s’è fatta largo nella ribalta del dibattito politico ed economico dell’Occidente una parola: neo protezionismo.
Tale parola non è altro che la sintesi propositiva della risposta borghese alla globalizzazione, la cui crisi d’identità è cosa ormai accertata.
L’attuale Presidente degli Stati Uniti, l’eccentrico repubblicano Donald Trump, sembra diventato per molti il campione di questa ricetta economica, che dovrebbe rispondere alle ansie della classe media statunitense, impoverita dalla grave crisi strutturale del 2007/2008, partita dal gigante a stelle e strisce, le cui ripercussioni, dopo quasi dieci anni (!!!), si riverberano ancora su tutto il sistema economico del XXI secolo.
L’instabilità della finanza globalizzata, il declino inesorabile dei progetti d’integrazioni tra macro aree economiche, e lo spaventoso retaggio recato dagli eccessi speculativi d’inizio secolo, hanno portato le classi sociali borghesi dell’Occidente a desiderare una via d’uscita che, se da un lato denuncia parzialmente le velleità del liberismo apolide, dall’altro tende a nutrirsi di una speranza altrettanto velleitaria; il ritorno al benessere e alla stabilità pre-crisi.
Tuttavia il neo protezionismo, caratterizzato da una maggior attenzione (comunque positiva) verso la tutela dell’economia reale delle singole nazioni occidentali, rispetto alla finanza speculativa globalizzata, non va alla radice del problema; ovvero la natura stessa dell’economia di mercato, che distorce le priorità dei popoli, rendendoli funzionali ad un modello di sviluppo in cui beni e servizi non vengono prodotti per essere inquadrati entro una richiesta effettiva, bensì vengono creati ed indotti presso i popoli bisogni e necessità sempre più effimere, al solo fine di poter continuare a produrre senza nessuna limitazione né di natura etica, né nel rispetto della conclamata limitatezza di risorse del pianeta. Ciò non vale soltanto per i popoli dell’Occidente, ma anche per quelli di altri continenti, in cui, con la globalizzazione, si sono spesso introdotti bisogni non corrispondenti alle tradizionali modalità esistenziali degli stessi, al solo fine sia di espandere i consumi su scala planetaria, sia di omologare i popoli ad uno standard confacente alle prospettive della globalizzazione.
Tornando al neo protezionismo, possiamo notare come il suo crescente seguito presso le masse occidentali, sia divenuto una sorta di spauracchio per l’establishment dominante, che in un decennio non ha trovato una “cura” adeguata per arginare il fallimento di certi obbiettivi prioritari per il processo d’integrazione economica planetaria, e che si trova oggi a dover affrontare spinte politiche “dal basso”, che reclamano restrizioni all’invadenza delle economie aggressive di nazioni come la Cina presso i mercati domestici, ed una tutela conservativa di tipo sociale ed occupazionale.
Se gli Stati Uniti sembrano diventati il capofila di queste istanze, con l’avvento dell’attuale Presidenza Trump, sulla cui coerenza ci sarà molto da scoprire, anche in Europa serpeggiano movimenti che ne ricalcano di simili; basti pensare al tono che ha assunto l’attuale Governo May in Gran Bretagna, in cui il processo di scissione dall’Unione Europea, la così detta “Brexit”, pone in modo palese tutti i temi del neo protezionismo, pur avendo un occhio di riguardo verso l’ipotesi (non troppo irrealistica) di un blocco economico e geopolitico atlantico di nazioni anglosassoni.
Molte sono le voci che si levano contro l’ipotesi che il neo protezionismo prenda ancora più piede in Occidente, e non ci è apparso per nulla strano ascoltare le parole a Davos, durante l’ultimo World Economic Forum, del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping, che elogiavano la globalizzazione ed il libero mercato, contro ogni ipotesi di un ritorno ad un maggior controllo del commercio mondiale, e a limiti ad esso presso le singole nazioni occidentali, in ragione di una rinnovata tutela delle classi sociali che, dalla crisi del 2007 ad oggi, hanno perso gran parte delle loro certezze. Un discorso applaudito da tutto il gotha della finanza apolide, e dai politicanti liberisti, non che da gran parte dell’intellighenzia progressista.
Paradossale se si pensa che oggi, nel 2017, il campione di questi soggetti i cui templi sono i mercati, altri non è che l’erede di Mao Zedong!
Eppure viviamo in questa contraddizione, che sembra ormai avviata a polarizzare il dibattito politico dell’Occidente tra chi è fautore del neo protezionismo, e chi ancora promette l’età aurea di un pianeta interconnesso ed omologato.
E’ però giusto chiedersi se sia il caso di “tifare” per il neo protezionismo, ritenendolo una sorta di manifestazione dell’identità dei popoli contro le forze mondialiste, o se non sia più giusto metterne a nudo i limiti, l’incongruenza, e la mancanza di una reale prospettiva radicale e rivoluzionaria.
Se, come accennato, una maggior attenzione all’economia reale ci sembra cosa adeguata, tuttavia non riteniamo che la risposta adeguata alla crisi del sistema liberista del XXI secolo possa risolversi nella sola soddisfazione d’istanze conservatrici e borghesi.
Il neo protezionismo ha caratteristiche che possono essere funzionali ad una parziale base di partenza, ma non potrà MAI assurgere a panacea di tutte le criticità dell’epoca contemporanea, specialmente per l’Europa, cui serve ben altro.
Una linea di politica economica che COMINCI con iniziative protezionistiche può essere valida, ma solamente quale parziale viatico per passaggi successivi sempre più radicali.
Ciò detto, non riteniamo che gli Stati dell’Europa, presi singolarmente o nella gabbia dell’UE o dell’area euro, possano ad oggi detenere quella forza capace di intraprendere un percorso di rottura quale noi auspichiamo. Gli Stati Uniti poi non possono (e NON DEVONO) essere un esempio da seguire, in quanto fondati sul libero mercato, ed in cui le istanze protezionistiche sono ciclicamente riproposte in fasi storiche di riassetto interno del loro modello di sviluppo e di potenza.
Riteniamo quindi che le forze politiche che in Europa propugnano istanze protezionistiche, o neo protezionistiche, non siano in grado di scalfire la base della questione: la necessità di ridefinire in chiave veramente europea un modello organico, che comprenda l’insieme economico, sociale e d’identità specifica del Vecchio Continente.
Ogni iniziativa che non abbia tale presupposto secondo noi risulta debole ed effimera.


 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Febbraio 2017 14:58
 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.