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Le ricette economiche populiste hanno così senso? PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Gruppo (thule-italia.net)   
Venerdì 17 Febbraio 2017 00:08


Parte due Perché dipendere dall’export?

Partiamo col dire che, quale cardine del nostro ragionamento, noi siamo per una soluzione europea circa la questione relativa ad una reale alternativa organica nel riassetto economico di cui ci facciamo portatori. Detto questo, le spinte neo protezionistiche, che da sole non bastano secondo noi a realizzare e consolidare l’alternativa al vigente sistema/modello economico e di sviluppo, possono essere una buona base di partenza, un punto d’inizio verso una transizione che offra al continente europeo una sua indipendenza dai mercati e dalla finanza speculativa apolide.
Come abbiamo scritto in un precedente articolo (VEDI): “La via più fattibile e pragmatica per una vera rivoluzione anti-liberista, in terra d’Europa, dovrebbe vedere la coesione politica delle sue principali nazioni occidentali in un progetto d’indipendenza economica e di uscita del Vecchio Continente dal circuito sistemico dei mercati speculativi (…)”.
Questo concetto lo ribadiamo con forza e determinazione, in quanto siamo consapevoli che, in un mondo multipolare, dominato da blocchi continentali contrapposti sì, ma legati comunque ad un unico impianto sistemico (la globalizzazione), le singole nazioni d’Europa non potrebbero mai trovarsi ad operare positivamente in una sorta di “corsa solitaria”, finalizzata ad affrancarsi dal mercato e dalle sue trappole, tale ipotesi sarebbe pura e semplice utopia. Invece, in un quadro più ampio, di portata continentale, che trovasse le principali nazioni del Vecchio Continente in prima fila, seguite a ruota da quelle minori, l’opera di emancipazione dal sistema vigente sarebbe radicale nelle modalità e maggiormente efficace nei risultati finali. Su ciò non nutriamo dubbio alcuno.
L’Europa nel suo complesso è, di fatto, il secondo blocco continentale dopo quello statunitense per complessità del proprio appartato produttivo, elevati standard tecnologici presenti in ogni settore, e diversificazione del mercato interno. Questo dato di fatto incontestabile deve essere un punto di forza, nell’elaborazione di una proposta politica antagonista. Tuttavia il sempre più marcato orientamento all’export delle produzioni continentali, ed un abbandono effettivo di ogni ipotesi di riconquista dei circuiti di consumo domestici, posti così alla mercé delle produzioni extraeuropee ed intraeuropee di basso costo, rappresentano due fattori di debolezza che non possono essere sottovalutati. In questo frangente il neo protezionismo deve essere considerato come una prima positiva reazione, seppur perorata dalle singole nazioni, dove si cerca di riordinare gli squilibri attuali.
Pensate, ad esempio, alla paradossale situazione dell’Italia o della Germania; nazioni che hanno arginato la crisi economica interna, non attuando politiche di ricollocazione del focus produttivo in favore del proprio popolo, ma vincolandosi con sempre maggior convinzione alla crescita dei consumi e del PIL di nazioni extraeuropee.
L’attuale surplus commerciale della Germania per l’anno appena passato raggiungerà il valore stratosferico del 9,2% del PIL, circa 255 miliardi di euro!
Di fatto la nazione tedesca dipende dai suoi clienti esteri, dalla loro capacità d’implementazione dei consumi e dalla capacità produttiva crescente, che necessita di manufatti industriali made in Deutschland, rinomati per il loro elevato know how tecnologico.
L’Italia non è poi messa meglio della Germania, infatti, proprio l’export ha garantito alla nostra nazione di evitare il tracollo completo nella lunga crisi d’inizio secolo. E a tuttora sono proprio le aziende a vocazione internazionalizzata che trainano l’economia italiana, e garantiscono un argine alla crescente diminuzione di posti di lavoro. Mentre le aziende che hanno nel mercato interno il proprio sbocco principale, arrancano in una decennale cronica stagnazione, e vengono incentivate da più parti ad “internazionalizzarsi”.
Tuttavia, basta poco perché anche l’export si riveli un’arma a doppio taglio.
In questi ultimi anni, ad esempio, causa l’esposizione di molte produzioni italiane verso la Russia, i due settori dell’agroalimentare e del legno/arredo hanno sofferto tantissimo le conseguenze nefaste, portate dalla supina accondiscendenza del Governo nazionale verso l’imposizione di sanzioni economiche da parte di UE e Stati Uniti nei confronti della Russia, per via del contenzioso militare apertosi con l’Ucraina nel 2014.
Il Wien Institute for International Economic Studies (WIFO) stima che già dopo un anno dalle sanzioni contro la Russia, nel 2015, l’Italia, che soltanto due anni prima era il secondo esportatore verso la Russia fra gli Stati UE con 10,8 miliardi di euro di export, abbia perso ben 80.000 posti di lavoro per effetto delle sanzioni e lo 0,1% di PIL. Sempre per il WIFO, nel medio periodo, l’Italia potrebbe perdere fino a 215.000 posti di lavoro e 7 miliardi di PIL (0,44%), se le sanzioni contro Mosca permarranno senza soluzione di continuità.
Questo vuol dire che, seppur dotata di una propria vocazione internazionalista affermata, l’economia italiana non regge le incognite geopolitiche che possono sorgere presso i propri clienti finali.
Nonostante questi rischi palesi, le associazioni di categoria, tanto in Italia quanto in Germania, non sembrano voler vedere il pericolo, ed anzi, spingono i governi ad orientare le loro politiche economiche nel segno dell’internazionalizzazione, quale cardine del loro sviluppo. La vulgata imperante è che SOLO nelle produzioni di alta gamma si può trovare la via più competitiva per mantenere le produzioni nazionali, e che SOLO proiettandole verso l’export si possa garantire crescita economica e sviluppo occupazionale.
Tuttavia, il progresso dell’economia 4.0, già da noi analizzata in articoli precedenti (VEDI), punta proprio ad un incremento dell’efficienza produttiva attraverso la robotica, cosa che, giocoforza, andrà ad intaccare le categorie di lavoratori impegnati in settori di alta gamma, attraverso drastici ridimensionamenti delle piante organiche aziendali.
Dipendere quindi dall’export risulta a nostro giudizio una risposta sbagliata, ad un problema che ha, alla base, sempre le catene poste dalla globalizzazione, che lungi dal “liberare” le economie, le vincola ad una dipendenza che non tiene conto dell’interesse primario dei popoli, ma favorisce le istanze di attori economici che ormai hanno la facoltà di poter operare in modo sovranazionale, venendo meno a qualsiasi tipo di legame territoriale o sociale, e che traggono dalla madrepatria vantaggi che un domani potranno trarre altrove, qualora essa non soddisfi più le loro esigenze.


 

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