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Il diritto alla felicità corporale PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Segatori   
Lunedì 20 Febbraio 2017 00:05


Inteso in senso del tutto antierotico, off course. O della divinizzazione della salute

La vita è una malattia sessualmente trasmessa, ad andamento incerto e ad esito infausto.
Occhio a questa definizione, perché solo a partire dalla sua indiscutibile verità si potrà comprendere il ragionamento che precede e sostiene la denuncia che vado a presentare.
Mai in nessuna epoca l’uomo è vissuto con l’ossessione costante della salute e della felicità, salute e felicità non intese come fisiologica ricerca del benessere fisico e psichico personale, ma come condizioni di patologica prescrizione e sorveglianza collettiva imposte dai vari apparati tecnico-burocratici dello Stato. Tutto parte da una disposizione paranoica reperibile al primo comma dell’articolo 32 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». È il massimo della deriva di onnipotenza: perché la salute potrà essere determinata da una sfiga smisurata dovuta a deficit genetici o a predisposizioni ereditarie, oppure da un culo sfrenato che ti fa arrivare centenario nonostante abusi e trasgressioni, ma mai potrà derivare da una ordinanza legislativa. Questa norma, però, ha in sé un nucleo di pericolosità perfettamente evidenziato dallo psicoanalista junghiano Luigi Zoja: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute».
Ecco, allora, che interviene con dovizia di imposizioni e larghezza di proibizioni il cosiddetto «Stato Terapeutico Totalitario» il quale dall’atto del concepimento fino al momento dell’esalazione dell’ultimo respiro impone norme di comportamento, stili di vita e programmi di manutenzione del corpo e della mente.
Non c’è scelta personale, dall’asilo alla casa di riposo, che non venga vagliata, censurata o autorizzata da protocolli e linee-guida: dalla pericolosità dei biscotti della zia zitella da portare come merenda a scuola, alla moderazione della salsiccia e del vino per il festeggiamento dell’arzillo novantaseienne, fino alla delega ai «tanatocrati» e alla loro strumentazione, secondo una felice descrizione di Aldo Carotenuto, per stabilire se uno sia vivo o morto.
La natura, Dio, il caso, la stessa volontà del singolo sono opzioni scomunicate in questo panorama di sorveglianza esasperata.
In mezzo, tra la nascita e la morte, oltre alla illusoria prevenzione di qualsivoglia fatalità o deliberata decisione, si insinua costantemente il dubbio che ognuno di noi possa, in realtà, essere potenzialmente malato, ma non approfonditamente diagnosticato. Ecco che interviene l’organizzazione utopica-ideologica a diffondere con modalità terroristiche e procedure insinuanti la medicina predittiva: della serie, tu credi di essere sano, ma io cercherò di dimostrarti il contrario. La medicalizzazione integrale della società ha reso i cittadini tanti ansiosi pazienti in attesa di un controllo del sangue o di una valutazione diagnostica strumentale insinuando nel singolo quasi l’idea scaramantica di un primitivo pensiero magico, della serie: se oggi mi faccio una glicemia e un elettrocardiogramma, per un anno posso stare tranquillo che non mi succederà nulla perché la liturgia è stata rispettata. Dal cornetto sul portachiavi, insomma, si è passati al ticket ospedaliero nel portafoglio.
Tutto questo, poi, è proiettato altrettanto magicamente in un’atmosfera di eternità terrena. La tragicità della vita dell’epoca classica si è trasformata nella farsa esistenziale dell’attualità, dove la qualità del vivere è stata sostituita dalla quantità della sopravvivenza. Eliminato il Sacro che dava un senso all’immortalità dello spirito è stata inventata un’interminabile giovinezza o, più precisamente, un allungamento delle vecchiaia artificialmente mantenuta. Non c’è più Storia, narrazione nel singolo e nella comunità, ma solo anamnesi e cartelle cliniche, oltre che supporti estetici e sostegni tecnologici.
Se un tempo l’alienazione era uno stato di malessere legato all’ambiente di lavoro, all’emarginazione sociale o ad una disorganizzazione psichica, oggi è diventato alienante vivere. Ma per tutti coloro che comprendono questa deriva, e che in qualche modo la rifiutano, e che credono ancora che la salute e la salvezza siano comunque stati interiori non delegabili ad apparati tecnici esterni, valga sempre l’esortazione nazionalpopolare di un grande del ventesimo secolo che qui proviamo a parafrasare: È meglio vivere un giorno da trasgressori che cento da mutuati!

 

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