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Venner sul populismo euroscettico PDF Stampa E-mail
Scritto da da ilprimatonazionale.it   
Domenica 07 Maggio 2017 01:22

In queste ore in cui le elezioni presidenziali stanno monopolizzando l’attenzione degli osservatori di mezzo mondo, ivi compresa una certa area sovranista italiana che guarda con interesse a Marine Le Pen, ha ripreso a circolare sulla rete un vecchio testo di Dominique Venner, scritto per il sito Polemia l’8 maggio 2012, quasi un anno esatto prima che il grande storico e scrittore transalpino si desse la morte volontaria a Notre Dame. Si tratta di un commento alle elezioni presidenziali di quell’anno, quelle che videro come grande sconfitto il presidente uscente Nicolas Sarkozy e come vincitore François Hollande. Marine Le Pen arrivò terza, con il 18% dei voti. Traduciamo per la prima volta in italiano questo testo, tralasciando le parti più legate alla contingenza elettorale dell’epoca, perché ci sembra che l’analisi di Venner offra ancora oggi spunti importanti di riflessione, a prescindere da eventuali distinguo di sfumature che possono certo essere mossi. [IPN].

I due turni dell’elezione presidenziale di maggio 2012 mi spingono a delle riflessioni per nulla elettoraliste né politicanti. Qualcosa di importante è accaduto, che era poco prevedibile e che voglio riassumere in due considerazioni principali. […] La novità di questa campagna [è] il Front national, interamente ringiovanito e dinamizzato dalla sua leader. Favorita da qualità proprie e da un percorso difficile ma tenace, Marine Le Pen ha potuto farsi intendere dalla Francia che soffre, rappresentando una speranza reale. Il suo 18% dei voti al primo turno costituisce un successo tanto più evidente in quanto si accompagna a un rinnovamento importante dell’elettorato. Con Marine Le Pen, il Front ha cambiato fisionomia. Ha perso l’immagine ringhiosa e aggressiva che era la sua per mostrarsi “moderno” sulle questioni della società (contraccezione, aborto) e fermo sulle questioni dell’immigrazione. Gli errori della campagna del 2007 (presenza di una donna immigrata) mentre Sarkozy brandiva una ramazza simbolica sono stati, a quanto pare, ben compresi. Il Front national è ridiventato il grande contenitore identitario dei francesi, spesso molto giovani, che rifiutano l’immigrazione. […]
Per riassumere, la grande epoca della bipolarizzazione voluta dal vecchio gollismo è finita. Lo si deve al tempo che passa e cambia ogni cosa, agli errori e al temperamento di Sarkozy, ma anche alle qualità di Marine Le Pen, senza voler fare previsioni, naturalmente, su un avvenire che noi ignoriamo. A tal proposito, è necessario rilevare una tendenza inquietante che non è propria del Front national, ma che sembra comune alla maggior parte dei movimenti “populisti” europei (uso questo termine in un’accezione per nulla peggiorativa). Come la maggior parte dei suoi emulatori europei, il Front national soffre di una sorta di “malattia infantile”, come avrebbe detto Lenin. La malattia infantile del populismo può essere diagnosticata come un misconoscimento drammatico della realtà europea e una tentazione di ripiego retrogrado, nel vecchio quadro apparentemente rassicurante delle vecchie nazioni uscite dalla Storia, quello della “France da sola” (come se noi fossimo ancora all’apoca di Luigi XIV).
È un’opzione difficilmente sostenibile in un mondo costituito da enormi potenze e da vasti spazi in conflitto, mentre evidenti catastrofi spuntano all’orizzonte. Comprendiamo, naturalmente, la giustificata diffidenza verso le istituzioni attuali dell’Unione europea, che di europeo hanno solo il nome ma sono in realtà mondialiste nella loro ideologia e nei loro progetti. Ma, con il pretesto che un’oligarchia snaturata ha messo su un sistema aberrante (più giacobino che federale), bisogna anche rigettare in blocco tutte quelle prospettive europee che potevano essere giuste all’origine (impedire una nuova guerra fratricida tra Francia e Germania e costruire un insieme geopolitico coerente in rapporto ai grandi blocchi mondiali, che disponesse della propria moneta rispetto al dollaro e allo yen)? Non bisogna forse, al contrario, costruire un nuovo progetto mobilitante, quello di una nuova Europa carolingia, che porti alla volontà di una rifondazione completa delle istituzioni, affinché queste permettano una vera unione federativa di popoli fratelli e non siano invece lo strumento dittatoriale di ideologie mondialiste e oligarchie mafiose? Non bisognerebbe, infine, ricordare chiaro e forte, come prima cosa, la nostra appartenenza a una civiltà europea che ci giustifica e che pone le sue radici nella nostra più arcaica antichità comune, sia essa greca, romana, celtica o germanica?

Dominique Venner

 

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