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Scritto da perseonews.it   
Giovedì 23 Febbraio 2017 00:02


Zitta zitta Gladio verrà riconosciuta

Ma il loro "anticomunismo" non impedì di attivarsi a favore del Pci per inquinare le prove della strage rossa di Brescia né di attizzare l'odio antifascista per spianare la via al Compromesso Storico: bastò che l'ordinasse Kissinger.

Operazione Gladio, il ritorno. Non è un film, né un revival della Guerra fredda. Però, i ‘gladiatori’ della sezione italiana della rete Nato “Stay behind”, pur ridotti di numero (e riuniti nell’associazione reperibile al sito www.stay-behind.it), non hanno mai cessato di lavorare per la piena ‘riabilitazione’ politica dopo le polemiche che all’inizio degli anni ‘90 ne fecero uno dei casi politici più scottanti.
Al punto che ne derivò una guerra, non tra blocchi ideologici contrapposti Usa-Urss, bensì tra due big della Dc (e dello Stato, essendo l’uno Presidente della Repubblica e l’altro presidente del Consiglio) come Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, su cui si innestarono gli attacchi dell’allora Pci, poi Pds.
La notizia è che a palazzo Madama l’ex ministro della Difesa, leader dei Popolari per l’Italia, Mario Mauro, ha depositato un ddl per il “Riconoscimento del servizio volontario civile prestato nell’organizzazione nordatlantica ‘Stay Behind Nets’” (sciolta nel novembre 1990). In base al ddl, l’Associazione italiana volontari Stay Behind, costituita in data 4 febbraio 1994 quale associazione non riconosciuta, “è riconosciuta quale associazione combattentistica e d’arma ed è iscritta nel relativo elenco tenuto dal ministero della Difesa”.
La proposta, che ricalca quella presentata nel 2014 alla Camera dal forzista Luca Squeri ha come cofirmartari un altro azzurro, Maurizio Gasparri, e il senatore di Gal (nonché cossighiano insossidabile) Paolo Naccarato. In entrambi i rami parlamentari, insomma, è agli atti la proposta che all’articolo 1 equipara “il servizio volontario prestato come personale civile esterno, dai soggetti non inquadrati permanentemente nelle Forze armate, nella rete italiana dell’organizzazione clandestina nordatlantica ‘Stay Behind Nets’” al servizio prestato “presso le Forze armate dello Stato, con esclusione di qualsiasi effetto ai fini retributivi, previdenziali e assistenziali”.
Gli interessati all’iniziativa devono considerarsi, direttamente o i loro eredi, i seicentoventidue cittadini italiani inclusi negli elenchi nominativi suddivisi per regione di appartenenza di cui all’allegato 1 annesso alla relazione sulla vicenda Gladio presentata alle Camere dal presidente del Consiglio dei ministri il 26 febbraio 1991. Sempre all’art.1 si prevede che “l’appartenenza alla struttura Stay Behind è certificata dalla presidenza del Consiglio dei ministri, in conformità alla proposta formulata e su richiesta degli interessati, o, in caso di loro morte, di un loro erede legittimo a nome e per conto di tutti gli altri eventuali eredi, con il supporto dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise)”.
È previsto anche un distintivo onorifico (presentato in allegato al ddl), che, se la proposta facesse il suo corso, verrebbe approvato con decreto del ministro della Difesa e che “il personale militare interno, già appartenente alla struttura Stay Behind e ancora in servizio nelle Forze armate dello Stato, ha facoltà di portare sull’uniforme”. Il distintivo rappresenta, secondo la descrizione araldica in allegato (ma c’è anche l’immagine) “un trofeo d’armi costituito da uno scudo difensivo rotondo con la croce atlantica della Nato in campo blu, che riporta nella parte bassa la scritta ‘Stay Behind’”. Nella parte superiore è posto “in posizione di parata al traverso, un gladio nobile di tipo iberico (non impugnato da alcuna mano), con la lama snudata e la punta celata parzialmente da un soffice nastro con i colori nazionali riportante il motto ‘silendo libertatem servo’ (‘in silenzio servo la libertà’, ndr.), realizzato come da disegno sotto riportato, eseguito in scala 1:1, iscritto entro una circonferenza del diametro di 50 millimetri”.
Nella relazione al ddl si afferma che gli aderenti alla Stay behind “hanno deciso di aderire al riservato invito di arruolarsi in una speciale unità delle Forze armate italiane che li avrebbe adeguatamente istruiti e preparati a svolgere un’attività clandestina di tutela e di difesa di interessi nazionali, un’attività partigiana che sarebbe dovuta entrare in funzione nella sola malaugurata evenienza di un’invasione militare”, da parte del blocco del Patto di Varsavia dominato dall’Unione Sovietica.
Inoltre, “questi nostri concittadini sono senz’altro parificabili ai partigiani che hanno combattuto per la liberazione dell’Italia durante la Resistenza. Erano, indistintamente, animati dallo stesso spirito di combattere per la liberazione della Patria, principio che è alla base della nascita della nostra Repubblica”. Nella relazione si ricorda, infine, che della struttura la Corte d’assise di Roma riconobbe la legittimità con la sentenza n. 17 del 3 luglio 2001.

 

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