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Ancora sulla via della seta PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Santangelo per huffingtonpost   
Giovedì 09 Marzo 2017 00:35


L'Italia, ispirata dalla Germania, guarda ad est se a ovest boicottano

Si è conclusa la visita ufficiale del presidente Mattarella in Cina.
In ballo non ci sono solo 5 miliardi di nuovi accordi commerciali, ma l'esigenza di rivedere complessivamente la strategia del nostro Paese in un mondo in profonda trasformazione.
Infatti, all'ombra della Brexit e di fronte alla sfida dei movimenti populisti, la Merkel prospetta l'avvento di un'Europa a più velocità. La grammatica geopolitica e geoeconomica - al di là delle tensioni in Ucraina - suggerisce il rafforzamento di un asse russo-tedesco.
Dazi, barriere e muri assediano il commercio globale.
E l'Italia? Naviga a vista, spesso auto-sabotandosi, con il rischio - sempre più concreto - di marginalizzazione geografica e politica. Quindi, è quanto mai urgente definire una strategia di medio e lungo periodo per affrontare queste sfide convergenti, con la consapevolezza appunto che - lungo il vasto territorio eurasiatico - è in atto un nuovo "grande gioco" economico ed energetico, con network che, in diversi e variegati settori, stanno ridisegnando le reti di cooperazione internazionale. Il viaggio del presidente della Repubblica acquista quindi una valenza che supera la contingenza. Non a caso ha tenuto una lectio sull'attualità della Via della Seta.
Dalla collaborazione nell'esplorazione dello Spazio alle nuove infrastrutture terresti - su gomma e su rotaia - fino alle nanotecnologie, è tutto un moltiplicarsi di iniziative per la costruzione di imponenti snodi logistici, di interscambio informatico e digitale nel campo della ricerca e della conoscenza.
Un tema su cui da anni lavora il centro studi Il Nodo di Gordio, animato dall'analista Daniele Lazzeri.
Parliamo di snodi strategici che potrebbero vedere l'Italia - ideale terminale della Nuova Via della Seta - in prima linea; si tratterebbe di una rinnovata cooperazione internazionale frutto di numerosi intrecci e di nuove frontiere nella collaborazione tra regioni e popoli che il nostro Marco Polo raccontò nel suo "Milione''.
Si profila dunque un futuro in cui si ripercorreranno i passi del viaggio di ritorno del mercante veneziano, poiché, in questo primo scorcio del Terzo Millennio, la Via della Seta 2.0 potrebbe essere osservata partendo da Pechino e non più da Venezia. One belt, one road: Pechino volge lo sguardo all'Eurasia per riaffermarsi nell'arena internazionale con un "nuovo ordine".
Xi Jinping eredita il testimone da Zheng He, l'ammiraglio cinese che sotto la dinastia Ming spiegò per primo la vele della flotta imperiale spingendosi verso Occidente. Allo stesso modo, il presidente proietta la strategia cinese su un orizzonte globale proprio con l'iniziativa della Nuova Via della Seta terrestre e della via marittima che dall'Asia raggiunge l'Europa e il Mediterraneo.
La Cina, da eccellente giocatore di weiqi (go), guarda all'Eurasia come a una grande scacchiera reticolata, dove colmare gli spazi vuoti avendo cura di evitare quelli pieni: il paziente gioco cinese si snoda lungo la Nuova Via della Seta attraverso un canale preferenziale: una vera e propria charme offensive.
È attraverso l'esercizio della soft power diplomacy che la Nuova Via della Seta condurrà la Cina alla riconquista del "suo posto" di influencer nello scacchiere regionale Eurasiatico.
La Cina cercherebbe di sedurre il mondo, attraverso quello che la sinologa Dolores Cabras descrive nel suo volume "Il ritorno dell'Impero di mezzo" (Fuoco Edizioni) come: "Un ambizioso progetto - proposto durante il recente Forum di Bo'ao - che coinvolge oltre 65 Paesi in opere infrastrutturali ferroviarie e portuali per un valore di 1,8 trilioni di dollari, che certamente non mira solo a veicolare commercio ed economia, nuove tecnologie, passaggio di know-how e investimenti finanziari in renminbi, ma anche altre importanti risorse di potere, prime fra tutte la diplomazia pubblica e l'influenza culturale".
La Cina farebbe sua la visione dell'ammiraglio Sir Walter Raleigh della Marina militare britannica che già nel XVII secolo affermava: "Chi domina sul commercio mondiale domina sulle risorse mondiali e, di conseguenza, domina sul mondo intero".
Per la riconquista del "suo posto" nel nuovo ordine internazionale multipolare, Pechino starebbe scegliendo quindi un approccio cooperativo. Sempre per la Cabras l'obiettivo sarebbe "La creazione di una rete di comunicazioni terrestri e marittime supportata dai fondi della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (Aiib)".
Tutto ciò non solo potenzierebbe l'interdipendenza dei mercati ma rafforzererebbe i meccanismi di confidence-building e le relazioni win-win costruite sulla fiducia reciproca e il mutuo vantaggio, favorendo al contempo una virtuosa competizione interstatale nell'area eurasiatica; nascerebbe così un ordine internazionale pacifico e multipolare, con il Paese di mezzo quale tutore della "grande armonia".
Seguendo questo ragionamento, la Nuova Via della Seta non sarebbe solo una grande opportunità per la Cina, ma anche per i Paesi Europei, e se Germania e Spagna si gioveranno soprattutto della rete di comunicazione ferroviaria con i treni cargo che trasportano le merci da Pechino a Madrid, il nostro Paese avrebbe l'occasione di poter sfruttare al meglio non solo la via terrestre ma anche quella marittima, che dall'Asia meridionale raggiunge il Mediterraneo, attraverso una rete integrata di interporti che potrebbe potenziare il ruolo di alcuni nodi adriatici, agevolando lo scambio commerciale attraverso i mega container.
Saremmo di fronte a un partenariato strategico, non solo a vantaggio delle economie asiatiche. l'Italia avrebbe l'opportunità di consolidare il proprio ruolo nello scacchiere geopolitico del Mediterraneo e del Vicino Oriente (i 2/3 degli approvvigionamenti energetici della Cina e del Giappone giungono dal Medio Oriente attraverso i corridoi marittimi dell'Oceano Indiano).
In questo caso, la nuova strategia del "filo di perle" della Cina che si estende a Ovest offrirebbe grandi opportunità politiche ed economiche al nostro Paese, in primis la possibilità di conquistare un ruolo nel sistema di coordinamento e di integrazione degli interventi infrastrutturali nel Mediterraneo.
Ma il nostro Paese e la sua classe dirigente sono in grado di cogliere queste opportunità? Più prudente sulla capacità dell'Italia di trarre vantaggio da questo straordinario mutamento del quadro internazionale è Giuseppe Sacco che sottolinea come: "Il progetto di creare un grande asse ferroviario est-ovest, addirittura - come si dice - da Lisbona a Vladivostok, è tutt'altro che nuovo. Ma l'Italia ne trarrà vantaggio solo se esso passerà a Sud delle Alpi. In caso contrario, invece, la nascita di questo asse accrescerà in maniera disastrosa la perifericità del nostro Paese".
Secondo questo specialista, che ha insegnato a Parigi, a San Francisco, a Seoul e - in Italia - a Firenze e alla Luiss - "questa seconda ipotesi è ormai quella più probabile". Per due ragioni. "In primo luogo, perché il nuovo asse ferroviario euro-asiatico, che - rispetto alla via marittima - dimezza (14 giorni) i tempi di trasporto tra la Cina e l'Europa Occidentale, ha il suo terminal nel Nord della Germania, a Duisburg, che è il più grande porto fluviale del mondo; e da lì, la via più razionale per Madrid e Lisbona è quella che attraversa la Francia".
E poi, in secondo luogo, perché, "mentre cinesi, russi e tedeschi costruivano effettivamente questa nuova via della seta ferroviaria, in Italia i cosiddetti NoTav hanno bloccato per anni la Torino-Lione, cioè il passaggio delle Alpi, che è assolutamente indispensabile a un ipotetico asse est-ovest attraverso la Pianura Padana. Per quel che riguarda la via marittima della seta che passa per il Canale di Suez, e che consente in poco meno di un mese di arrivare da Shanghai ai porti dell'Europa mediterranea, i vantaggi che l'Italia ne poteva trarre sembrano essere già perduti".
Una volta arrivati nel Mediterraneo, le mega-navi provenienti dalla Cina hanno bisogno di un hub dove "rompere il carico": devono cioè trasferire i container su navi più piccole che raggiungono le destinazioni successive (Fiume, Venezia, Genova, Marsiglia, Barcellona, Algeri, eccetera). Per anni, questo trasbordo è stato effettuato in Italia, nel porto di Gioia Tauro, la cui capacità fisica però è in esaurimento. Pechino aveva perciò pensato di investire nel porto di Taranto, ma la reazione italiana è stata di opposizione da parte di interessi particolari e di inerzia politico-amministrativa, alla fine, una grande azienda di Taiwan ha comprato quasi tutto il porto del Pireo.
L'inerzia politico-amministrativa, peraltro, potrebbe aver giocato un altro brutto scherzo all'Italia. Infatti, pur avendo il governo Renzi deciso - con forte irritazione dell'amministrazione Obama - di partecipare con una somma non trascurabile al finanziamento della Aiib, che è il "cuore finanziario" della Nuova Via della Seta voluta da Xi Jingpin, l'Italia sarebbe di fatto esclusa dalle decisioni della Banca su dove e come investire i propri capitali.
E questo perché, pur essendo stata la decisione presa nei termini previsti dal Trattato, la relativa documentazione sarebbe stata presentata in ritardo. "Non so se sia vero, o se sia soltanto una voce malevola - dice Sacco - perché all'epoca ero all'Università di Seoul. E mi auguro ovviamente di no, perché collaborare a pieno con i cinesi sulla Nuova Via della Seta è tanto più importante in quanto non si tratta di un progetto dagli obiettivi nettamente delimitati, bensì di un quadro d'impostazione concepito in maniera flessibile e ampliabile, la cui importanza è già stata accresciuta dai recenti cambiamenti sulla scena internazionale".

 

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