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Un teatrino di boulevard PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Mauri x ilprimatonazionale.it   
Lunedì 10 Aprile 2017 00:13


Russia e Usa che sceneggiata!

Giovedì notte gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi militari in Siria lanciando un attacco missilistico sulla base aerea di Shayrat, nel governatorato di Homs: 59 missili da crociera Tomahawk sono piombati sulla base questa notte alle 2:39 ora italiana distruggendo aerei e installazioni a terra.
L’attacco, ad un’analisi superficiale, è la risposta americana al presunto utilizzo di armi chimiche contro i ribelli avvenuto qualche giorno fa, da molte fonti autorevoli bollato come vera e propria bufala, trattandosi, invece, di un bombardamento di un deposito di gas asfissianti di provenienza irachena in mano ai terroristi. Trump  ha ascoltato le fonti israeliane che sostenevano la paternità di Assad nell’uso di armi chimiche, armi che, peraltro, sono state già consegnate e distrutte. Lo stesso attacco chimico, per la sua modalità, risulta poco credibile: l’area sottoposta a contaminazione è molto limitata cosa che mal si addice ad un utilizzo di bombe dalla carica chimica che diffondono l’agente su una superficie più vasta, facendo più pensare ad una diffusione a causa di una esplosione di un piccolo deposito locale, ma questo esula dalla nostra trattazione. La dialettica americana, quindi, ha rispolverato tutta la retorica da “gendarmi del mondo”: Trump infatti si è rivolto a “tutte la nazioni civilizzate” per sollecitarle ad un intervento per mettere fine “al flagello del terrorismo”, questa volta indicando Assad come terrorista. Però non bisogna fermarsi alle apparenze: la questione del presunto attacco chimico è stata sfruttata abilmente dall’esecutivo di Washington per mettere a tacere i nemici interni e per cercare di chiudere la questione del Russiagate.
Trump infatti ha molti nemici all’interno del Partito Repubblicano: i falchi neocon che vorrebbero la linea dura con Mosca. L’aver dimostrato tutta la propria debolezza politica sulla questione Russiagate non ha fatto altro che esacerbare le pretese di questa ala del partito da sempre ostile a Trump sin dai tempi delle primarie: il siluramento di Flynn (uscito dalla porta e rientrato, in sordina, dalla finestra) e la defenestrazione di Bannon, che però potrebbe essere stata effettuata d’ufficio, oltre agli attriti con Cia e Nsa hanno scoperto il fianco dell’esecutivo di Trump agli attacchi sia dei neocon sia dei democratici, che a gran voce chiedono la testa del Ministro della Giustizia Sessions sempre per la questione dei presunti legami con l’ambasciatore russo (un’indagine dell’Fbi è già in corso). Non dimentichiamo poi che la democrazia Usa è strutturalmente fallata: la corsa alla Casa Bianca è finanziata dalle varie lobby, e quella del petrolio, sotto l’influenza saudita, chiede il proprio conto al Presidente degli Stati Uniti: un conto che vorrebbe vedere una Siria divisa in sfere di influenza possibilmente con Assad esautorato. L’attacco di stanotte quindi ha lo scopo di dimostrare più ai nemici interni e agli alleati storci degli Stati Uniti (Arabia Saudita e Israele) che questo esecutivo è forte ed in grado di (ri)prendere le redini del mondo, soprattutto dimostra che, dopotutto, gli Stati Uniti non hanno preso la via dell’isolazionismo lasciando campo libero alla Russia.
Già la Russia, cosa ha fatto Mosca? Poco o nulla, dato che, come è evidente, ne era stata messa al corrente. Come già detto, Trump avrebbe inviato il Segretario di Stato Tillerson a Mosca e quindi preso la decisione di attaccare solo dopo il suo ritorno a Washington: una sorta di “luce verde” dal Cremlino che nella giornata di oggi ha ufficialmente ammesso che Mosca era stata informata dell’attacco. A suffragare ulteriormente quella che non è più solo una ipotesi c’è poi una considerazione prettamente militare: il bombardamento è stato effettuato senza la minima reazione russa.
Alla base aerea di Khmeimim, nei pressi di Latakia, sede operativa dell’aeronautica russa per le operazioni contro l’Isis, sono infatti dispiegati i sistemi da difesa aerea (Anti-Access/Area Denial = A2/AD) S-300 capaci di offrire un ombrello protettivo contro ogni minaccia aerea, dai cacciabombardieri ai missili balistici passando anche per i missili da crociera, con un raggio di 200 km, quindi ben superiore alla distanza che intercorre tra Khmeimim e la base di Shayrat attaccata questa notte (circa 133 km). Se Mosca avesse voluto difendere Damasco, avrebbe quindi avuto tutti gli strumenti per farlo sul piano militare e politico, invece anche questa volta è stata lasciata mano libera agli Stati Uniti: il capo ufficio stampa del Cremlino, Dmitry Peskov, infatti si è limitato ad una debole condanna dell’attacco dicendo che “Putin non era stato chiamato”, pur sostenendo che l’attacco per Mosca è una “aggressione contro un alleato”. Una sorta di colpo al cerchio ed uno alla botte.
Gli Stati Uniti stessi hanno poi optato per la soluzione più “indolore”: un attacco con i soli missili da crociera, oltre ad essere una risposta efficace, permette di non correre troppi rischi su due fronti: il primo è la sicurezza di colpire il bersaglio data la precisione dei missili, il secondo è quello di non dover utilizzare i cacciabombardieri, che pure sono presenti nell’area sia in Iraq sia sulle portaerei, e quindi evitare un coinvolgimento maggiore nella vicenda. Insomma l’attacco di stanotte è la maggiore delle minori risposte possibili effettuata su di un obiettivo militare ma comunque marginale rispetto ai centri nevralgici del potere siriano: non era insomma un “decapitation strike” come avvenuto per la guerra in Iraq nel 1991 o nel 2003. Risulta quindi evidente che le due potenze fanno la voce grossa, relativamente, ma che oggettivamente siano ancora in buoni rapporti tanto da permettere un attacco dimostrativo in Siria; come sempre accade però a farne le spese sono gli attaccati: pare infatti che l’Isis, galvanizzato, abbia ripreso l’offensiva su Idlib.

 

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