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La Globalizzazione mette a rischio anche loro PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Martedì 04 Aprile 2017 00:40


Regimi democratici in America Latina incapaci di agire

É un’autentica tempesta politica, la cronaca di questi ultimi giorni in America Latina. La «Revolución», che eppure è da sempre un tradizionale marchio ribaldo del subcontinente, questa volta non ha alcuna bandiera da consegnare alle proteste popolari, ai moti di piazza, ai saccheggi e ai morti ammazzati nelle strade delle città in rivolta. E però da Nord a Sud, dal Venezuela all’Argentina, dall’Ecuador al Paraguay, dal Brasile al Messico, non c’è angolo, quasi, del Sud America che non venga investito da una ondata di proteste contro governi e Presidenti in carica.
Eallora, se non è la Revolución, se non c’è di mezzo né il Che e nemmeno Fidel, se Pancho Villa non c’entra, né Bolivar e neanche San Martín, allora che cosa sta accadendo in America Latina? 
A suo modo, ogni Paese dà una propria risposta. Prendiamo il Brasile, che da solo vale quasi quanto la somma di tutti gli altri. A scendere in piazza, e a protestare contro il presidente Michel Temer, sono stati in questi giorni quasi 100 milioni, per una crisi politica ed economica che sta cambiando la storia recente d’un Paese che sembrava destinato a farsi leader mondiale – già inserito a pieno titolo nel gruppo in ascesa dei Brics – e che oggi deve invece misurarsi con 13 milioni di disoccupati, con una caduta del Pil del 3 per cento, con un Presidente mal sopportato nato dall’impeachment della titolare Dilma Roussef, e con uno scandalo, il «Lava Jato», al confronto del quale il nostro «Mani Pulite» sembra un episodio da educande.
La Revolución non c’entra, e la rabbia non ha fatto ancora morti per strada. A differenza, invece, di quanto è accaduto in Paraguay, dove la protesta contro il tentativo del presidente in carica, Horacio Cortés, di modificare la Costituzione, e consentirsi una rielezione, ha spinto i manifestanti ad assaltare il Senato, metterlo a fuoco e fiamme, e a scontrarsi con la polizia, chiamata perfino a una carica di cavalleria per tentare di contenere la folla. Questi progetti di riforma costituzionale sono una tentazione ricorrente dei Presidenti sudamericani, senza poi particolari distinzioni tra destra e sinistra: una volta insediati, la voglia di «fare il bene del popolo» li sollecita ad immaginare che il potere che hanno ricevuto meriti di ottenere l’estensione di (almeno) un altro mandato, e accendono tensioni e rivolte che non sempre finiscono pacificamente.
È anche il caso di quanto sta accadendo in Venezuela, dove la deriva autoritaria del regime del presidente Maduro, improbabile successore di Hugo Chávez, aveva raggiunto il punto più basso l’altro ieri, quando la Corte suprema aveva esautorato il Parlamento – controllato dagli oppositori del regime – e di fatto aveva chiuso il ciclo della instaurazione di una dittatura, senza più distinzioni di poteri. Ma ieri, con un atto perfino impensabile, Maduro si è vestito di una grisaglia impeccabile e, serio in volto che pareva un vero democratico, si è presentato davanti alle telecamere nazionali per dire che non se ne fa niente, che lui non lo avevano nemmeno avvisato, e che non può essere, bisogna ripensarci. L’austero proclama ha sorpreso fedeli e nemici, ma il sistema resta chiuso in una spirale sempre più soffocante, con una penuria d’ogni bene di prima necessità, una inflazione ormai vicina al 1000 per cento, e una conflittualità sociale che sfiora continuamente la guerra civile.
E poi c’è l’Equador che vota il nuovo Presidente, con il rischio per Julian Assange, il papà di WikiLeaks, d’esser sbattuto fuori dal comodo rifugio dell’ambasciata di Londra e finire nelle mani degli americani; e c’è l’Argentina che marcia contro il presidente Macri e i suoi decreti anti-migrazione, e c’è il Messico schiacciato dal muro di Trump e dalla prospettiva di una crisi di delocalizzazione che spingerebbe alla perdita del lavoro milioni di operai delle fabbriche «yanqui», e c’è il Nicaragua dei sandinisti ingolositi di potere, e il Salvador della vecchia guerra per bande, e tanta altra tensione, e rabbia, e proteste popolari, dovunque si guardi. Ma Revolución no, questa non c’entra.
La spiegazione sta soprattutto nella crisi diffusa di un continente che aveva vissuto speranze esaltanti grazie alla crescita dei prezzi delle materie prime e oggi ne sconta la caduta senza aver approntato riforme e interventi che modificassero le vecchie strutture sociali ereditate dalla cultura politica del tempo della colonia: in ogni frontiera, il mancato radicamento di una borghesia nazionale ha consegnato il potere all’esercizio di una lotta tra oligarchie dove il confronto si fa scontro di fazioni che puntano a perpetuare la gestione degli interessi di parte, sorda a qualsiasi progettualità pur vagamente «nazionale». La Revolución è un progetto collettivo, e per ora, invece, ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto. 



 

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