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Perché ad est riesce la lotta popolare PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Venerdì 14 Aprile 2017 00:08


Quei meccanismi arcaici che non hanno ancora smantellato la forza sociale

L’ambiguità continua, su quella che Viktor Orbán chiama la «democrazia illiberale» di cui egli stesso è premier. Nell’ultimo mese il governo ungherese - in parallelo a quello russo - ha proposto leggi che mirano alla chiusura delle università indipendenti e delle organizzazioni non governative (Ngo) finanziate dall’estero. Si capirà meglio solo il 29 aprile come intende rispondere il Partito popolare europeo, del quale Orbán e la sua formazione Fidesz sono parte accanto ai cristiano-democratici tedeschi della cancelliera Angela Merkel, agli italiani di Forza Italia e Alternativa Popolare, o agli spagnoli del Partido Popular.
Quel giorno si riunisce il comitato di presidenza e il Ppe potrebbe anche decidere una linea più ferma. Tutto dipenderà da Merkel, leader di ultima istanza della prima coalizione politica europea. È possibile una svolta, o anche un altra dose del troncare-e-sopire che da sempre accompagna nel Ppe la condotta di Orbán. Del resto all’ultimo vertice del partito a Malta il premier di Budapest non è stato contestato neppure quando si è scagliato contro la Corte europea dei diritti dell’uomo, che aveva criticato il suo attacco alle università private.
Comunque vada, la vicenda di Orbán getta nuova luce su alcune realtà rimaste sotto traccia di recente in Europa: la relativa tolleranza del governo tedesco verso l’erosione dei diritti civili in Ungheria e in Polonia, e il ruolo della povertà fra i colletti blu nel nuovo populismo nato a Est della Germania. Un’analisi dei salari e della catena del valore fra Europa dell’Est e industria tedesca fa pensare che i due fenomeni abbiano punti di contatto.
In realtà una ripresa del populismo non sarebbe scontata sul fianco Est dell’Unione europea, dove prevalgono crescita rapida e piena occupazione. Eppure i partiti nazionalisti sono sempre più forti. Lo sono a Praga e a Bratislava, oltre che a Budapest o Varsavia, e proprio il primo punto nel programma di molti di essi rivela ciò che li spinge: vogliono tutti aumentare il salario minimo legale o lo fanno quando arrivano al potere, in Polonia e Ungheria. È una riforma che in quei Paesi cambiare la vita al 20% degli occupati.
Come segnala l’Etuc, la European Trade Union Confederation, le economie emerse dal socialismo presentano una differenza di fondo con quelle occidentali: in nessuna di esse esiste la contrattazione salariale - né in azienda, né per settore - salvo che per le sedi distaccate di poche multinazionali. Per chi lavora nelle fabbriche si applica solo il salario minimo di legge e questo è immancabilmente basso, anche rispetto al costo della vita dei territori centro-orientali. Non c’è un solo Paese passato dal Patto di Varsavia alla Ue nel quale il salario minimo si avvicini ai 3 euro l’ora o ai 500 euro al mese; è lo standard del settore manifatturiero. Qui affonda le radici il fenomeno sociale di decine di milioni di lavoratori poveri sul fianco Est della Ue, i quali però devono far fronte a costi occidentali sull’acquisto di beni tecnologici, prodotti alimentari industriali, farmaci o servizi medici.
Si alimenta di questa frustrazione il richiamo dei leader populisti «illiberali» alla Orbán. E si fonda (anche) sulle forniture di componenti a basso costo dalla frontiera orientale la competitività dell’industria tedesca. Secondo i dati dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo per il Sole 24 Ore, dal 2008 al 2015 nell’elettrotecnica, nella meccanica e nell’auto la quota di import tedesco da Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania è salita dal 18 al 23,4% (a scapito dell’Italia). Da lì arrivano a prezzi stracciati i pezzi del made in Germany. Le linee produttive ormai sono così integrate che il Fondo monetario parla «catena di fornitura German-Central European», un sistema produttivo unico dove la grandissima parte del valore è catturata dalle imprese di grande marchio in Germania. Così l’operaio tedesco, a 35 euro l’ora, guadagna al lordo oltre dieci volte quello polacco, ungherese o slovacco, ma la sua produttività effettiva è molto lontana dall’essere tanto superiore. Si spiega così perché dal 2011 quasi un milione di europei orientali, i più giovani e istruiti, sia affluito in Germania arricchendone le risorse umane.
Non si spiega, invece, perché la Ue si ostini a non raccomandare ai Paesi dell’Est ciò che sarebbe ovvio: permettere ai lavoratori di contrattare collettivamente i salari. Quanto a Merkel, anche su questo tace.L’ambiguità continua, su quella che Viktor Orbán chiama la «democrazia illiberale» di cui egli stesso è premier. Nell’ultimo mese il governo ungherese - in parallelo a quello russo - ha proposto leggi che mirano alla chiusura delle università indipendenti e delle organizzazioni non governative (Ngo) finanziate dall’estero. Si capirà meglio solo il 29 aprile come intende rispondere il Partito popolare europeo, del quale Orbán e la sua formazione Fidesz sono parte accanto ai cristiano-democratici tedeschi della cancelliera Angela Merkel, agli italiani di Forza Italia e Alternativa Popolare, o agli spagnoli del Partido Popular.
Quel giorno si riunisce il comitato di presidenza e il Ppe potrebbe anche decidere una linea più ferma. Tutto dipenderà da Merkel, leader di ultima istanza della prima coalizione politica europea. È possibile una svolta, o anche un altra dose del troncare-e-sopire che da sempre accompagna nel Ppe la condotta di Orbán. Del resto all’ultimo vertice del partito a Malta il premier di Budapest non è stato contestato neppure quando si è scagliato contro la Corte europea dei diritti dell’uomo, che aveva criticato il suo attacco alle università private.
Comunque vada, la vicenda di Orbán getta nuova luce su alcune realtà rimaste sotto traccia di recente in Europa: la relativa tolleranza del governo tedesco verso l’erosione dei diritti civili in Ungheria e in Polonia, e il ruolo della povertà fra i colletti blu nel nuovo populismo nato a Est della Germania. Un’analisi dei salari e della catena del valore fra Europa dell’Est e industria tedesca fa pensare che i due fenomeni abbiano punti di contatto.
In realtà una ripresa del populismo non sarebbe scontata sul fianco Est dell’Unione europea, dove prevalgono crescita rapida e piena occupazione. Eppure i partiti nazionalisti sono sempre più forti. Lo sono a Praga e a Bratislava, oltre che a Budapest o Varsavia, e proprio il primo punto nel programma di molti di essi rivela ciò che li spinge: vogliono tutti aumentare il salario minimo legale o lo fanno quando arrivano al potere, in Polonia e Ungheria. È una riforma che in quei Paesi cambiare la vita al 20% degli occupati.
Come segnala l’Etuc, la European Trade Union Confederation, le economie emerse dal socialismo presentano una differenza di fondo con quelle occidentali: in nessuna di esse esiste la contrattazione salariale - né in azienda, né per settore - salvo che per le sedi distaccate di poche multinazionali. Per chi lavora nelle fabbriche si applica solo il salario minimo di legge e questo è immancabilmente basso, anche rispetto al costo della vita dei territori centro-orientali. Non c’è un solo Paese passato dal Patto di Varsavia alla Ue nel quale il salario minimo si avvicini ai 3 euro l’ora o ai 500 euro al mese; è lo standard del settore manifatturiero. Qui affonda le radici il fenomeno sociale di decine di milioni di lavoratori poveri sul fianco Est della Ue, i quali però devono far fronte a costi occidentali sull’acquisto di beni tecnologici, prodotti alimentari industriali, farmaci o servizi medici.
Si alimenta di questa frustrazione il richiamo dei leader populisti «illiberali» alla Orbán. E si fonda (anche) sulle forniture di componenti a basso costo dalla frontiera orientale la competitività dell’industria tedesca. Secondo i dati dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo per il Sole 24 Ore, dal 2008 al 2015 nell’elettrotecnica, nella meccanica e nell’auto la quota di import tedesco da Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania è salita dal 18 al 23,4% (a scapito dell’Italia). Da lì arrivano a prezzi stracciati i pezzi del made in Germany. Le linee produttive ormai sono così integrate che il Fondo monetario parla «catena di fornitura German-Central European», un sistema produttivo unico dove la grandissima parte del valore è catturata dalle imprese di grande marchio in Germania. Così l’operaio tedesco, a 35 euro l’ora, guadagna al lordo oltre dieci volte quello polacco, ungherese o slovacco, ma la sua produttività effettiva è molto lontana dall’essere tanto superiore. Si spiega così perché dal 2011 quasi un milione di europei orientali, i più giovani e istruiti, sia affluito in Germania arricchendone le risorse umane.
Non si spiega, invece, perché la Ue si ostini a non raccomandare ai Paesi dell’Est ciò che sarebbe ovvio: permettere ai lavoratori di contrattare collettivamente i salari. Quanto a Merkel, anche su questo tace.

 

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